Le colline di Firenze: il “paradiso” delle università americane
Firenze, quale città turistica per antonomasia, viene presa d’ assalto ogni anno da milioni di turisti, molti dei quali sono, da sempre, americani. E americani sono in prevalenza i turisti che decidono di soggiornare alcuni mesi nel capoluogo toscano per frequentare una delle numerose scuole di arte o di lingua italiana, magari lavorando al contempo nei bar e nei ristoranti del centro storico.
Allo stesso modo, è risaputo che le colline che circondano la città sono da molti secoli luogo di elezione per la costruzione di ville principesche allo scopo di usufruire della meravigliosa posizione panoramica e dell’ inimitabile contesto naturale di questi poggi in leggero declivio.
Se mettete assieme le due considerazioni, siete ad un passo dalla curiosità su Firenze della quale parlo oggi: ovvero, della straordinaria densità di ville nobiliari disseminate sulle colline di Firenze, utilizzate da alcune delle più prestigiose Università americane come sedi estive per i loro iscritti.
Così, tanto per cominciare dal top, l’ antica villa “La Pietra”, già possesso della ricchissima famiglia dei Capponi, è oggi sede della prestigiosa Università di New York. La villa si trova sulla via Bolognese, l’ antico tracciato che congiunge da secoli Firenze al capoluogo emiliano scavalcando il Mugello ed il Passo della Futa. La villa è collocata sul poggio che separa i torrenti Mugnone e Terzollina, ed è attorniata da una quantità di altre meravigliose ville nobiliari.
Per rimanere alla via Bolognese, rammento la presenza anche, presso Villa Finaly, della sede a Firenze dell’ Università di Parigi. La villa, un tempo proprietà, fra le altre, delle nobili famiglie Giugni e Davanzati, ospita infatti il distaccamento in Toscana della famosissima università della Sorbona, che merita la citazione sebbene dedicata di preferenza, ovviamente, ai francesi e non agli americani.
Si prosegue con la Georgetown University, ateneo privato di Washington retto dai Gesuiti, che sorge presso Villa “Le Balze”, lungo la via Vecchia Fiesolana. Sebbene risalga ai primi del Novecento, questa villa costruita alla maniera tardo-rinascimentale si integra perfettamente con il contesto architettonico delle ville più antiche, come la vicinissima Villa Medici.
Una delle più belle ville dei colli fiorentini, in cui ha sede un college americano, è sicuramente Villa “I Tatti”, che sorge in via di Vincigliata: un tempo appartenente alla famiglia degli Zati, fu ceduta nel Novecento prima a John Temple Leader, il famoso collezionista che aveva ristrutturato il castello di Vincigliata, e poi a Bernard Berenson, insigne storico dell’ arte che a lungo studiò il patrimonio artistico di Firenze. Oggi la villa appartiene alla prestigiosa Università di Harvard, che vi ha installato il suo Centro di Storia del Rinascimento Italiano.
La carrellata odierna si conclude con la Villa “Il Ventaglio”, con ingresso in via delle Forbici, nella zona posta sul fianco del poggio di Fiesole che prende il nome di Camerata. Qui ha sede l’ Università Internazionale dell’ Arte che, diversamente dalle precedenti, è frequentata da studenti di decine di paesi diversi che provengono non solo dall’ America o dall’ Europa, ma da tutto il mondo.
Interessante osservare come le ville di cui abbiamo parlato siano pervenute in possesso delle varie università americane: molto spesso, l’ ultimo proprietario, generalmente un appassionato di arte e di cultura, desiderando tramandare la propria passione ai posteri, destinava la propria villa ad una università affinchè la tenuta rimanesse sede di un centro di approfondimento della storia e dell’ arte di Firenze. E’ il caso ad esempio di villa “La Pietra”, che fu destinata all’ Università di New York con testamento di sir Harold Acton, e di villa “I Tatti”, che passò similmente alla Harvard University per volere di Bernard Berenson. Allo stesso modo, fu la figlia di Charles Strong, ultimo proprietario delle “Balze”, a regalare la villa alla Georgetown University in esecuzione delle ultime volontà del padre.
Le ville straniere, e soprattutto quelle americane, a Firenze, sono molto più numerose di quelle indicate, e molte di esse sorgono nelle zone più prestigiose del centro storico di Firenze, spesso in palazzi di grande valore artistico. Ragion per cui, merita senz’ altro la pena di tornare più avanti sull’ argomento delle Università straniere del centro storico, con un nuovo articolo di curiosità per intenditori.
Dov’ è nato il Boccaccio? Indagine sul vero luogo di nascita dell’ autore del Decameron
Aprendo qualsiasi enciclopedia si ricava che il famoso autore del Decameron, Giovanni Boccaccio, nacque a Certaldo, paese della campagna valdelsana nei cui dintorni la sua famiglia sicuramente affondava le proprie radici. La onnipresente ed onnisaccente Wikipedia fa invece, in maniera apprezzabile, un piccolo sforzo in più, riportando come sia stata avanzata nel tempo l’ ipotesi che il Boccaccio fosse nato a Firenze.
Di sicuro sulla nascita dell’ eccelso novelliere c’è che si è persa la memoria storica del suo effettivo luogo di nascita, ragion per cui si è tentato nei secoli di stabilire se Giovanni nascesse a Certaldo, a Parigi ovvero a Firenze. E, anticipando le conclusioni di questo articolo, dirò che l’ ipotesi “Certaldo” è quella meno fornita di fondamento.
Incominciamo con l’ esporre l’ astuta metodologia utilizzata dagli storici per individuare dove nascesse il Boccaccio: si parte cercando di determinare in maniera la più precisa possibile la data di nascita, cercando poi di desumere dalle opere di Giovanni Boccaccio o da altri documenti o notizie a disposizione dove si trovavano i suoi genitori in quell’ epoca.
La principale tesi opposta a quella sostenuta della nascita a Firenze è che Giovanni nascesse in Parigi da una ragazza conosciuta ivi da suo padre Boccaccio, che, mercante, era spesso nella capitale francese per ragione di commercio. A sostegno di questa tesi si riporta quanto sostenuto dallo stesso Giovanni nel Libro IX dei suoi Casi degl’ Illustri infelici, in cui, parlando della morte di 59 Templari e del loro Gran Maestro Jacques de Molay, afferma che il padre vi fu presente. Il rogo dei primi e del secondo si verificarono sì a Parigi, ma il primo nel 1310 ed il secondo nel 1314: nulla si sa del periodo intermedio, senza contare che il padre del Boccaccio, per la sua professione faceva frequenti viaggi a Parigi ma ciò non significa che vi risiedesse in via continuativa.
In secondo luogo, a favore della nascita a Parigi si riporta un passo dell’ Ameto, in cui il protagonista dice a Fiammetta “io, nato non molto lontano dai luoghi onde trasse origine la tua madre… “. Supponendo che Giovanni Boccaccio celasse sè stesso le spoglie del pastore Ameto e Maria d’ Acquino sotto quelle di Fiammetta, risulterebbe che il poeta nacque in Francia, visto che la madre di Maria-Fiammetta era per l’ appunto francese. D’ altra parte, la tesi che Giovanni Boccaccio parlasse della sua biografia per bocca di Ameto è oggi ampiamente superata.
Con questa premessa, mi piace ripercorrere la famosa lezione letta dall’ erudito Luigi Fiacchi il 12 giugno 1821 innanzi agli Accademici della Crusca, con la quale egli tenta di dimostrare, direi con qualche profitto, che proprio a Firenze appartiene la gloria di aver dato i natali a Giovanni Boccaccio.
Si inizia dicendo che il Petrarca, amico e contemporaneo di Giovanni, afferma di essere nato nove anni prima di lui; e di sè stesso dice di essere nato il 20 luglio 1304. Ragion per cui la nascita del Boccaccio va collocata attorno al mese di luglio del 1313 dato che, se il mese non fosse stato di quelli estivi, ma più distante, il Petrarca avrebbe aggiunto verosimilmente un “all’ incirca (nove anni)”.

Giovanni Boccaccio dipinto da Andrea del Castagno: si tratta di una delle figure tratte dal Ciclo degli Uomini Illustri della Villa Carducci di Legnaia
Prosegue il Fiacchi nell’ esposizione della sua tesi riportando una memoria del giorno 10 ottobre 1318, tratta dall’ Archivio delle Riformagioni, in cui si dice che Boccaccio di Chelino (padre di Giovanni) ed il fratello Vanni abitavano nel Popolo di San Pier Maggiore, ed ivi pagavano le imposte da più di quattro anni.
Riporta inoltre, sulla parola del Gherardi (Villeggiatura di Maiano), che Boccaccio di Chelino, lasciata la sua patria di Certaldo, avesse comprato una villetta nel suburbio fiorentino, presso il borgo di Corbignano; dopodichè, avrebbe comprato nel 1314 una casa nell’ allora via Santa Maria presso Porta alla Croce.
Questo coincide con le risultanze della suddetta memoria, dalla quale risulta che Boccaccio risiedeva in Firenze da prima dell’ ottobre del 1314 (nell’ ottobre 1318 vi abitava infatti, come abbiamo visto, da più di quattro anni). A quell’ epoca il bambino aveva all’ incirca un’ anno, ragion per cui, argomenta il Fiacchi, è ben improbabile che un lattante quale Giovanni doveva essere a quell’ età potesse sostenere il viaggio da Parigi a Firenze, che si percorreva all’ epoca interamente a cavallo. Nè d’ altra parte, è plausibile che il padre lo lasciasse presso la madre a Parigi, visto che non era un mercante di facoltà tali da potersi permettere tale spesa.
D’ altra parte, si ritrova negli archivi papali del periodo avignonese, la dispensa che Giovanni Boccaccio dovette ottenere per farsi chierico, in qaunto nato da matrimonio illegittimo. Stando così le cose, non si capisce come, ristando Boccaccio e la giovane parigina presso la capitale francese, la famiglia di lei non avesse provveduto a vendicarsi fieramente del disonore patito, o comunque a indurre Boccaccio alle nozze riparatrici.
Appare molto verosimile dunque, che, seppure nato di madre parigina, Giovanni avesse tuttavia i natali presso il borgo di Corbignano, in quella villa, ancora oggi famosa per la dimora dell’ augusto poeta, che Boccaccio suo padre aveva acquistato per allogarvi la compagna, allo scopo di non creare malcontento nel fratello Vanni con il quale aveva in comune la casa di via Santa Maria. E’ la soluzione più credibile, cioè, che Boccaccio avesse portato la ragazza parigina a Firenze, per sottarre sè e la ragazza, magari già incinta, alle vendette della di lei famiglia.
Stabilito che Giovanni Boccaccio nacque con ogni probabilità nel piccolo borgo di Corbignano di Firenze, sulle colline presso Settignano, vorrei spendere qualche parola sull’ equivoco che ha generato la lunga credenza che Giovanni Boccaccio fosse nat0 a Certaldo. In effetti l’ unica prova a sostegno di questa tesi antiquata è la lapide sepolcrale del poeta, da lui stesso dettata, in cui si dice “Patria Certaldum”: patria in questo contesto non include il luogo di nascita o di residenza, bensì il paese avito dal quale la sua famiglia aveva avuto origine.
E’ peraltro lo stesso Giovanni Boccaccio che, nel suo Libro dei Fiumi, parlando dell’ Elsa, dice che i suoi antenati ebbero origine in Certaldo, fintanto però che essi non furono ascritti alla cittadinanza fiorentina, sicchè da allora in poi, si deve desumere, Certaldo non fu più terra natale dei suoi.
Il borgo di Corbignano, memorie del Boccaccio sui colli fiorentini
Il piccolo borgo di Corbignano, che vanta illustri trascorsi storici, come si dirà immediatamente appresso, è oggi un piccolo agglomerato di case dell’ antico popolo di san Martino a Mensola, che sorse originariamente attorno a quella che viene ricordata come villa di campagna del Boccaccio.
Dei fasti di Corbignano resta oggi memoria nella toponomastica viaria, dato che, proprio al confine col Comune di Fiesole, esiste ancora oggi una Via di Corbignano, che si diparte da Via di Vincigliata. La strada conduce infatti al piccolo borgo omonimo, situato sul declivio di un poggio nei pressi di Settignano, fra i torrenti Mensola e Fossataccio.
Come preannunciato nel titolo dell’ articolo odierno, il borgo deve la sua maggiore rinomanza al fatto che Giovanni Boccaccio vi abitò nella Villa annessa al podere detto del Buonriposo, che apparteneva a suo padre Boccaccio di Ghellino (o Cellino). Il che indica chiaramente come il poeta, sebbene originario di Certaldo, derivasse da una schiatta di rilievo, che a Firenze abitava stabilmente e non senza fortuna economica e politica.
I principali meriti di questo borgo sono riepilogati in una targa marmorea, installata nel 1917, che recita:
Dalla gente romana dei Corvini
ha nome questo Borgo
dove nel podere paterno di Buonriposo
crebbe Giovanni Boccaccio
e dove ebber vita due secoli dopo
in queste case che furono de’ Betti
Giovanni Antonio e Andrea
di Giusto
architetti e scultori insigni
che la Francia volle far suoi
chiamandoli Les Justes
come se d’una nazione
e non del mondo tutto
fosse patrimonio il genio

Dettaglio della lapide di Corbignano che riporta gli italiani illustri che dimorarono in questi dintorni
L’ iscrizione ricorda giustamente come i tre fratelli Giovanni, Antonio e Andrea di Giusto Betti, autori fra l’ altro del magnifico monumento funebre del re Luigi XII e Anna di Bretagna nella cattedrale di Saint Denis vicino Parigi, furono lungo tempo ritenuti francesi a tutti gli effetti con il nome di Justes: si deve agli studi genealogici di Gaetano Milanesi se, nell’ Ottocento, gli artisti furono riconosciuti come nativi del borgo di Corbignano presso Firenze ed il loro cognome francese, Justes, ricondotto al primigenio Giusti (ossia “di Giusto”, dal nome del padre).
A sottolineare però la inclita bellezza di questi luoghi, che attirarono per questo schiere di artisti e personaggi illustri, sono state poste anche, sull’ angolo fra via di Corbignano e via di Vincigliata, due lapidi marmoree che ricordano in sequenza le maggiori personalità, italiane e straniere, che abitarono questi dintorni. Fra gli italiani, vale la pena rammentare, oltre ai Giusti ed al Boccaccio, D’ Annunzio e la Duse, che soggiornavano nella vicina villa della Capponcina, gli scultori Desiderio da Settignano, Antonio e Bernardo Rossellino, nonchè il grande Michelangelo, che visse qui da piccolo.

Le due iscrizioni recanti i nomi dei personaggi celebri, italiani e stranieri, di Corbignano: si trovano asull’ angolo tra via di Vincigliata e di Corbignano.
Fra gli stranieri, soggiornarono nei dintorni di Corbignano Mark Twain, Edward Hutton, che visse a lungo nella casa di Boccaccio e ne scrise una importante biografia e Bernard Berenson, famoso collezionista d’ arte che elesse a dimora Villa i Tatti, oggi sede dell’ Università di Harvard.
Questo borgo le cui radici affondano addirittura all’ epoca romana, ha rischiato nel 1990 di essere trasformato in un impianto residenziale moderno, dopo che una società aveva acquistato tutti gli appartamenti del paese per rivenderli in blocco previa completa ristrutturazione, e dunque stravolgedoli quanto al loro valore storico ed artistico. Il Borgo di Corbignano ed i suoi dintorni è dunque una di quelle emergenze artistiche e paesaggistiche che meritano una tutela particolare, non foss’ altro per mantenere la memoria di quei luoghi, molti dei quali risultano descritti nel Ninfale Fiesolano e nel Decameron del Boccaccio.
Strade di Firenze dai nomi obsoleti
Firenze è una vera e propria miniera di curiosità per gli studiosi o i semplici appassionati di toponomastica, grazie alla quantità sbalorditiva di nomi delle strade dall’ incerta derivazione. Grazie alla sua lunga ed intensa storia, Firenze presenta infatti toponimi particolarmente elaborati quanto alla ricostruzione della genesi che li ha originati, basti pensare alla centralissima via di Calimala, della quale non si sa più con certezza coa volesse significare.
Un caso a parte è invece quello delle strade il cui nome è diventato oblsoleto a seguito, ad esempio, delle più recenti vicende storiche: è il caso di una zona di Firenze ben delimitata, ossia quella compresa fra via Varlungo, Viale Europa e l’ Arno, in cui le strade sono denominate con nomi di nazioni e paesi tratti dalla geografia politica. Cambiando questa, alcuni nomi sono divenuti inattuali, lasciando al visitatore un bizzarro effetto di straniamento.
Così, una delle principali vie della zona si chiama via Unione Sovietica, mentre ci sono due altre strade di minori proporzioni, nelle immediate vicinanze di questa, che si chiamano rispettivamente via Jugoslavia e via Cecoslovacchia. Come noto, si tratta di tre nazioni che non esistono più dagli anni ’90, quando si sono disgregate in Stati nazionali di minori dimensioni. Mentre l’ Unione Sovietica si è frantumata nella Russia e nelle numerose altre nazioni caucasiche ed asiatiche, oggi riunite nella Comunità degli Stati Indipendenti (C.S.I), la Cecoslovacchia e la Jugoslavia si sono suddivise sulla base deli differenti gruppi nazionali: si sono così formate da una parte Republica Ceca e Slovacchia, dall’ altra Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia e Kosovo.
E’ strano come la persistenza di queste denominazioni relative a Stati non più esistenti, sebbene scomparsi solo recentemente, susciti talvolta la strana sensazione di trovarsi di fronte a residuati storici in tutto simili alla Persia, alla Mesopotamia o al Regno delle Due Sicilie.
Al momento non si conosce quale sia la risoluzione in merito dell’ Amministrazione Comunale rispetto ai nomi obsoleti delle strade, del tipo di quelli presentati, quello che è sicuro è che per adesso non sono ancora stati cambiati. Il problema, paradossalmente, è che, se via Unione Sovietica può essere verosimilmente mutato in via Russia senza destare lamentele, negli altri due casi il Comune si troverebbe a dover fare torto in ogni caso agli Stati esclusi. Ove cambiasse Via Cecoslovacchia in via Slovacchia, si può immaginare che i cechi non la prenderebbero bene. Forse la cosa più semplice da fare è cambiare del tutto il nome della via a favore di un paese completamente diverso, magari intitolandolo davvero a paesi scomparsi come Persia e Magna Grecia, almeno quelli non cambiano più.
Residenze d’ epoca riattate ad uso commerciale
Il tema di oggi è un pò particolare: mi è venuto in mente, visto l’ elevata frequenza della casistica, di fare una piccola rassegna degli edifici e residenze storici che, decadute dopo gloriosi trascorsi, sono state ristrutturate e trasformate per servire quando come hotel, quando come resort, quando come saloni per ricevimenti e matrimoni.

Sala Belvedere della Villa dell' Ombrellino di Bellosguardo: una sala all' aperto fra le tante del prestigioso Centro congressi
Molto spesso queste residenze appartenenti ai più bei nomi dell’ aristocrazia fiorentina e non solo, divengono nel tempo troppo costose da mantenere: ecco allora che i proprietari, seguendo l’ illustre esempio dei duchi inglesi nell’ era Thatcher, si fanno imprenditori ed aprono al pubblico, purchè scelto. I casi sono i più svariati, quindi vediamo qual’ è stata la sorte delle più importanti residenze d’ epoca riportate a nuova vita con l’ apertura al pubblico.
Partirei dalla Villa dell’ Ombrellino, la magnifica costruzione con parco che si affaccia sul culmine della collina di Bellosguardo. Essa vanta una sequela di ospiti di riguardo lunghissima: da Galileo a Foscolo, da Fenimore Cooper a Lawrence, troppo lungo sarebbe ricordare tutte le personalità che sono transitate per questa tenuta costruita in ogni dettaglio per stupire gli astanti. Ad oggi è trasformata in Centro Congressi e Sala Ricevimenti per banchetti, ovviamente, di gran lusso, come merita la sua inclita collocazione.
Il borgo natìo di Monsign0r Giovanni della Casa, nei dintorni di Borgo San Lorenzo è stato invece trasformato in resort con Spa a quattro stelle: hotel di lusso e centro benessere sono accompagnati da una serie di altri servizi di altissimo livello, quali degustazioni a base di tartufo bianco pregiato, degni dell’ autore del “Galateo delle buone maniere“. Anche se i più non lo sanno, Giovanni fu detto “della Casa” proprio perchè nato presso “La Casa”, piccolo borgo del Mugello.

La sala Affrescata di Villa il Garofano a Camerata: viene utilizzata per banchetti di nozze e altre cerimonie
Passiamo quindi alla villa il Garofano di Camerata, sulle pendici di Fiesole, che vanta l’ essere stata proprietà e luogo di villeggiatura nientemeno che di Dante Alighieri. La villa, riportata all’ antico splendore dai Bondi, che la possedevano nel corso dell’ ’800, accoglie oggi nelle sale, nel giardino e nel chiostro cerimonie, banchetti e pranzi di lavoro.
Molto gettonata per i banchetti di matrimonio è anche il celebre Albergaccio di Sant’ Andrea in Percussina, appena fuori Firenze sulla via Cassia, che fu proprietà e rifugio di Niccolò Macchiavelli nel corso del lungo esilio che lo tenne lontano dalla politica fiorentina. La casa di campagna del Machiavelli è oggi anche un apprezzato ristorante lungo il vecchio tracciato della Cassia, quello che attraversava la fitta boscaglia degli Scopeti dopo aver scavalcato l’ antichissimo Ponte di Falciani.
Un caso lievemente differente dai precedenti è quello dello Spedale del Bigallo, fondato originariamente sulla Via Aretina prima del trsferimento in Piazza San Giovanni a Firenze. L’ antichissimo edificio medioevale viene oggi utilizzato come Ostello della Gioventù ma anche per cerimonie di matrimonio. Ambienti sobri ma di grande suggestione si possono trovare presso questa pluricentenaria costruzione posta sul colle dell’ Apparita, negli immediati dintorni di Bagno a Ripoli.
La Villa di Dante Alighieri a Camerata
Tanti sono i luoghi della città di Firenze legati alla memoria di Dante Alighieri, forse il suo più insigne concittadino. Alcuni francamente troppo inflazionati, come la Casa di Dante nel borgo di San Martino al Vescovo o il leggendario “sasso di Dante” nei pressi del Duomo; o, ancora, la chiesa di Santa Margherita, nella quale il Sommo Poeta sposò Gemma Donati e, secondo la tradizione, avrebbe visto per la prima volta la sua musa ispiratrice, ovvero Beatrice Portinari.
E’ per questo che vado oggi a proporre uno dei luoghi di dantesca memoria, sì, ma di quelli dei quali non si parla mai, e che anzi i più nemmeno ricollegano all’ autore della Commedia. Sto parlando di una magnifica villa, posta sul fianco delle alture di Fiesole, salendo dal Viale Volta, nella zona detta “Camerata”: questo edificio, compreso fra via delle Forbici e via della Piazzola si chiamava un tempo Villa il Garofano o “Gherofano” come si dice da queste parti, e le cronache la ricordano per essere stata patrimonio della famiglia Alighieri, oltre che luogo di villeggiatura del Divino Poeta.
Non solo, come si tramanda, questa villa appartenne a Dante Alighieri, ma dal patrimonio di questa famiglia passò, ironia della sorte, ai Portinari, ossia proprio alla famiglia di Beatrice. Avvenne infatti che, in occasione di certe sistemazioni d’ interesse fra i figli ed il fratello di Dante, la villa fosse alienata nel 1332 a Giovanni ed Accerrito di Manetto Portinari.
La villa è celebre fra gli intenditori di architettura per la bellezza del cortile di carattere medioevale con doppio ordine di logge e con un antico pozzo dove sono scolpite le armi dei Portinari.

Veduta frontale del porticato della Villa il Garofano di Camerata, come appare dopo la completa restaurazione
Casomai ci fossero dubbi sulla effettiva appartenenza della Villa e del relativo podere a Dante Alighieri, ecco che il Carocci, nella sua fondamentale opera I dintorni di Firenze, riporta un documento proveniente dallo Spedale di Santa Maria Nuova, che recita:”A dì 26 settembre 1408, gli esecutori testamentari di Bonifazio del fu Ormanno Cortigiani, per pagare i debiti, vendono ad Andrea di Giovanni del Gallo intagliatore, una delle due parti d’ un podere e torre diroccata in Camerata per 120 fiorini d’ oro. Detto podere si dice il podere di Dante Alighieri“.
A ricordo perenne dei gloriosi trascorsi della villa, il Garofano è oggi adorno, quasi al congiungimento con via della Piazzola, di una targa marmorea apposta dal Comune di Fiesole il 14 maggio 1865 che ricorda la passata appartenenza a Dante Alighieri.
Le curiosità non finiscono qui: tanto per dirne una, ci sarebbe da argomentare sulle origini del toponimo Camerata, luogo in cui sorge la Villa del Garofano. E, sebbene l’ opinione prevalente faccia derivare il termine da Camartis, ovvero dalla contrazione di Campus Martis, l’ argomento merita ben altro approfondimento. Altra curiosità, è che la Villa il Garofano, o Garofalo, oggi completamente ristrutturata, fa parte di quella nutrita schiera di dimore storiche usate per ricevimenti, in occasione di matrimoni, convegni etc..
Nomi storpiati alla fiorentina: da Stradano al Giambologna
Una caratteristica ben nota dei fiorentini è da sempre quella di storpiare e “fiorentinizzare” i nomi degli stranieri che, ieri come oggi, affollavano la città di Firenze per i più svariati motivi. La storia di Firenze è infatti ricca di nomi di artisti e studiosi passati alla storia con un nome che non è il loro: e molti si stupiscono quando vengono a conoscenza del vero nome di origine, tanto è diverso nella fonetica e nel significato da quello arbitrariamente assegnatogli.
Il primo e più eclatante esempio che corre alla mente è quello del grande artista che tutti conoscono come Giambologna: chi può immaginare nome più nostrano di questo, con la sua scoperta assonanza con la famosa città emiliana? Eppure il grande artista, che ha lasciato a Firenze, fra le altre, opere come il Gigante dell’ Appennino e il Diavolino dei Vecchietti, nacque nella provincia che corrisponde attualmente al Belgio vallone e si chiamava in realtà Jean Boulogne.
Non è però un caso isolato: altro caso eclatante è quello del famoso condottiero John Hawkwood. Questi, stato lungo tempo al soldo dei Pisani, rappresentò per anni una fiera minaccia per la città di Firenze, prima di essere conquistato dal tintinnare dei fiorini d’ oro. Passato al soldo di Firenze fu parimenti valentissimo condottiero, tanto da meritarsi l’ affresco sulla parete sinistra del Duomo, dipinto da Paolo Uccello, che lo ritrae a cavallo. I fiorentini, alle prese con l’ ostica dizione del nome anglosassone, videro bene di storpiare il suo nome in quello di Giovanni Aguto o Acuto, per assonanza con la pronuncia del suo nome originale. E in questo modo è designato anche nell’ affresco citato, in cui viene nominato infatti “Iohannes Acutus”.
Senza andar per le lunghe, riporto qui altri casi veramente notevoli di questa usanza nostrana: gli annali riportano quali “vittime” della sistematica storpiatura il pittore Jan Van der Straet, fiammingo, e ribattezzato a Firenze Giovanni Stradano, nonchè lo scienziato ed ecclesiastico Niels Stensen (cui è intitolata l’ omonima Associazione culturale), che abitò lungo tempo a Firenze e fu in quattro e quattr’ otto ribattezzato Niccolò Stenone.
A conclusione della curiosa rassegna, riporto un caso anomalo rispetto a quelli elencati in precedenza: quello del famoso condottiero Pippo Spano, uno dei personaggi principali rappresentati nel Ciclo degli Uomini Illustri di Andrea del Castagno. Questi, che si chiamava Filippo degli Scolari Buondelmonti, di ricca e nobile casata, ricevette il titolo onorifico di ispàn come condottiero del Regno di Ungheria, ed ecco che i suoi concittandini ne tramandarono la memoria “fiorentinizzando” l’ appellativo da lui ricevuto. Così, Filippo l’ Ispàn è passato alla storia come Pippo Spano.
Il miracolo della Madonna in Piazza Padella
Gli eventi miracolosi legati alla Vergine Maria, verificatisi a Firenze, sono veramente molteplici, e testimoniano della grande devozione nei confronti della Madonna in una città che, non a caso, ha dedicato il Duomo a Maria. Basta ricordare, fra gli altri, gli episodi miracolosi avvenuti secondo la tradizione durante l’ incendio di Orsanmichele, nella piazzetta della Madonna della Pace e nel corso della vicenda legata alla condanna a morte di Antonio Rinaldeschi.

Facciata della chiesa di San Gaetano e Michele a Firenze: la piazzetta della Padella e la stufa omonima furono inglobati nell' edificio di questa chiesa
Il miracolo in questione è legato ad un toponimo e ad un edificio non più esistenti: Piazza della Padella era una piazzetta compresa nel rione del Mercato Vecchio, in epoca precedente al Risanamento ottocentesco ed alle conseguenti demolizioni e ristrutturazioni. In questa piazzetta, si trovava una delle numerose stufe della città, detta appunto di piazza Padella, o degli Obizzi, dal nome della famiglia che la possiedeva. Erano queste stufe il corrispondente delle terme romane, ovvero i bagni pubblici dove chiunque poteva, pagando un ingresso, prendere il bagno nelle vasche di acqua riscaldata (ecco perchè il nome di stufe).
La particolarità di questa stufa consisteva nel fatto che, oltre che come bagno pubblico, era conosciuta pubblicamente come bordello, ovvero com eluogo frequentato da prostitute: tanto più famoso in quanto aveva resistito anche al periodo del “terrore savonaroliano”. Tutti sapevano che alla stufa di Piazza della Padella ci sia andava non solo per andare al bagno ma anche per “altri bisogni corporali” ed in questo la Firenze medioevale nulla aveva da imparare dalla modernità odierna.
Giusto di fronte all’ ingresso della Stufa di Piazza della Padella esisteva, guarda caso, un tabernacolo con un’ immagine della Madonna. La scelta di quella specifica stufa per l’ esercizio della prostituzione, in effetti, non doveva essere stata casuale: i lumini che adornavano le immagini sacre erano allora l’ illuminazione stradale pubblica di oggi, dunque è probabile che quella luce nel buio della notte servisse ai clienti delle prostitute addirittura come “insegna” della famosa stufa.
A quanto si racconta, la sera del 13 novembre 1427 l’ immagine della Madonna, come in segno di tangibile riprovazione per i turpi commerci che avvenivano proprio innanzi il tabernacolo, aveva chiuso gli occhi. Il fatto scatenò una tale impressione nel popolo che addirittura la Signoria inviò il Cancelliere a sincerarsi dell’ accaduto. Tanto fu il concorso di popolo, la cui devozione, come al solito, richiedeva nientemeno che il miracolo per eccitarsi, che non era più possibile passare da via Salicciuoli, dalla piazza degli Agli, dal chiasso dei Buoi, dal canto dei Guidalotti e dal chiasso della Padella, tutti vicoli e slarghi nei dintorni del tabernacolo.
Per evitare che la folla, resa fanatica dal prodigio, desse l’ assalto ai locali, la Stufa di Piazza Padella fu subito chiusa. All’ immagine proclamata miracolosa della Madonna, invece, iniziarono ad affluire fedeli e devoti con ceri e candele votivi, oltre che con voti anche di valore. Fu deciso per consenso generale anche di innalzare una sorta di cappella nel luogo del Tabernacolo, dove si celebrò la messa alla presenzxa di una calca incredibile, e dove si benedivano fiori, fasce e corone per i malati.
Come sempre succede in occasioni simili, col passare del tempo la frenesìa religiosa andò scemando, e del miracolo rimase solo un pallido ricordo. Quanto alla stufa di Piazza della Padella, essa venne incorporata nel 1592 nella parte tergale della chiesa di San Gaetano, sicchè della cappella della Vergine miracolosa non rimase neppure più la funzione di opposizione all’ edificio peccaminoso.
Le chiese di Firenze con la facciata non finita
Chi gira per Firenze con un pizzico di attenzione a ciò che vede, sia esso un abitante della città o un turista, si sarà accorto di una delle più stravaganti bizzarrìe di una città che vanta un numero strordinario di chiese fra le più belle del mondo: alcune delle più famose e più visistate dai turisti hanno la facciata incompleta.
Intendo per esempio San Lorenzo, esempio lampante di quanto vado dicendo: il tempio è in ogni sua parte completamente rifinito, incluse le coperture esterne in marmi policromi pregiati, eccetto che per la facciata: questa mostra a vista il classico filaretto di pietra, a sbalzi aggettanti che evidenziano chiaramente la predisposizione ad accogliere gli agganci dei rivestimenti marmorei.
La cosa veramente curiosa è che non si tratta di un caso eccezionale a Firenze, anzi verrebbe da dire, considerata la casistica, che è piuttosto comune il caso di chiese, anche di elevato livello stilistico, incompiute nella facciata. Cosa ancor più strana in quanto la facciata è la parte che con più evidenza si offre allo spettatore.
Ecco infatti altre chiese “nobili” dalla facciata incompiuta:
- la chiesa di Santa Maria del Carmine nella Piazza omonima
- la Badia Fiesolana, in gran parte incompiuta
- quella di San Frediano in Piazza del Cestello
- quella di San Paolino, nella piazzetta omonima
L’ elenco è sicuramente più lungo, ma, per restare soltanto alle chiese più importanti, mi limiterò a ricordare che, fino a tempi relativamente recenti, un’ altra importantissima basilica di Firenze non aveva la facciata completata: sto parlando della chiesa che è forse la più famosa dopo il Duomo, ovvero Santa Croce, il Pantheon di Firenze. Per quanto appaia inverosimile, questa importantissima Basilica viene completata della facciata soltanto alla metà del XIX secolo, ad opera dell’ architetto Matas.
Il motivo per cui queste facciate non furono mai completate, o lo furono solo in tempi posteriori alla loro edificazione, dipende spesso da motivi di intervenuta penuria di mezzi finanziari, anche se non è sempre così. Su questo argomento però, non mi dilungo qui: voglio infatti concludere dicendo soltanto che Firenze, dopotutto, può dirsi città “abituata” alle costruzioni non terminate. E qui basterà riportare alla mente del lettore i soli casi del Castellaccio degli Scolari e del cosiddetto Palazzo Non Finito in cui ha sede attualmente il Museo di Storia Naturale.










