Il Pecorone: l’alternativa al Decameron, copiata da Shakespeare

Il “Pecorone”, che ci crediate o no, è, nonostante il nome inusuale, un’opera letteraria. Ma perchè accostare un’opera dal nome così “pecoreccio” nientemeno che al celebratissimo Decameron del Boccaccio? Si può sapere subito. Intanto, l’opera che va sotto il nome di “Pecorone” è anch’essa una raccolta di novelle (cinquanta per la precisione, contro le 100 del Decameron); in secondo luogo, l’autore è anch’esso un Giovanni di Firenze: a differenza del ben più noto Giovanni Boccaccio, tuttavia, del presunto autore del Pecorone non si hanno notizie precise, tant’è che lo scrittore viene appunto denominato nel tempo semplicemente Giovanni Fiorentino, ad indicare che tutto ciò che è dato sapere su di lui è il nome di battesimo e la provenienza.

mercante di venezia ispirato al giannetto del pecorone

Shylock del Mercante di Venezia: l’opera di Shakespeare si ispira alla “Storia di Giannetto” del Pecorone

Le due raccolte di novelle hanno in comune anche un certo qual tenore licenzioso. E’ possibile infatti affermare che anche le novelle raccolta nel Pecorone sono di argomento piuttosto “boccaccesco” ovvero tendenti all’osceno e allo scabroso, soprattutto in materia sessuale. Il che non deve affatto stupire, se si pensa che le novelle ivi raccolte sono desunte in massima parte proprio dalle opere topiche del genere, come Apuleio, il Libro de’ Sette Savi e lo stesso Boccaccio: infatti il Pecorone viene redatto successivamente al tumulto dei Ciompi, mentre il Decameron segue immediatamente la Grande Peste del 1348. Nella trentina di anni che vi intercorrono il Decameron era già divenuto un classico del genere. Il curiosissimo nome di Pecorone deriva all’opera di questo Giovanni Fiorentino da un sonetto posto in apertura dell’opera che, oltre ad indicare l’inizio della stesura nell’anno 1378, spiega come tale appellativo sia adatto ad un libro nel quale le novelle raccolte parleranno di novi barbagianni, ovvero di citrulli inusitati (o stolti, ma meglio sarebbe dire, all’uso toscano, “allocchi”, che vuol dire lo stesso che barbagianni ed è del pari un rapace notturno). Quel che di più interessante mi preme qui sottolineare, è la fortuna riscontrata nel tempo dal “Pecorone” che, sebbene poco noto al pubblico odierno, fu comunque ripreso in più novelle da narrazioni successive: per citare un caso su tutti, la novella di Giannetto viene usata da William Shakespeare come base per costruire la trama del Mercante di Venezia. La preziosa opera novellistica ci è tramandata grazie a tre codici manoscritti, conservati due a Firenze ed uno a Milano: a Firenze, il Laurenziano Rediano, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e il codice magliabechiano II.IV.139 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; a Milano, il codice 85 della Biblioteca Trivulziana. Ecco il link per chi volesse consultare il Pecorone completo.

Gli alieni a Firenze: Ufo avvistati sopra il Franchi

Il più importante caso di avvistamento UFO in Italia è avvenuto proprio a Firenze, ed esattamente sopra lo stadio Artemio Franchi, nel 1954.

Si tratta di un caso particolarmente celebre e rilevante non solo per il numero e l’entità di “oggetti non identificati” avvistati il 27 ottobre di quell’anno ma soprattutto per il numero di testimoni presenti all’avvenimento: lo stormo di presunti dischi volanti appare infatti nei cieli di Firenze sopra lo stadio Franchi, nel primo pomeriggio, momento in cui si stava disputando l’incontro Fiorentina – Pistoiese: ben 12.000 spettatori (più i giocatori e l’arbitro naturalmente!) furono testimoni dell’insolito evento e tale fu lo sbalordimento generato che il match calcistico dovette essere sospeso.

Ufo su Firenze: notizia sul giornale

Avvistamento UFO sullo Stadio di Firenze

Tutto comincia quando, nel primissimo pomeriggio, Alfredo Jacopozzi, studente di ingegneria, chiama la redazione del quotidiano “la Nazione”, per avvisare dell’avvistamento di diversi dischi volanti nei cieli di Firenze. Secondo le testimonianze, i supposti UFO (per un totale di sei) si aggirano anche sui tetti del centro storico, apparendo bianchi, tondi, lucidi e sfrecciando più veloci di un aereo, ma soprattutto, lasciando cadere al loro passaggio “fiocchi” simili alla bambagia. Gli avvistamenti si moltiplicano in tutta la città, mentre le “ragnatele lucenti” continuano a cadere al suolo.

Subito dopo gli oggetti non identificati appaiono sopra lo stadio Franchi, avvenimento che ci rimane vivido nel racconto di Romolo Tuci, presente in quel momento in campo come capitano della Pistoiese. Tuci ricorda come l’attenzione dei calciatori venne attratta all’improvviso dallo strano comportamento degli spettatori che, invece di guardare la partita, stavano col naso per aria a guardare il cielo. Tuci ricorda di aver osservato lui stesso dei piccoli anelli lontani.

A differenza di molti altri casi simili, quello di Firenze risulta particolarmente interessante sia per il numero di testimoni presenti all’evento (basti pensare agli spettatori presenti in quel momento al Franchi), che rendono molto credibile la veridicità dell’avvistamento, sia per la singolare presenza di quella sorta di “bambagia” che fu raccolta sia dallo Jacopozzi che da diversi giornalisti.

I curiosi filamenti bianchi, una volta raccolti in provetta, apparivano simili ai fili del baco da seta, luccicavano e si mostravano appiccicosi aderendo al vetro del contenitore. I reperti vennero analizzati dal professor Giovanni Canneri, direttore dell’Istituto di Chimica Analitica dell’Università di Firenze assieme all’assistente, il professor Danilo Cozzi. Dall’analisi microscopica e spettrografica risultò che si trattava di una sostanza che presentava una notevole resistenza alla trazione e alla torsione oltre che al calore, in ciò molto simile alle fibre di vetro usate come rivestimento dei veicoli spaziali terrestri. Il responso finale fu che la composizione prevalente era Boro, Silicio, Calcio e Magnesio: l’ipotesi fu quella di trovarsi di fronte ad una sorta di pyrex (vetro boro-silicico).

Gli avvistamenti di presunti UFO su Firenze e dintorni si ripeterono nei giorni seguenti, con relativa caduta di filamenti di bambagia lucentissima: Pontassieve, Scarperia, San Mauro a Signa e molte altre località furono interessate, ma soprattutto Calenzano, dove il 29 ottobre, pochi minuti dopo le 13, fu segnalata la caduta degli strani filamenti provocata dal passaggio di un gruppo di UFO diretti verso Firenze passando sopra il Monte Morello.

Notizia bambagia aliena su quotidiano

Notizie sulla “bambagia aliena” apparsa sul giornale nel 1954

Molte furono le ipotesi tirate in ballo per spiegare in maniera scientifica quello che sembra ancora, a distanza di tanti anni, un fatto, ancorchè inspiegabile, sicuramente credibile quanto al suo effettivo avvenimento. Dagli esperimenti aeronautici a quelli nucleari, dai residui spaziali in collisione con l’atmosfera terrestre ad un a fuga di materiale da una vetreria dovuta al vento, le opinioni furono molte, ma a tutt’oggi non è stata raggiunta alcuna conclusione condivisa.

L’edizione della Nazione del giorno successivo, il 28 ottobre 1954, diede molto rilievo all’eccezionale avvenimento, riportando alcuni particolari molti precisi. Secondo la descrizione riportata in cronaca, l’avvistamento si verificò alle 15.27 e non durò più di un minuto, durante il quale “i due oggetti rotondi e lucenti,di colore grigio metallico,si muovevano ad elevata velocità e procedevano in linea retta da Sud a Nord. Si distingue una corona circolare esterna che gira vorticosamente intorno al proprio asse, formato dalla parte centrale di colore più chiaro.

Ad un certo punto il primo oggetto si fermò,pur continuando il proprio moto rotatorio, l’altro prosegue il suo cammino diminuendo la distanza che li separava, giunto perpendicolarmente sulla Torre di Maratona si arrestò mentre il primo riprese la sua corsa procedendo però a scatti zig-zagando.

Ad un tratto però invertirono repentinamente la direzione e ripassarono sulle teste degli spettatori,riattraversando lo stadio in tutta la sua lunghezza e scomparvero verso Sud procedendo ad una velocità superiore a quella di qualunque aereo conosciuto“.

Il segreto della “Pietrificazione” finisce nella tomba

Girolamo Segato, vissuto nel diciottesimo secolo a Firenze, portò nella tomba il segreto del suo procedimento per ottenere l’incorruttibilità dei corpi dopo il decesso. Lo speciale processo, carpito addirittura agli antichi egizi secondo la tradizione, non venne mai rivelato ai posteri dallo studioso per disgusto, a quanto sembra, nei confronti del Granduca di Toscana che gli aveva rifiutato i fondi per proseguire i suoi esperimenti.

La portata della sua attività è ben riassunto nell’epitaffio che decora il sepolcro in cui riposa all’interno di Santa Croce: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

La sua rilevanza deriva infatti dalla sua insolita invenzione, che viene ricordata come “pietrificazione” ma che consiste in realtà in un processo di mineralizzazione di cadaveri, grazie ad un trattamento che consentiva la perfetta conservazione e al contempo, il mantenimento del colore e dell’elasticità dei tessuti organici.

La peculiare formazione di Segato, che lo portò a mettere a punto questa singolare tecnica, sembra doversi riconnettere ai suoi studi di egittologia, che approfondì con visite sul campo nella terra dei Faraoni. In effetti, il processo di “pietrificazione” sembra riconducibile all’antica tecnica dell’imbalsamazione, al punto che, all’epoca, si arrivò addirittura a favoleggiare che Segato raggiungesse i propri risultati dopo aver carpito i segreti della Magia egizia.

Decise di distruggere gli appunti relativi alle sue scoperte circa il processo di “pietrificazione” dopo aver subito il rifiuto del Granduca di finanziare le sue ricerche. Avrebbe forse voluto svelare le sue scoperte in punto di morte ma, a quanto si racconta, morì improvvisamente.

Campioni della pietrificazione di Segato

Campioni della pietrificazione di Segato

Nonostante questo, ci rimangono oggi, presso l’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università degli Studi di Firenze, i campioni dei suoi esperimenti, in cui Segato applicava il processo di mineralizzazione solitamente a parti anatomiche umane, ma anche a cadaveri di pesci, animali. Il più curioso esempio della sua attività è per nientemeno che una fetta di salame pietrificata.

E, a dispetto di tutti gli studi effettuati sulle sue residue realizzazioni conservate a Firenze, il processo di conservazione di Segato, ancora oggi unico nel suo genere, rimane un segreto inviolato.

Rodolfo Siviero, 007 dell’arte nostrana

Rodolfo Siviero è famoso a Firenze soprattutto per aver lasciato in eredità alla collettività l’omonima Casa-Museo in riva all’Arno, stipata all’inverosimile di capolavori dell’arte italiana.

Oggi non parliamo però del Museo, ma dello straordinario personaggio, che fu in vita una sorta di James Bond, dedito alla ricerca e al recupero di opere d’arte italiane trafugate (soprattutto ma non solo) dai nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Viene infatti ricordato principalmente per il suo fondamentale ruolo nella salvaguardia del patrimonio culturale italiano. I suoi metodi sagaci, le sue gesta rocambolesche e le sua abitudini inclini al lusso e alla raffinatezza ne hanno fatto un vero e proprio 007 dell’Arte.

Fiorentino d’adozione (e per vocazione artistica: è a Firenze dai 13 anni perchè desidera divenire critico d’arte), prima aderente al Fascio, quindi partigiano dopo l’8 settembre 1943, si dedica anima e corpo al recupero di quelle opere d’arte che tanto amava. Il suo guerreggiare contro l’occupante tedesco non è fatto di imboscate  e attentati dinamitardi, ma di tesori recuperati o sottratti con l’astuzia alla cupidigia nazista.

La sua attività partigiana consiste infatti nel monitoraggio del famigerato reparto Kunstschutz (“Reparto dell’Arte”), la divisione nazista che si occupa appunto di trafugare verso la Germani le opere d’arte dei territori occupati. Firenze rappresenta naturalmente il luogo ideale in cui fare preda di capolavori artistici, pescati soprattutto da Uffizi e Accademia ma anche da chiese e monasteri.

Covo del gruppo di intelligence di Siviero è la casa di un mercante d’arte ebreo (l’attuale Casa Siviero), la cui attività funge da copertura. I risultati più eclatanti dell’attività di recupero e protezione del patrimonio artistico contro i nazisti sono:

  • l’occultamento in un deposito della Sovrintendenza di tutti i dipinti di De Chirico che il pittore, in fuga con la moglie dai rastrellamenti nazisti, è stato costretto ad abbandonare nella propria villa di San Domenico a Fiesole;
  • il salvataggio dell’Annunciazione di Beato Angelico, richiesto da Hermann Goring in persona, grazie all’ausilio di due frati del convento francescano di Piazza Savonarola;
  • il tracciamento delle operazioni che portano i tedeschi a trafugare da Firenze al castello di campo Tures 200 dipinti degli Uffizi, oltre che le sculture del medesimo museo, dell’Opera del Duomo e di altri musei fiorentini. Grazie a questa attività, gli Alleati ritrovano il bottino e lo restituiscono alla città di Firenze.

La meritoria attività di Siviero non termina nemmeno con l’occupazione nazista: grazie ai meriti acquisiti durante la guerra, Rodolfo ricopre gli incarichi più prestigiosi sempre ligio al suo obiettivo principale, il recupero del patrimonio artistico italiano. Così, nel 1946 è nominato Ministro plenipotenziario da De Gasperi per la missione che lo condurrà in Germania per contrattare con il governo alleato il principio di restituzione dei bottini di guerra; negli Settanta è gratificato della direzione dell’Accademia.

Ma il nocciolo duro della sua missione da 007 dell’Arte avviene nel corso di decenni: dagli anni Cinquanta fino alla sua morte del 1983, infatti, Siviero si occupa sistematicamente per conto del Governo di ricercare e riportare in Italia opere d’arte rubate e/o esportate illegalmente. Nel dopoguerra, Siviero compie una serie di eclatanti recuperi, non meno impressionanti di quelli avvenuti durante la guerra:

  • la Madonna con Bambino di Masaccio viene recuperata ben due volte dall’agente segreto dell’Arte italiana, una prima nel 1947, e una seconda nel 1973;
  • la famosa copia del Discobolo di Mirone e altre 38 preziose opere vengono riportate in patria nel 1948;
  • due tavolette con le Fatiche di Ercole del Pollaiolo vengono rinvenute a Los Angeles nel 1963;
  • nel 1946 ottiene la restituzione di tutte le opere d’arte trafugate dai Musei Napoletani durante la guerra, fra cui la Danae di Tiziano e l’Hermes di Lisippo.

La lista potrebbe allungarsi a dismisura, vista l’attività durata oltre quarant’anni. Chi volesse saperne di più, può leggere il libro edito per Castelvecchi da Francesca Bottari. L’autrice presenta la figura di Rodolfo Siviero in questo video girato dalla Rai.

Da Giotto a Pontormo: iconoclasti della “maniera” nella collezione degli Uffizi

Maestà Rucellai di Duccio di Buoninsegna

Esempio di Maestà alla “maniera dei primitivi”

Altri saranno presi dalla sindrome di Stendhal cioè da giramenti di testa e mancamenti di fronte alle opere d’arte; diversamente non  riesco ad evitare una vera e propria esaltazione quando entro nella sala n. 1 degli Uffizi, detta “dei primitivi”. Passi una porta e ti appaiono tre enormi Maestà, Madonne in trono con bambino; proprio di fronte quella di Giotto e ai lati, speculari, quella di Duccio di Boninsegna  e quella di Cimabue. Il primo impulso è quello di gettarsi in ginocchio e recitare l’Annunciazione, tanto sono maestose e intense, ma se si riesce a resistere e a connettere ancora , si comincia a domandarsi perche’ sono  lì insieme e disposte a quel modo.

Sono lì insieme e disposte a quel modo perchè il visitatore attento e non digiuno di storia dell’arte possa vedere come tutte e tre sono così uguali e così diverse: il tema è il medesimo, il fondo oro pure; tuttavia è evidente che le due laterali, speculari, di Duccio e di Cimabue si attengono a un canone di derivazione orientale-bizantina: le due Madonne hanno la carnagione grigio-rosa, la testa reclinata in maniera evidente su di un lato e le dita delle mani lunghe e affusolate; assomigliano tantissimo alle icone greco-ortodosse e a quelle russe perche’ la matrice comune risale all’arte bizantina dell’alto medio- evo. Insomma, all’epoca, chi avesse voluto dipingere una Madonna in trono avrebbe dovuto attenersi a quel canone e era ben conscio che quel tema doveva essere trattato cosi’.

La Madonna di Giotto  fà da cesura tra le altre due; perche’ Giotto trascende quel canone iconico, lo supera e innova il linguaggio pittorico;così come il verbo si fà carne, egli ci rappresenta una Madonna anche donna e sullo sfondo dorato rende un bell’incarnato roseo sia al volto sia alle mani; il volto meno fisso e meno reclinato e le dita delle mani di vera carne, cosi’ come i seni ben evidenziati che emergono dal drappeggio dell’abito e del mantello. Si noti poi l’accenno di prospettiva con cui e’ dipinto il trono.

Maestà Ognissanti di Giotto

Maestà Ognissanti di Giotto: esempio della “rottura” della maniera dei Primitivi

L’icona  diventa così Ma-donna e nella sua maggior verosimiglianza femminile si offre al culto Mariano che esplode in quegli anni, effetto e causa dello stesso, pur nella sostanziale parsimonia  e stringatezza di testo con cui i vangeli e gli atti degli apostoli narrano della  figura di “Miria’m”.

Mi piace pensare  pero’ che queste tre “Maestà” siano accomunate da un particolare che non si nota più e che rivela la loro comune origine: l’aureola. L’aureola è quel disco, solitamente d’oro nei primitivi, che circonda e evidenzia la testa della divinita’ e dei santi; ecco proprio nella funzione di evidenziare nasce il cerchio che circonclude la testa del soggetto più importante della composizione pittorica. In questa funzione didascalica  questo simbolo, già usato nell’antichità, riappare in territorio italiano nei mosaici delle basiliche ravennati di san Vitale e sant’Apollinare in Classe dove i frequentatori della chiesa dovevano poter distinguere, nella rappresentazione, le figure dell’imperatore , dell’imperatrice e dei santi.

Proseguendo nelle sale voglio poi sorvolare sulla perfezione di  Gentile da Fabriano, maestro insuperato del gotico internazionale per sottolineare che solo i 2/3   dei visitatori della cappella Brancacci, in piazza del Carmine a Firenze , sono italiani mentre i restanti altri accorrono da tutto il mondo per vedere questo episodio immenso del passaggio dal gotico elegante di Masolino all’arte possente e innovativa di Masaccio; e gli apporti pittorici di Filippino Lippi ti vengono come in regalo.

E non voglio soffermarmi piu’ di tanto nella sala di Botticelli, sempre la piu’ affollata, ma evidenziare come le stesse dame, le piu’ belle di Firenze, le stesse acconciature, gli stessi volti, siano affrescati dal Ghirlandaio nel ciclo di dipinti dietro l’altare principale di santa Maria Novella; sì, proprio quella che si vede appena usciti dalla stazione  omonima.

Nell’ala di ponente dei nuovi Uffizi e’ oggi esposto il “tondo Doni“ di Michelangelo: la perfezione. Citare Michelangelo e’ strumentale per poter parlare di Pontormo e di Rosso Fiorentino. Questi due pittori, al di fuori dell’ambito toscano e anche in toscana, forse si sono sentiti nominare ma non se ne ha la minima conoscenza, al di fuori di qualche addetto ai lavori; un vero peccato perche’ sono dei grandissimi innovatori del linguaggio pittorico e nelle loro opere si può leggere una modernità che lascia incredulo e ammirato il fruitore. Di fronte e dopo la perfezione di Michelangelo che può fare un artista pittore? La domanda se la poneva già il Vasari e si rispondeva che bisogna dipingere “alla bella maniera”, alla maniera moderna, riferendosi alla maniera di dipingere di Michelangelo e di Raffaello, maestri supremi, non superabili.

Tondo Doni di Michelangelo

Il Tondo Doni: icona della classicità michelangiolesca

La risposta di Rosso Fiorentino e di Pontormo fu invece quella di cercare altre vie, altre strade, canoni diversi dalla perfezione nei colori, nella composizione pittorica, nella rappresentazione del corpo umano, nell’equilibrio classico e spesso simmetrico delle geometrie dei dipinti .

Ecco allora la rivelazione di quest’opera di Rosso Fiorentino ,”Mose’ difende le figlie di Jetro”; l’opera e’ ripiena di corpi maschili dalle forme potenti e dalla dinamica ancora michelangiolesche; ma il linguaggio pittorico è del tutto diverso e sovverte tutti i canoni .

Vi si puo’ leggere una rottura dell’unita’ di tempo e di luogo,come fara’ Manzoni nel teatro qualche secolo dopo; in primo piano, il protoagonista Mose’,avvolto da un piccolo manto di colore blu, abbatte con violenza i pastori che volevano approfittare dell’acqua delle figlie di Jetro; in un momento successivo a questa azione e in altro luogo contiguo ma diverso lo stesso Mosè corre verso la figlia di Jetro forse per rassicurarla: questo avviene in un secondo piano e col protagonista che ha il medesimo piccolo manto ma di colore, sul rosato, diverso; colore diverso uguale tempo e luogo diverso ?

Se si pensa a tutto questo è come passare da uno spazio euclideo lineare a uno spazio-tempo influenzato e curvato dalla massa dove in questo caso lo spazio e il tempo del dipinto sono influenzati e definiti dal  fluire e concatenarsi degli eventi in una unità di molteplici spazi e di molteplici tempi. Questo “flusso di azioni“ non puo’ non richiamare alla mente il “flusso di coscienza”che si ritrova nell’Ulysses di James Joyce; il discorso pittorico fluisce sulla tela con percorsi plurimi del pensiero e con collegamenti mentali del tutto personali.

Di Pontormo troviamo  agli Uffizi il “ Ritratto di Cosimo il vecchio” e la “Cena in Emmaus”, ma piace considerare che con pochi passi e attraversando l’Arno si puo’ ammirare nella chiesa di Santa Felicita la deposizione  in situ nella cappella Capponi.

Il nostro paese ha questo di meraviglioso: che muovendosi di poco ,si possono trovare “in situ” cioe’ nel luogo per cui quelle opere sono state commissionate, opere museali e capolavori che nessuno si aspetterebbe.

Visitazione di Pontormo

La Visitazione dipinta dal Pontormo: assieme al Rosso Fiorentino, è il grande “sovvertitore” della Maniera basata sulla lezione di Michelangelo e Raffaello.

A questo proposito non posso non rammentare la “visitazione” di Maria a sant’ Elisabetta fin a poco tempo fa nella chiesa dei santi Michele e Francesco a Carmignano in provincia di Prato. Il dipinto di Pontormo si trovava subito a destra dell’entrata, sull’altare per il quale era stato dipinto; e’ stato da poco rimosso dalla sua sede naturale, con la scusa di un restauro di cui non aveva bisogno, dato che ne era già stato eseguito uno nel 2008; in realtà per  essere esposto a breve a palazzo Strozzi nella mostra dedicata a lui e a Rosso Fiorentino.

Il dipinto ha colori vividi e intensi quasi “acrilici” per la loro brillantezza, su un fondo scuro. La” visitazione “di Maria a sant’Elisabetta prevederebbe due personaggi principali e invece qui troviamo quattro figure; due di profilo che si abbracciano e si guardano negli occhi partecipi del pathos del momento dell’incontro e due di fronte che guardano il visitatore e sono come estraniate dal contesto della scena; sono nel dipinto a stretto contatto con le figure in primo piano ma sono in una dimensione altra, rispetto alle protagoniste.

Lo sfondo e’ qui  inessenziale e appena abbozzato ; salvo due personaggi, quasi invisibili nel quadro, di minuscola proporzione , rispetto alla dimensione delle figure principali, che sembrano essere figure maschili, di cui una siede su una panca in pietra con la gamba accavallata e l’altra in piedi con passo frettoloso; entrambe le figure hanno però il viso rivolto alla scena principale; siamo noi, piccola umanita’ che guarda alle cose celesti grandi ?

Tutta la composizione assume un carattere onirico, di espressione tutta intellettuale estraniata dalla realtà quotidiana; varie sono state le interpretazioni circa le due figure di fronte: sono due angeli? o sono le stesse Maria ed Elisabetta,viste da una ulteriore prospettiva  frontale dopo averle raffigurate di profilo?

Qualunque sia la chiave di interpretazione il dipinto è magnifico nei suoi colori, nella sua composizione  cosi’ anticlassica e innovativa, nella eleganza dei panneggi dei tessuti degli abiti.

Al dunque sia Rosso che Pontormo non dipingevano “alla bella maniera“ nè “alla maniera moderna” cosi’ come intesa dal Vasari, ma entrambi tentarono  linguaggi pittorici nuovi, riuscendo a meravigliare ancora oggi per la loro sorprendente attualità; sono stati quindi dei grandi innovatori e nient’affatto dei manieristi.

La Selva: un lager nella villa principesca

Oggi è un complesso residenziale pressochè principesco, immerso nello splendore dei colli fiorentini che sorgono attorno a Ponte a Ema: è Villa la Selva, un condominio di lusso ricavato dalla lottizzazione in appartamenti del magnifico edificio che. però, per quanto sia ancora oggi placido nella campagna toscana con le sue statue e la piscina ad uso dei residenti, ha rappresentato per molti sfortunati, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la porta di accesso ai lager tedeschi.

Per la precisione, Villa la Selva viene istituito come campo di internamento civile, ovvero come luogo in cui venivano raccolti anti-fascisti e oppositori vari del regime. La funzione di confino per i dissidenti politici, ricoperta fra il 1940 ed il 1943 viene però sostituita, successivamente all’8 settembre, nella ben più feroce destinazione a campo di raccolta degli ebrei fiorentini: da qui, i giudei partivano sui treni piombati per i lager tedeschi.

Testimone muto ma incombente dell’infame collaborazione della Repubblica Sociale (istitutrice dei campi di raccolta che avviavano gli ebrei ai lager in Germania) con la dittatura nazista, Villa la Selva si trova quasi intatta, ancora, nel suo aspetto originario, in via del Carota: trovarla non è difficile, basta entrare nella angusta via di campagna venendo da Firenze e, superata la Fattoria di Rimezzano sulla destra, si trova subito dopo pochi metri un piccolo bivio. Salendo il leggero declivio sulla sinistra, si arriva al cancello della superba villa suburbana dopo qualche centinaio di metri.

E’ impossibile sbagliarsi: al bivio, proprio nel punto in cui si lascia via del Carota per deviare sulla sinistra verso la villa, il Comune di Bagno a Ripoli ha fatto apporre, il 29 gennaio 2009, in occasione della Giornata della Memoria, un cippo commemorativo in ricordo degli internati e delle vittime del “lager fiorentino”.

Il campo di raccolta di Villa Selva aveva una capienza di 200 posti, ed era un campo di concentramento specificamente maschile. Destinato come accennato a raccogliere inizialmente i “sudditi nemici” , scrive la pagina più dolorosa della sua storia dopo l’Armistizio, quando inizia a raccogliere, assieme alla vicina Villa la Colombaia, gli individui colpiti dalle leggi razziali, che da qui vengono prima trasferiti al campo di raccolta di Fossoli (quello stesso famoso a livello letterario perchè vi transitò Primo Levi, che racconta la vicenda in Se questo è un uomo), in Emilia, e da lì ai campi di concentramento in Germania e Polonia.

Diretto dal Commissario Pasquale de Pasquale, fu infine chiuso definitivamente nel luglio 1944, dopo che gli Alleati lo avevano occupato nel maggio dello stesso anno trovandovi 42 internati.

Anche oggi che la villa è tornata a vivere come condominio di lusso, e a prima vista nessuno indovinerebbe i suoi lugubri trascorsi, non mancano i curiosi che si spingono a citofonare ai residenti, probabilmente per capire come possano convivere serenamente, in questo luogo pur estremamente ameno, con un passato così funesto e per carpire loro, magari, l’effetto che fa (come diceva Jannacci).

Come si faccia a vivere in un luogo legato a così tristi vicende è domanda che probabilmente i condomini non si pongono: molti sono ricchi stranieri, e probabilmente non ne conoscono nemmeno la storia. Più probabilmente, però, fanno finta di niente e basta: il passato, alla fine, è passato. Soprattutto se non ti riguarda direttamente.

Libro "La Saga delle Colombe"

La copertina del libro di memorie scritto da Matilde Jonas grazie ai diari del padre Giorgio

Questo passato riguarda però molto da vicino gli ex-internati, i sopravvissuti al pericolo di partire per i campi di concentramento per non dover tornare più, e i loro familiari. E’ il caso di Matilde Jonas, figlia di Giorgio, che infatti ci ha scritto sopra un libro. Si intitola la “Saga delle Colombe”, e rappresenta la ricostruzione dell’internamento a Villa la Selva del padre Giorgio, ricostruito dalla figlia Matilde sulla base degli appunti redatti dal primo durante la prigionia.

Medico ebreo ungherese, Giorgio Jonas viene internato a Villa la Selva per non aver ottemperato al decreto di espulsione degli ebrei susseguente alle leggi razziali del 1938. Il libro nasce grazie al ritrovamento fortuito, da parte della figlia, del diario di prigionia del padre e dal relativo album fotografico.

L’opera, che testimonia in maniera impietosa la dura. sebbene poco evidenziata, persecuzione razziale in Italia, è stato presentato alla presenza del sindaco di Bagno a Ripoli nel 2012, sempre in occasione della Giornata della Memoria, ed è edita da Passigli.

A Berlingaccio, chi ‘un ha ciccia ammazzi il gatto

Quello del titolo è classico modo di dire toscano, collegato alla ricorrenza che in area fiorentina viene appunto chiamata Berlingaccio: si tratta semplicemente del Giovedì Grasso, ovvero il giovedì che precede il “Mercoledì delle Ceneri”, ovvero la fine del Carnevale.

Posto in forma di esortazione, questo modo di dire si riferisce a periodi in cui la disponibilità alimentare era ben più limitata che oggi, e poteva quindi accadere che molti poveri non avessero di che festeggiare nemmeno per il Giovedì Grasso, giorno tradizionalmente dedicato, in antitesi alla Quaresima incipiente, alla gozzoviglia più sfrenata.

L’antico proverbio ci ricorda come la tradizione di mangiare a crepapelle per il Giovedì Grasso fosse talmente radicata che, chi non poteva permettersi niente di meglio, veniva invitato a sacrificare piuttosto il caro felino, secondo un uso che, in particolare, vedeva il gatto quale passabile sostituto, in tempi di magra, della carne e, più precisamente, del coniglio.

Carnevale

Scena di Carnevale, festa cui si riferisce la ricorrenza del Berlingaccio

Curioso ricordare che Beppe Bigazzi, co-conduttore all’epoca de “La prova del Cuoco” con Elisa Isoardi, venne sospeso dalla Rai per aver ricordato, citando il celebre proverbio in oggetto, come nel suo natìo Valdarno il gatto in umido fosse un piatto prelibato, da lui stesso mangiato un sacco di volte.

Appurato che il gatto, almeno in Toscana, si mangiava eccome, vuoi per propensione culinaria che per necessità di integrazione proteica, torniamo alla festa del Berlingaccio, la cui etimologia è piuttosto interessante. Secondo il Varchi, berlingaccio fa riferimento a situazioni in cui ci si diletta a “empiersi la bocca pappando e leccando”. Allo stesso modo, il verbo berlingare che ne costituisce la radice, significherebbe ciarlare avendo ben pieno il ventre ed essendo ben riscaldato dal vino.

Secondo quanto riportato nel Dizionario degli Accademici della Crusca, i più antichi scrittori riferivano il verbo berlingare alle donne come sinonimo di cinguettare, ovvero ciarlare frivolamente ma il Varchi ricordava come questa fosse caratteristica anche maschile, allorchè si ha piena la trippa e molto vino in corpo. Desumendo da queste testimonianze, sembra di poter dire che la parola berlingaccio incorpora i due atti d’obbligo del Giovedì Grasso (ovvere bere e ingollare leccornie a crepapelle).

La povertà diffusa nei tempi in cui la tradizione si è radicata rendeva talmente importante mangiare di grasso almeno una volta l’anno che non solo era d’obbligo cibarsi di carne (proibita in tempo di Quaresima ma soprattutto particolarmente rara durante tutto l’anno per i poveri), ma la festività era contraddistinta addirittura da uno specifico dolce, che da essa prendeva il nome: il berlingozzo.

Firenze batte Roma nei Musei più visitati

Nella lista dei Musei d’Arte più visitati al mondo, ce ne sono diversi di Firenze, e la Galleria degli Uffizi rappresenta in assoluto il museo italiano più visitato (dopo i Musei Vaticani che però, tecnicamente, appartengono a Città del Vaticano,  e non sono dunque un museo italiano).

Se visitate la pagina di Wikipedia dedicata alla “Lista dei Musei d’Arte più visitati del mondo”, la Galleria degli Uffizi di Firenze, primo fra quelli italiano, figura al 21° posto, sulla base dei volumi di visitatori rilevati nel 2012.

Nascita di Venere del Botticelli

La nascita di Venere del Botticelli, dipinto simbolo degli Uffizi

Gli altri musei fiorentini presenti nella prestigiosa lista sono:

  • Galleria dell’Accademia (dove si trova il David di Michelangelo): al 42° posto con 1.225.254 visitatori
  • Palazzo Strozzi: al 68° posto con 934.563 visitatori
  • Palazzo Pitti: all’87° posto con 742.184 visitatori

Con 4 Musei d’Arte nella Top 100 mondiale, Firenze batte alla grande Venezia (Palazzo Ducale) Trieste (Parco del Castello di Miramare), Milano (Castello Sforzesco), Napoli (Parco di Capodimonte) e Torino (Venaria Reale). Ma soprattutto, strano a dirsi, sopravanza Roma, che mette il suo primo museo d’arte al 71° posto (Castel Sant’Angelo), seguito dal Museo Centrale del Risorgimento (93° posto) e dal Complesso del Vittoriano (95° posto).

Firenze si conferma città regina in Italia per l’arte e questo ce lo potevamo aspettare: ciò che delude veramente è che il primo Museo d’Arte italiano sia piazzato solo al 21° posto, anche considerato che, davanti agli Uffizi troviamo, per esempio, due musei della Corea del Sud (12° e 15° posto) ed uno (7° posto) di Taiwan.

Finchè si tratta del Louvre, del British Museum o dell’Hermitage di San Pietroburgo, si può anche capire, ma quando davanti ai Musei d’Arte più famosi d’Italia trovi musei di Taiwan, coreani o anche solo il Museo Nazionale di Scozia, viene da pensare che in Italia c’è qualcosa che non va con il settore del turismo e della cultura, particolarmente importanti per la nostra economia. Decisamente una curiosità che fa riflettere.

Le tribolazioni della Nazione Ebraica Fiorentina: il funerale giudeo nel XVIII secolo

La consistente Nazione Ebraica Fiorentina ebbe a patire diverse tribolazioni, verso la metà del Settecento, a causa delle restrizioni imposte per motivi suntuari alle cerimonie funerarie: gli ebrei di Firenze, infatti, per motivi sia pratici che di zelo religioso si trovarono ad affrontare numerosi problemi e a presentare di conseguenza altrettante suppliche per ottenere l’esenzione dalle prescrizioni normative, nel trasporto che doveva avvenire sino all’allora Cimitero Ebraico, quello “lungo le mura” (oggi ne rimane soltanto la piccola porzione in Viale Ariosto).

Tutto ha inizio nel novembre del 1748, quando Vital Finzi, Samuel Bolaffi e Manuel Gallico, tre esponenti della comunità ebraica fiorentina, inoltrano una supplica alla “Sacra Cesarea Maestà” per ottenere una speciale dispensa dal “Bando sopra i Funerali”. Con tale provvedimento il Principe di Craòn, reggente per conto del Granduca di Toscana ed Imperatore d’Austria Francesco di Lorena, ordinava dall’una ora in là di notte, allo scopo di evitare le ostentazioni di lusso che i fiorentini manifestavano nel corso delle esequie, sfoggio che lo disgustava personalmente.

Sepolture della Nazione Ebraica di Firenze

La caratteristica sobrietà delle sepolture ebraiche dal Vecchio Cimitero fiorentino di Viale Ariosto

L’ora una di notte a Firenze significava un’ora dopo il tramonto. Le esequie dovevano quindi avvenire di notte, in modo che i fiorentini non potessero fare pompa delle loro ricchezze prendendo i funerali dei loro cari come pretesto. Gli ebrei fiorentini non potevano però accettare tali condizioni, e nella loro supplica elencano i motivi delle loro rimostranze.

La principale motivazione addotta riguarda i particolari divieti imposti dalla Legge mosaica: i rappresentanti fanno notare che, essendo vietato seppellire un ebreo il venerdì notte (in quanto già entrati nello shabbàt, in cui tale funzione è preclusa), “dandosi il caso di un ebreo morto il venerdì mattina, non potrebbero seppellirlo che il sabt notte, cosa che specialmente d’estate potrebbe causare sconcerto gravissimo”. Importante ricordare al proposito le già precarie condizioni igieniche disponibili nel ghetto, in cui quasi tutte le famiglie vivevano ammassate senza alcuno spazio da adibire a camere ardente.

Altra motivazione addotta riguarda l’onere in termini di fatica e spesa imposto dal bando: considerata l’ubicazione del cimitero lungo le mura fra porta Romana e Porta San Frediano, il corteo funebre sarebeb stato costretto, nottetempo, ad uscire dalla prima (all’epoca chiamata Porta a San Pier Gattolini) che si trovava a più di un kilometro di distanza dal ghetto, e a rientrare dalla seconda dopo un lungo e faticoso percorso che avrebeb comportato una ingente spesa per lumi e gabella di uscita e rientro a favore di tutti gli accompagnatori del funerale.

Infine, la supplica è motivata dal fatto, forse il più penoso che “di notte sarebeb purroppo esposta la Nazione (ebraica) a mille insulti della plebe insolente che senza il timore di essere scoperta mediante il favore della notte, se ne azzarderebbe, di che potrebbero nascere anche rissa e tumulti.”

Il Governo di reggenza accoglie la supplica della Nazione Ebraica esentandola dalla “Legge sulla Pompa” e stabilisce che “siano liberi di continuare il solito“. Nonostante questa preziosa concessione, ulteriori problemi sorgono con il Regio Editto del 2 gennaio 1777, che impone un intervallo di ventiquattr’ore fra la morte e il seppellimento: i rappresentanti della Nazione Ebraica fanno subito rimostranze sulla base della loro usanza di tumulare i morti nella stessa giornata del decesso.

Estensori di questa seconda richesta sono Isacco Pegna e Cesare Lampronti: per ovviare al pericolo di seppellimenti prematuri in caso di morte apparente, che costituiva la ratio della disposizione normativa, fanno notare che “l’uso della Nazione di lavare e aspergere il corpo del cadavere con acqua calda è uno dei principi prescritti per i casi di asfissia e morte apparente”. Il Governo fa però una controproposta, quella di mettere a disposizione della comunità ebraica una “stanza di deposito” per le 24 ore prescritte, e questa deve essere stata la soluzione definitiva, visto che non vi è risposta alla lettera sull’argomento che la Nazione Ebraica indirizza al Governo ancora il 17 marzo.

Le tribolazioni della comunità ebraica in fatto di esequie non finiscono però qui: nel 1780 sopravviene la necessità di richiedere una scorta armata per i funerali, che viene subito concessa come “tutte le volte che la Nazione Ebraica di Firenze richiederà l’assistenza della truppa civica per le loro funzioni o feste nel ghetto“. Nel 1789, poi, la comunità è costretta a richiedere di nuovo l’esenzione dai funerali notturni: questa volta però non viene concessa, a quanto si desume dalla mancanza di risposta alla supplica e dal fatto che, ancora nel 1834, viene concessa l’esenzione a pagare il pedaggio per passare le porte di notte, dalla Direzione della regia Dogana.

Le ondivaghe vicende della comunità ebraica di Firenze sono testimoniate molto bene anche dalla successione dei siti funerari che essa utilizzava in città, e principalmente dai due ancora esistenti: quello, ancora in funzione, di Caciolle, e quello monumentale, ma non più in uso, di viale Ariosto. Ma l’argomento è sufficientemente vasto da richiedere specifici approndimenti.

L’inventore della “Via Crucis” e la “solitudine dell’Incontro”

Inventore è dire troppo, ed è anche parola non perfettamente calzante quando si parla di un rituale liturgico come la “Via Crucis”. Tuttavia rende bene l’idea del ruolo svolto da San Leonardo da Porto Maurizio, il santo ligure che notevoli tracce del suo passaggio e della sua opera ha lasciato nei dintorni di Firenze.

A lui si deve infatti, se non propriamente “l’invenzione” della Via Crucis, quantomeno l‘ideazione del moderno concetto di Via Crucis e la propagazione di questa pratica devozionale fra i fedeli, oltre che la collocazione personale di almeno un centinaio di questi cicli religiosi.

Come è facile immaginare, forme di devozione che ripercorrevano le tappe della Passione di Gesù sono molto più antiche rispetto all’opera di San Leonardo, che vive e predica a cavallo fra Seicento e Settecento (1676-1751): in effetti il concetto di Via Crucis nasce nell’ambiente che ruota attorno a San Francesco d’Assisi, o comunque ai primi francescani, ovvero nella prima  metà del Duecento.

Inizialmente tuttavia, si tratta di qualcosa di molto più impegnativo: la Via Crucis originale infatti, consisteva nel pregare e meditare ripercorrendo le vere tappe che il Cristo aveva percorso durante la Passione. In altre parole, “fare la Via Crucis” significava in origine fare “quella vera”, cioè recarsi in Palestina e ripercorrere i passi delle ultime ore della vita di Gesù: una forma di devozione di particolare impegno e sacrificio, paragonabile a quella che ancora oggi compiono i musulmani recandosi in pellegrinaggio (Hajj) alla Mecca per ripercorrere e “rivivere” gli eventi salienti dell’Islam.

Pratica di raccoglimento sul sacrificio del Cristo, ma allo stesso tempo momento di edificazione dottrinale e di forte coinvolgimento emotivo per il popolino, la Via Crucis come oggi la conosciamo viene diffusa in Europa dai Minori Francescani, proprio in quanto custodi dei Luoghi Santi in Palestina, e rappresenta la soluzione all’enorme problema, sia in termini logistici che economici, di dover andare in Palestina. Cosa che ancora oggi, con i trasporti moderni, risulta estremamente impegnativa oltre che piuttosto pericolosa (figurarsi all’epoca).

San Leonardo dunque, da buon minorita, non fa che riprendere una antica e radicata tradizione del suo Ordine religioso e predicarne la devozione nelle contrade in cui si reca: la sua predicazione in favore della pratica della Via Crucis ottiene un tale successo (grazie alle eccellenti doti oratorie di Leonardo), che il pontefice Benedetto XIV, nel 1741, dovette imporre il limite massimo di una Via Crucis per parrocchia, allo scopo di evitare la diffusione incontrollata di questo rito devozionale.

La figura di san Leonardo, che come accennato, è rimasta famosa nella storia per la sua notevole capacità di oratore e per il suo impegno nella diffusione della Via Crucis, è legata a doppio filo a Firenze e alla Toscana: nella nostra regione, infatti, il santo esplicò buona parte della sua missione religiosa, con particolare riferimento alle zone di Lucca e Pistoia, dove svolge il proprio apostolato negli anni 1743-44, prima di passare dalla Toscana in Corsica.

Convento di San Francesco all'Incontro

Vista aerea del convento di San Francesco sul poggio dell’Incontro

Il monumento che più di ogni altro lega la figura di questo Santo alla Toscana è però a Firenze: si tratta del convento di San Francesco all’Incontro, che si trova attualmente nel Comune di Bagno a Ripoli, a pochi kilometri dalla città gigliata.

Il pre-esistente edificio (la chiesetta e la torre di epoca longobarda), dedicato a San Macario, viene donato a Leonardo dal Granduca Cosimo III de’ Medici. Il predicatore minorita ne prese possesso il 25 marzo 1716, onde fondarvi un ospizio francescano. L’edificio fatto erigere da San Leonardo era estremamente spartano, con cellette minuscole e non intonacate. I lavori si concludevano il maggio del 1717 grazie all’aiuto dei benefattori.

La facciata della chiesa del convento di San Francesco all'Incontro

La facciata della chiesa del convento di San Francesco all’Incontro

Come risulta dalle sue lettere, San Leonardo chiamava questo convento una “solitudine”, in virtù della sua posizione isolata sulla collina dell’Incontro, sulla riva sinistra dell’Arno, fuori da qualsiasi centro abitato: il santo amava particolarmente questi dintorni, dove poteva dedicarsi interamente alla sua missione grazie all’assenza di distrazioni e tentazioni. Purtroppo, la “solitudine dell’Incontro” è oggi la ricostruzione novecentesca dell’edificio francescano, a seguito della completa distruzione derivante dai bombardamenti subiti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Villa e giardino di San Leonardo in Palco

La villa e il giardino del Palco, a Prato: è da sempre conosciuta come “San Leonardo in Palco” per il soggiorno nella villa del grande predicatore

La memoria di San Leonardo da Porto Maurizio è presente nei dintorni di Firenze anche grazie al suo soggiorno nei pressi di Prato, sul poggio della Retaia, presso la monumentale villa del Palco in riva al Bisenzio. La grandiosa residenza, costruita per volere del ricchissimo mercante Francesco Datini, e concessa poi all’Ordine Francescano che la trasformerà in in convento nella seconda metà del Quattrocento, è conosciuta da sempre come “Villa di San Leonardo in Palco” proprio per il soggiorno del grande predicatore in questo luogo.

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