La lisca preistorica della Lastra a Signa
L’ argomento di oggi è il curioso nome di una località appena fuori Firenze che, apparentemente messo lì a caso, si rivela in realtà particolarmente denso di significazione. Sto parlando della località detta “La Lisca”, posta nel comune di Lastra a Signa che, come si vedrà appresso, ha una derivazione piuttosto interessante, connessa ad un osso di balena preistorica.
Appressandosi a Firenze da Montelupo Fiorentino lungo la strada statale 67 Tosco-Romagnola, ci si lasciano sulla sinistra le strettoie originate dal Masso della Gonfolina, in località Poggio alla Malva; si sorpassa poi il piccolo paese di Brucianesi e si arriva, fatti pochi chilometri, nella frazione di Lastra a Signa che si chiama appunto “la Lisca”.
Il nome della località ha origine da un enorme osso di balena, probabilmente una costola, che, rinvenuto in questa località, è stato murato in bella mostra sulla facciata di una della case che si affacciano sulla strada. Questa costola di balena sarebbe appunto la “lisca”, per usare un eufemismo, dell’ enorme cetaceo preistorico che abitava in queste zone milioni di anni fa.
Gli studi geologici effettuati sull’ area hanno infatti svelato che nel corso del Pliocene (un periodo che inizia più di 5 milioni di anni fa), l’ area in cui l’ enorme “lisca” è stata ritrovata era ricoperta dal mare. Sembra infatti che l’ attuale Masso della Golfolina costituisse allora una strettoia molto più angusta di oggi per il corso delle acque che scendevano a valle, causando la nascita di un invaso di ampie proporzioni nel quale nuotavano enormi cetacei preistorici. Ecco il motivo per cui l’ osso della “Lisca” è stato ritrovato in questa zona.

L’ osso di balena preistorica di Cafaggiolo: come si vede, è praticamente identica a quella della “Lisca”
Solo con il lento scorre di milioni e milioni di anni il corso dell’ acqua ha tagliato gradualmente gli ingombranti macigni della Gonfolina, scavandosi uno stretto percorso in mezzo alle gole omonime. D’ altra parte, ancora in epoca storica, si ricorda come le vastissime paludi dell’ Osmannoro, bonificate definitivamente solo nel ’700, fossero generate dai ristagni di acqua che venivano a formarsi proprio per l’ impedimento che le gole della Gonfolina imponevano alle acque dell’ Arno.
Ciò che è più curioso in tutta questa storia, oltre alla bizzarra origine del nome della località “la Lisca”, è che esiste un caso pressochè identico a poca distanza da qui: già in un altro articolo ho infatti parlato dell’ osso di balena di Cafaggiolo, un osso di balena che ha avuto origine quando il Mugello era anch’ esso un vasto lago preistorico. L’ osso di balena di Cafaggiolo è anch’ esso murato, in maniera del tutto simile, sulla facciata di una casa che dà sulla via, esposto come la nostra “Lisca” alla curiosità dei viaggiatori.
La cosa in realtà non deve stupire più di tanto se è vero, come affermano gli studiosi che all’ in circa 4 milioni di anni fa gran parte della Toscana era ricoperta dalle acque del mare nel quale nuotavano numerose specie ittiche fra le quali foche, orche e balene. E’ quindi verosimile pensare che di queste “lische di balena” ce ne siano molte altre sparse nel sottosuolo.
L’ uovo di Colombo……o del Brunelleschi?
E’ passata in proverbio l’ espressione “essere l’ uovo di Colombo”, a significare una qualche trovata ingegnosa che, pur apparendo a portata di mano e lapalissiana una volta scoperta, pure non se veniva a capo prima nemmeno arrovellandocisi a più potere.
Questa espressione deriva da un famosissimo aneddoto ricollegato alla figura di Cristoforo Colombo, il quale aveva mostrato come si fa a far stare ritto un uovo su un piano per svergognare taluni che sminuivano la sua impresa di aver scoperto il Nuovo Mondo. Egli diceva loro infatti che, benchè essi sminuissero la difficoltà dell’ impresa, la differenza fra lui e gli altri era che gli altri avrebbero potuto scoprire le “Indie Occidentali”, mentre lui lo aveva fatto in effetti!
Il fatto curioso, e veniamo qui alla città di Firenze, è che questo episodio, probabilmente leggendario, costituisce evidentemente un tòpos particolarmente gettonato nell’ aneddotica di tutti i tempi. A riprova di quanto affermato, riporto oggi un passo tratto dalle Vite del Vasari, in cui il celebre aneddoto dell’ uovo è esperito dal geniale Filippo Brunelleschi. Si vedrà come la vicenda è esattamente identica a quelle riportata a proposito di Colombo, e non v’ è dubbio quindi che si tratti di invenzione narrativa e non di vera e propria a storia.
Il quadro della narrazione è la tenzone fra gli architetti più famosi di Firenze per ottenere l’ appalto circa la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore. Il Brunelleschi infatti, conscio della invidia che regnava in città fra i vari artefici, non voleva mostrare il modello della Cupola che egli aveva realizzato e voleva evitare che altri architetti, prendendone spunto, si avvantaggiassero del suo ingegno.
Narra appunto il Vasari che, rumoreggiando i rivali di Filippo affinchè egli mettesse fuori il modello ed i disegni suoi come essi avevano mostrato i loro, il geniale architetto non volle farlo, ma propose invece agli altri maestri che chi fosse riuscito a fermare un uovo in piedi su un marmo piano, costui realizzasse la Cupola, poichè con questo avrebbe mostrato il suo ingegno.
Preso quindi un uovo, tutti i maestri provarono a farlo stare ritto, ma nessuno ci riuscì. Toccando infine a Filippo di mostrare se vi riusciva, egli lo prese e datogli un colpo sul culo sul piano di marmo, lo fece star ritto. Gli artefici rivali suoi rumoreggiavano allora che similmente avrebbero saputo fare essi, al che rispose Filippo dicendo che essi avrebbero anche saputo fare la volta, dopo aver visto disegni e modello fatti da lui.
Come si vede, i due aneddoti sono prefettamente sovrapponibili, al punto che viene da chiedersi se si debba d’ ora innanzi riferirsi alla novelletta come all’ “uovo di Colombo” ovvero all’ “uovo di Brunelleschi”.
Ciò che è sicuro è che il collegamento dell’ aneddoto a Brunelleschi è più antico dell’ altro: si ritrova infatti attribuito al geniale architetto fiorentino già nell’ opera De viribus quantitatis di Luca Pacioli, opera sicuramente anteriore a quella dello storico Gerolamo Benzoni che nel ’500 riportò la medesima storiella attribuendola a Colombo.
Ciò che è più interessante però, è che sia il Benzoni che il Vasari ammettevano di aver riportato l’ aneddoto per sentito dire, ammettendo che esso fosse in realtà già in circolazione ben prima che stendessero le proprie opere. Sembra addirittura che il famoso aneddoto abbia origine nelle tradizioni orali dell’ Oriente e fosse vecchio diversi secoli quando fu “riciclato” in Europa.
Con buona pace di Colombo, possiamo comunque concludere che il famoso uovo della disputa va più propriamente chiamato, da un punto di vista della priorità letteraria, l’ “uovo di Brunelleschi”.
I locali di Firenze più frequentati dai turisti americani
Allo stesso modo in cui molte delle ville più prestigiose del centro storico e delle colline di Firenze sono adibite a sedi di college e scuole per gli studenti americani, che in enorme quantità si riversano ogni anno nella città gigliata, e talvolta restano anche ad abitarvi e ad imparare la lingua italiana, la storia dell’ arte o le arti figurative, così esistono in città una certa quantità di locali che, per lunghissima tradizione, sono conosciuti come meta abituale delle uscite notturne dei turisti americani.
Ecco allora, a vellicare la curiosità dei lettori, fiorentini e non, una rassegna sui locali notturni più frequentati dai turisti americani. Quali sono le destinazioni preferite di chi arriva dagli States per visitare Firenze? Naturalmente è anche una questione di mode, nel senso che, col passare del tempo, i locali frequentati dai turisti non rimangono sempre gli stessi, ma cambiano tavolta anche velocemente.
Iniziamo la rassegna con una breve carrellata dei pub più gettonati dai turisti stranieri a Firenze. Sicuramente, una delle zone più ambite dai turisti americani è quella di Santa Croce: è in questa zona che si trovano il Red Garter, famoso soprattutto perchè si tratta di un pub con il karaoke. Questo locale è assediato costantemente dai turisti, tanto che spesso i buttafuori non fanno entrare altro che le comitive di studenti in gita, con buona pace degli italiani che vogliono cantare.
Nella stessa zona i turisti americani frequentano il Moyo, soprattutto all’ ora dell’ aperitivo, ma anche il Kikuya ed lo Williams, soprattutto nel fine-settimana. Allontanandosi gradualmente da Santa Croce, bisogna ricordare quale meta dei turisti americani almeno il Lion’s Fountain presso l’ Arco di San Pierino e l’ Angie’s Pub di via de’ Macci. Anche le zone del Duomo e di Santa Maria Novella presentano diversi pub fraquentati da turisti: dall’ Old Stove in Piazza San Giovanni, al Fiddlers Elbow in piazza Santa Maria Novella.
Fra le discoteche, gli stranieri a Firenze hanno sicuramente due mete “storiche”: lo Space Electronic di via Palazzuolo, ossia il locale dove vengono dirottate costantemente le gite di americani, quando invadono Firenze nel periodo fra marzo e maggio (il che è dovuto verosimilmente alla sua centralità ed alla vicinanza a Santa Maria Novella), ed il Twice di Via Verdi, non distante da Santa Croce, dove gli stranieri iniziano ad arrivare di solito piuttosto tardi, e mai prima delle 24.
Visto che sono in vacanza, e che quindi possono tirare tardi anche infra-settimana, i turisti stranieri possono approfittare delle numerose serate di musica a tema proposte dai vari club: un tipico esempio è la gettonatissima serata Hip-hop dello Yab, che si svolge il lunedì sera.
D’ estate, la preferenza è accordata di solito ai locali all’ aperto, ecco perchè non di rado il Central Park delle Cascine diviene una valida alternativa per i turisti a Firenze.
Alcuni dei locali più frequentati dai turisti americani si vedono nella 4° serie del reality “Jersey Shore” di Mtv, ambientata a Firenze: gli 8 ragazzi italo-americani protagonisti del programma, vengono infatti indirizzati all’ Astor Cafè in Piazza del Duomo ed al Twenty-One di via de’ Cimatori.
Voglio concludere con una menzione specifica per tre locali che sono stati negli anni passati nomi famosi all’ orecchio degli americani che venivano a Firenze: il primo è l’ Andromeda di via de’ Cimatori, che, dopo la chiusura ,è stato riaperto come Twenty-One. Il secondo è il Full-Up di via della Vigna Vecchia, il minuscolo locale seminterrato che è stato per diversi anni uno dei locali top per gli stranieri a Firenze, mentre attualmente è frequentato per solito da ragazzini italiani, spesso sotto i 18. Il terzo è il Dolce Zucchero di via Pandolfini, locale anch’ esso centralissimo e un tempo molto frequentato da turisti di tutto il mondo, che mi risulta ad oggi definitivamente chiuso.
Michelangelo fuggiasco dopo l’ assedio di Firenze
Il quadro storico per la curiosità di oggi è il famoso assedio che la città di Firenze subì negli anni 1529-1530, ad opera delle truppe imperiali di Carlo V. Dopo il celeberrimo saccheggio di Roma del 1527, le truppe imperiali si spostano a nord, per riconquistare la Repubblica fiorentina al principato mediceo, ed in particolare ad Alessandro de’ Medici, che si suppone essere stato figlio bastardo dell’ allora papa Clemente VII.
L’ assedio di Firenze si configura come uno degli eventi-simbolo della storia gigliata: in particolare, rappresenta la fine della Repubblica ed il sopravvento della tirannide medicea, che da allora sarà ininterrotta. Questo avvenimento è denso di significati per i numerosi accadimenti che vi sono collegati: non solo l’ avvento al principato di Alessandro il Moro, ultimo discendente in linea reatta del ramo principale della famiglia Medici, ma anche la distruzione da parte dei fiorentini di tutti gli edifici posti nei dintorni delle mura, in modo che i nemici non potessero avvantaggiarsene nel corso dell’ assedio. Anche l’ inizio del tradizionale torneo di calcio fiorentino in Santa Croce affonda le sue radici in questo epico avvenimento.

Il campanile della chiesa di San Niccolò Oltrarno: presunto rifugio di Michelangelo dopo l’ assedio di Firenze
Quello che più ci interessa in questo frangente, però, è il ruolo svolto da Michelangelo Buonarroti sulle sorti dello scontro fra truppe repubblicane ed imperiali. Il grande artista fu infatti incaricato di fortificare e di munire di bastioni e contrafforti la città in vista dell’ assedio che si stava per avvicinare, ed è in questa veste di architetto militare che egli si recò a studiare le fortificazioni erculee di Ferrara e si occupò di munire di bastioni il colle di San Miniato, primo baluardo contro gli imperiali accampati sul prospiciente colle di Giramonte.
Come finì è storia: Firenze, oppressa dalla fame e dalla pestilenza (sembra che lo stesso padre suo Buonarroto morì nel corso di quella epidemia) cede al nemico, impegnandosi a versare una cifra enorme (80.000 fiorini d’ oro) e a ricevere come principe Alessandro de’ Medici, che sarà il primo Duca di di Toscana. In cambio, Firenze ottiene che le truppe imperiali non entrino in città, evitando così il saccheggio, la possibilità di non sciogliere la milizia repubblicana ed il mantenimento di una parvenza di ordine repubblicano, seppure meramente nominale.
Michelangelo, quale principale artefice della difesa della città, vide bene, nei primi momenti dopo la conquista di Firenze, di “darsi alla macchia”, ovvero starsene fuggiasco e nascosto per paura della vendetta dei Medici contro chi aveva osato resistere al loro rientro. Dove stesse nascosto Michelangelo dopo la presa di Firenze è tuttavia argomento controverso: probabilmente, nei primi mesi successivi alla presa del potere da parte di Alessandro, preferì per maggiore sicurezza passare da un posto all’ altro.
Così, a quanto si narra, mentre gli sgherri del principe mettevano a soqquadro la sua abitazione di via Mozza, nei pressi del Ponte di Rubaconte, per trovare indizi su dove si trovasse, sembra che Michelangelo passasse prima in casa di un amico fidato, e poi nella cella campanaria della chiesa di San Niccolò Oltrarno (o come vogliono altri, in un piccolo locale alla base del campanile).
La notizia più sicura, aldilà della tradizione, ed avvalorata da una sensazionale scoperta del 1975, è la sua permanenza di circa due mesi in un nascondiglio sotterraneo alle spalle della basilica di San Lorenzo, proprio al di sotto delle Cappelle Medicee nella cui realizzazione l’ artista ebbe parte notevole.
E’ solo nel 1975, infatti, che viene casualmente riscoperta, nel corso dei lavori sotto il piano stradale per la realizzazione di uscite di sicurezza delle Cappelle Medicee, una camera segreta sotterranea, cui si accede dalla Sagrestia tramite ripide scalette che conducono a questo ambiente nascosto, in cui il Buonarroti ebbe ricovero grazie all’ amicizia del Priore di san Lorenzo.
In questo spazio angusto e male illuminato Michelangelo ebbe il suo soggiorno forzato proprio per sfuggire alla rivalsa medicea: per passare il tempo nelle lunghe ore sotto terra, l’ artista aveva con sè fogli da disegno in cui poter esercitare la sua arte. A quanto sembra però, questi fogli finirono prima della fine della sua cattività, ed è per questo che Michelangelo iniziò a schizzare le sue figure utilizzando ogni centimetro di parete disponibile come foglio da disegno.
Sono proprio i fittissimi disegni e schizzi anatomici realizzati col carboncino a testimoniare della permanenza di Michelangelo in questo luogo segreto, e della sua irrefrenabile necessità di attendere alla sua arte anche nel mezzo di una situazione assai pericolosa che gli faceva temere della vita. E’ grazie alla sua maestrìa se ottenne successivamente il perdono, grazie ai buoni uffici del Papa che, per ottenerne i divini servigi, era ben disposto a perdonargli non una ma mille volte.
Burla del Volterrano pittore al gobbo Trafredi
L’ aneddoto che vado oggi a raccontare è ambientato nel XVII secolo, nella villa medicea della Petraia che, all’ epoca, era di proprietà di Don Lorenzo de’ Medici, settimo figlio dell’ allora Granduca Ferdinando I e fratello del successore Cosimo II. I protagonisti principali, come si vedrà nel prosieguo, sono il famoso pittore Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano ed il gobbo Trafredi, buffone di Lorenzo.

Ritorno dei cavalieri di Santo Stefano dopo l’ impresa vittoriosa di Bona in Barberia: una delle quattro pareti affrescate dal Volterrano alla Petraia, facente parte del ciclo dei “Fasti Medicei”
Il Volterrano ebbe modo di venire in contatto con la corte di Don Lorenzo in quanto commissionato di dipingere il cortile della villa della Petraia, che egli adornò con storie e ritratti che sono passati nella storia dell’ arte sotto il titolo di Fasti dei Medici. Fra i ritratti che figurano nel salone della Petraia, degno di nota è quello appunto del gobbo Trafredi, che il pittore volle immortalare nella sua deformità a cagione della sua indole mordace e satirica, per la quale spesso contristava chi gli capitava a tiro senza riguardo per nessuno.
Tutto prende inizio dunque dalla figura del gobbo Trafredi, che faceva da buffone per don Lorenzo. Si racconta che il gobbo, sfruttando la licenza concessa dai principi ai propri buffoni, non restava mai sfottere, ingiuriare e prendersi gabbo di chiunque gli capitasse a tiro, pur di suscitare i lazzi e le risa degli astanti. In poche parole, era un vero demonio in tutte le ribalderie che una mente sagace ed una lingua tagliente erano capaci di escogitare.
E’ per questo motivo che il Volterrano, da buontempone che pure era, escogitò una burla per mortificare quell’ impudente di un buffone che per solito prendeva per i fondelli gli altri.
Tornando una volta da San Miniato, il Volterrano si fermò per riposarsi a Montelupo, la cittadina famosa per le ceramiche. Qui giunto chiese ad una persona del mestiere un boccale di quelle manifatture, cui mancasse solo di esser dipinto. Avutolo, ebbe cura di dipingerevi sopra Trafredi con la sua gobba e tutto, cosa che gli riuscì molto somigliante proprio per averlo raffigurato poco tempo prima negli affreschi della Petraia: tale lo dipinse, che nessuno avrebbe poturo scambiare la figura sul boccale per un altro che Trafredi. E sotto vi scrisse a chiare lettere il suo nome coll’aggiunta dei seguenti versi:
Se ‘l cavalier dipinto nel boccale
brutto e goffo apparisce, anzi che bello,
non si accusi il pennello
perchè la colpa è dell’ originale
Il boccale venne tenuto in serbo per la festa che a Castello era solita celebrarsi dalla corte il 1° di Agosto di ogni anno, per il compleanno del principe Lorenzo. In quella occasione i cortigiani facevano una cena sontuosa della quale il gobbo Trafredi era nominato soprintendente e governatore: era dunque la migliore occasione per svergognarlo.
Il Volterrano si mise d’ accordo con il Castagnola suo amico, presente al simposio, che facesse vista, ad un certo punto della cena, di riconoscere il gobbo, pur senza averlo mai visto di persona. Il Castagnola doveva infatti chiedere alla comitiva chi fosse quella persona che così splendidamente intratteneva la combriccola e, rispostogli che era Trafredi, un gentiluomo del seguito del Principe, fare le viste di accigliarsi. Dopodichè, come persona che ragiona fra sè e sè, iniziare a biascicare fra i denti le parole: Trapeli, Trapiedi, Trafredi (e somiglianti)….come per cercare di ricordare cosa quel nome, già udito da qualche parte, gli ricordasse.
A questo punto il Castagnola doveva mostrare di ricordarsi dove aveva visto Trafredi e, squadratolo da capo a piedi, strepitare che non gli veniva in mente chi poteva aver fatto un affronto simile ad un uomo del seguito del Principe. Allora chi aveva cura di reggere bordone allo scherzo, gli chiedeva cosa volesse significare con quelle parole ed il Castagnola narrava che, di ritorno da Pisa, si era fermato a Montelupo, dove aveva visto che si producevano in serie boccali che riportavano l’ effigie del gobbo con sotto versi di scherno.
Come i lettori avranno ormai capito, si voleva dare ad intendere a Trafredi, per mortificarlo, che boccali in cui lo si scherniva della sua deformità, erano prodotti in abbondanza e andavano in giro per tutta la cristianità, vista la grande fama delle ceramiche di Montelupo.
Ma non è finita qui: per rendere più credibile lo scherzo, e mettere a tacere il gobbo, che a tutta prima aveva preso il Castagnola a male parole e, al colmo della furia, gli aveva dato del becco, questi doveva proporre di farne apparire addirittura un esemplare lì per lì, per il tramite di arti magiche: ecco così che, facendosi passare il boccale dai suoi complici nel corso di una complicata scena di negromanzia, faceva apparire con destrezza il predetto boccale sulla mensa.
Il grandissimo scorno che il buffone impudente ne ricevette, in mezzo alle risa di tutti i presenti, non fu però questione di un momento: lo scherzo era tanto ben architettato che si trasformò in martirio prolungato per il gobbo, che da fustigatore satirico, si era trasformato in vittima inconsapevole.
Avendo infatti il Principe deciso di viaggiare per diporto per quelle sue campagne con il seguito della corte, e avendo stabilito di riposarsi presso le case dei suoi braccianti lungo il tragitto, veniva da quei villani offerto da bere ai cortigiani del principe, incluso il gobbo, con quello stesso boccale usato la sera prima, che scherniva in effigie le deformità del buffone. E passando il medesimo boccale segretamente da una casa alla successiva, dove la corte doveva fermarsi a rifocillarsi, fecero persuaso il gobbo che il boccale era prodotto in serie, come era stato detto la sera prima, e non in quell’ unico esemplare che il Volterrano aveva apparecchiato.
E questo scherzo servì a mettere a freno la bocca linguacciuta del buffone impertinente, che, a quanto pare, smise per un pezzo di dir ribalderie agli altri, avendo debitamente ricevuto pan per focaccia.
Le colline di Firenze: il “paradiso” delle università americane
Firenze, quale città turistica per antonomasia, viene presa d’ assalto ogni anno da milioni di turisti, molti dei quali sono, da sempre, americani. E americani sono in prevalenza i turisti che decidono di soggiornare alcuni mesi nel capoluogo toscano per frequentare una delle numerose scuole di arte o di lingua italiana, magari lavorando al contempo nei bar e nei ristoranti del centro storico.
Allo stesso modo, è risaputo che le colline che circondano la città sono da molti secoli luogo di elezione per la costruzione di ville principesche allo scopo di usufruire della meravigliosa posizione panoramica e dell’ inimitabile contesto naturale di questi poggi in leggero declivio.
Se mettete assieme le due considerazioni, siete ad un passo dalla curiosità su Firenze della quale parlo oggi: ovvero, della straordinaria densità di ville nobiliari disseminate sulle colline di Firenze, utilizzate da alcune delle più prestigiose Università americane come sedi estive per i loro iscritti.
Così, tanto per cominciare dal top, l’ antica villa “La Pietra”, già possesso della ricchissima famiglia dei Capponi, è oggi sede della prestigiosa Università di New York. La villa si trova sulla via Bolognese, l’ antico tracciato che congiunge da secoli Firenze al capoluogo emiliano scavalcando il Mugello ed il Passo della Futa. La villa è collocata sul poggio che separa i torrenti Mugnone e Terzollina, ed è attorniata da una quantità di altre meravigliose ville nobiliari.
Per rimanere alla via Bolognese, rammento la presenza anche, presso Villa Finaly, della sede a Firenze dell’ Università di Parigi. La villa, un tempo proprietà, fra le altre, delle nobili famiglie Giugni e Davanzati, ospita infatti il distaccamento in Toscana della famosissima università della Sorbona, che merita la citazione sebbene dedicata di preferenza, ovviamente, ai francesi e non agli americani.
Si prosegue con la Georgetown University, ateneo privato di Washington retto dai Gesuiti, che sorge presso Villa “Le Balze”, lungo la via Vecchia Fiesolana. Sebbene risalga ai primi del Novecento, questa villa costruita alla maniera tardo-rinascimentale si integra perfettamente con il contesto architettonico delle ville più antiche, come la vicinissima Villa Medici.
Una delle più belle ville dei colli fiorentini, in cui ha sede un college americano, è sicuramente Villa “I Tatti”, che sorge in via di Vincigliata: un tempo appartenente alla famiglia degli Zati, fu ceduta nel Novecento prima a John Temple Leader, il famoso collezionista che aveva ristrutturato il castello di Vincigliata, e poi a Bernard Berenson, insigne storico dell’ arte che a lungo studiò il patrimonio artistico di Firenze. Oggi la villa appartiene alla prestigiosa Università di Harvard, che vi ha installato il suo Centro di Storia del Rinascimento Italiano.
La carrellata odierna si conclude con la Villa “Il Ventaglio”, con ingresso in via delle Forbici, nella zona posta sul fianco del poggio di Fiesole che prende il nome di Camerata. Qui ha sede l’ Università Internazionale dell’ Arte che, diversamente dalle precedenti, è frequentata da studenti di decine di paesi diversi che provengono non solo dall’ America o dall’ Europa, ma da tutto il mondo.
Interessante osservare come le ville di cui abbiamo parlato siano pervenute in possesso delle varie università americane: molto spesso, l’ ultimo proprietario, generalmente un appassionato di arte e di cultura, desiderando tramandare la propria passione ai posteri, destinava la propria villa ad una università affinchè la tenuta rimanesse sede di un centro di approfondimento della storia e dell’ arte di Firenze. E’ il caso ad esempio di villa “La Pietra”, che fu destinata all’ Università di New York con testamento di sir Harold Acton, e di villa “I Tatti”, che passò similmente alla Harvard University per volere di Bernard Berenson. Allo stesso modo, fu la figlia di Charles Strong, ultimo proprietario delle “Balze”, a regalare la villa alla Georgetown University in esecuzione delle ultime volontà del padre.
Le ville straniere, e soprattutto quelle americane, a Firenze, sono molto più numerose di quelle indicate, e molte di esse sorgono nelle zone più prestigiose del centro storico di Firenze, spesso in palazzi di grande valore artistico. Ragion per cui, merita senz’ altro la pena di tornare più avanti sull’ argomento delle Università straniere del centro storico, con un nuovo articolo di curiosità per intenditori.
Dov’ è nato il Boccaccio? Indagine sul vero luogo di nascita dell’ autore del Decameron
Aprendo qualsiasi enciclopedia si ricava che il famoso autore del Decameron, Giovanni Boccaccio, nacque a Certaldo, paese della campagna valdelsana nei cui dintorni la sua famiglia sicuramente affondava le proprie radici. La onnipresente ed onnisaccente Wikipedia fa invece, in maniera apprezzabile, un piccolo sforzo in più, riportando come sia stata avanzata nel tempo l’ ipotesi che il Boccaccio fosse nato a Firenze.
Di sicuro sulla nascita dell’ eccelso novelliere c’è che si è persa la memoria storica del suo effettivo luogo di nascita, ragion per cui si è tentato nei secoli di stabilire se Giovanni nascesse a Certaldo, a Parigi ovvero a Firenze. E, anticipando le conclusioni di questo articolo, dirò che l’ ipotesi “Certaldo” è quella meno fornita di fondamento.
Incominciamo con l’ esporre l’ astuta metodologia utilizzata dagli storici per individuare dove nascesse il Boccaccio: si parte cercando di determinare in maniera la più precisa possibile la data di nascita, cercando poi di desumere dalle opere di Giovanni Boccaccio o da altri documenti o notizie a disposizione dove si trovavano i suoi genitori in quell’ epoca.
La principale tesi opposta a quella sostenuta della nascita a Firenze è che Giovanni nascesse in Parigi da una ragazza conosciuta ivi da suo padre Boccaccio, che, mercante, era spesso nella capitale francese per ragione di commercio. A sostegno di questa tesi si riporta quanto sostenuto dallo stesso Giovanni nel Libro IX dei suoi Casi degl’ Illustri infelici, in cui, parlando della morte di 59 Templari e del loro Gran Maestro Jacques de Molay, afferma che il padre vi fu presente. Il rogo dei primi e del secondo si verificarono sì a Parigi, ma il primo nel 1310 ed il secondo nel 1314: nulla si sa del periodo intermedio, senza contare che il padre del Boccaccio, per la sua professione faceva frequenti viaggi a Parigi ma ciò non significa che vi risiedesse in via continuativa.
In secondo luogo, a favore della nascita a Parigi si riporta un passo dell’ Ameto, in cui il protagonista dice a Fiammetta “io, nato non molto lontano dai luoghi onde trasse origine la tua madre… “. Supponendo che Giovanni Boccaccio celasse sè stesso le spoglie del pastore Ameto e Maria d’ Acquino sotto quelle di Fiammetta, risulterebbe che il poeta nacque in Francia, visto che la madre di Maria-Fiammetta era per l’ appunto francese. D’ altra parte, la tesi che Giovanni Boccaccio parlasse della sua biografia per bocca di Ameto è oggi ampiamente superata.
Con questa premessa, mi piace ripercorrere la famosa lezione letta dall’ erudito Luigi Fiacchi il 12 giugno 1821 innanzi agli Accademici della Crusca, con la quale egli tenta di dimostrare, direi con qualche profitto, che proprio a Firenze appartiene la gloria di aver dato i natali a Giovanni Boccaccio.
Si inizia dicendo che il Petrarca, amico e contemporaneo di Giovanni, afferma di essere nato nove anni prima di lui; e di sè stesso dice di essere nato il 20 luglio 1304. Ragion per cui la nascita del Boccaccio va collocata attorno al mese di luglio del 1313 dato che, se il mese non fosse stato di quelli estivi, ma più distante, il Petrarca avrebbe aggiunto verosimilmente un “all’ incirca (nove anni)”.

Giovanni Boccaccio dipinto da Andrea del Castagno: si tratta di una delle figure tratte dal Ciclo degli Uomini Illustri della Villa Carducci di Legnaia
Prosegue il Fiacchi nell’ esposizione della sua tesi riportando una memoria del giorno 10 ottobre 1318, tratta dall’ Archivio delle Riformagioni, in cui si dice che Boccaccio di Chelino (padre di Giovanni) ed il fratello Vanni abitavano nel Popolo di San Pier Maggiore, ed ivi pagavano le imposte da più di quattro anni.
Riporta inoltre, sulla parola del Gherardi (Villeggiatura di Maiano), che Boccaccio di Chelino, lasciata la sua patria di Certaldo, avesse comprato una villetta nel suburbio fiorentino, presso il borgo di Corbignano; dopodichè, avrebbe comprato nel 1314 una casa nell’ allora via Santa Maria presso Porta alla Croce.
Questo coincide con le risultanze della suddetta memoria, dalla quale risulta che Boccaccio risiedeva in Firenze da prima dell’ ottobre del 1314 (nell’ ottobre 1318 vi abitava infatti, come abbiamo visto, da più di quattro anni). A quell’ epoca il bambino aveva all’ incirca un’ anno, ragion per cui, argomenta il Fiacchi, è ben improbabile che un lattante quale Giovanni doveva essere a quell’ età potesse sostenere il viaggio da Parigi a Firenze, che si percorreva all’ epoca interamente a cavallo. Nè d’ altra parte, è plausibile che il padre lo lasciasse presso la madre a Parigi, visto che non era un mercante di facoltà tali da potersi permettere tale spesa.
D’ altra parte, si ritrova negli archivi papali del periodo avignonese, la dispensa che Giovanni Boccaccio dovette ottenere per farsi chierico, in qaunto nato da matrimonio illegittimo. Stando così le cose, non si capisce come, ristando Boccaccio e la giovane parigina presso la capitale francese, la famiglia di lei non avesse provveduto a vendicarsi fieramente del disonore patito, o comunque a indurre Boccaccio alle nozze riparatrici.
Appare molto verosimile dunque, che, seppure nato di madre parigina, Giovanni avesse tuttavia i natali presso il borgo di Corbignano, in quella villa, ancora oggi famosa per la dimora dell’ augusto poeta, che Boccaccio suo padre aveva acquistato per allogarvi la compagna, allo scopo di non creare malcontento nel fratello Vanni con il quale aveva in comune la casa di via Santa Maria. E’ la soluzione più credibile, cioè, che Boccaccio avesse portato la ragazza parigina a Firenze, per sottarre sè e la ragazza, magari già incinta, alle vendette della di lei famiglia.
Stabilito che Giovanni Boccaccio nacque con ogni probabilità nel piccolo borgo di Corbignano di Firenze, sulle colline presso Settignano, vorrei spendere qualche parola sull’ equivoco che ha generato la lunga credenza che Giovanni Boccaccio fosse nat0 a Certaldo. In effetti l’ unica prova a sostegno di questa tesi antiquata è la lapide sepolcrale del poeta, da lui stesso dettata, in cui si dice “Patria Certaldum”: patria in questo contesto non include il luogo di nascita o di residenza, bensì il paese avito dal quale la sua famiglia aveva avuto origine.
E’ peraltro lo stesso Giovanni Boccaccio che, nel suo Libro dei Fiumi, parlando dell’ Elsa, dice che i suoi antenati ebbero origine in Certaldo, fintanto però che essi non furono ascritti alla cittadinanza fiorentina, sicchè da allora in poi, si deve desumere, Certaldo non fu più terra natale dei suoi.
Il borgo di Corbignano, memorie del Boccaccio sui colli fiorentini
Il piccolo borgo di Corbignano, che vanta illustri trascorsi storici, come si dirà immediatamente appresso, è oggi un piccolo agglomerato di case dell’ antico popolo di san Martino a Mensola, che sorse originariamente attorno a quella che viene ricordata come villa di campagna del Boccaccio.
Dei fasti di Corbignano resta oggi memoria nella toponomastica viaria, dato che, proprio al confine col Comune di Fiesole, esiste ancora oggi una Via di Corbignano, che si diparte da Via di Vincigliata. La strada conduce infatti al piccolo borgo omonimo, situato sul declivio di un poggio nei pressi di Settignano, fra i torrenti Mensola e Fossataccio.
Come preannunciato nel titolo dell’ articolo odierno, il borgo deve la sua maggiore rinomanza al fatto che Giovanni Boccaccio vi abitò nella Villa annessa al podere detto del Buonriposo, che apparteneva a suo padre Boccaccio di Ghellino (o Cellino). Il che indica chiaramente come il poeta, sebbene originario di Certaldo, derivasse da una schiatta di rilievo, che a Firenze abitava stabilmente e non senza fortuna economica e politica.
I principali meriti di questo borgo sono riepilogati in una targa marmorea, installata nel 1917, che recita:
Dalla gente romana dei Corvini
ha nome questo Borgo
dove nel podere paterno di Buonriposo
crebbe Giovanni Boccaccio
e dove ebber vita due secoli dopo
in queste case che furono de’ Betti
Giovanni Antonio e Andrea
di Giusto
architetti e scultori insigni
che la Francia volle far suoi
chiamandoli Les Justes
come se d’una nazione
e non del mondo tutto
fosse patrimonio il genio

Dettaglio della lapide di Corbignano che riporta gli italiani illustri che dimorarono in questi dintorni
L’ iscrizione ricorda giustamente come i tre fratelli Giovanni, Antonio e Andrea di Giusto Betti, autori fra l’ altro del magnifico monumento funebre del re Luigi XII e Anna di Bretagna nella cattedrale di Saint Denis vicino Parigi, furono lungo tempo ritenuti francesi a tutti gli effetti con il nome di Justes: si deve agli studi genealogici di Gaetano Milanesi se, nell’ Ottocento, gli artisti furono riconosciuti come nativi del borgo di Corbignano presso Firenze ed il loro cognome francese, Justes, ricondotto al primigenio Giusti (ossia “di Giusto”, dal nome del padre).
A sottolineare però la inclita bellezza di questi luoghi, che attirarono per questo schiere di artisti e personaggi illustri, sono state poste anche, sull’ angolo fra via di Corbignano e via di Vincigliata, due lapidi marmoree che ricordano in sequenza le maggiori personalità, italiane e straniere, che abitarono questi dintorni. Fra gli italiani, vale la pena rammentare, oltre ai Giusti ed al Boccaccio, D’ Annunzio e la Duse, che soggiornavano nella vicina villa della Capponcina, gli scultori Desiderio da Settignano, Antonio e Bernardo Rossellino, nonchè il grande Michelangelo, che visse qui da piccolo.

Le due iscrizioni recanti i nomi dei personaggi celebri, italiani e stranieri, di Corbignano: si trovano asull’ angolo tra via di Vincigliata e di Corbignano.
Fra gli stranieri, soggiornarono nei dintorni di Corbignano Mark Twain, Edward Hutton, che visse a lungo nella casa di Boccaccio e ne scrise una importante biografia e Bernard Berenson, famoso collezionista d’ arte che elesse a dimora Villa i Tatti, oggi sede dell’ Università di Harvard.
Questo borgo le cui radici affondano addirittura all’ epoca romana, ha rischiato nel 1990 di essere trasformato in un impianto residenziale moderno, dopo che una società aveva acquistato tutti gli appartamenti del paese per rivenderli in blocco previa completa ristrutturazione, e dunque stravolgedoli quanto al loro valore storico ed artistico. Il Borgo di Corbignano ed i suoi dintorni è dunque una di quelle emergenze artistiche e paesaggistiche che meritano una tutela particolare, non foss’ altro per mantenere la memoria di quei luoghi, molti dei quali risultano descritti nel Ninfale Fiesolano e nel Decameron del Boccaccio.
Strade di Firenze dai nomi obsoleti
Firenze è una vera e propria miniera di curiosità per gli studiosi o i semplici appassionati di toponomastica, grazie alla quantità sbalorditiva di nomi delle strade dall’ incerta derivazione. Grazie alla sua lunga ed intensa storia, Firenze presenta infatti toponimi particolarmente elaborati quanto alla ricostruzione della genesi che li ha originati, basti pensare alla centralissima via di Calimala, della quale non si sa più con certezza coa volesse significare.
Un caso a parte è invece quello delle strade il cui nome è diventato oblsoleto a seguito, ad esempio, delle più recenti vicende storiche: è il caso di una zona di Firenze ben delimitata, ossia quella compresa fra via Varlungo, Viale Europa e l’ Arno, in cui le strade sono denominate con nomi di nazioni e paesi tratti dalla geografia politica. Cambiando questa, alcuni nomi sono divenuti inattuali, lasciando al visitatore un bizzarro effetto di straniamento.
Così, una delle principali vie della zona si chiama via Unione Sovietica, mentre ci sono due altre strade di minori proporzioni, nelle immediate vicinanze di questa, che si chiamano rispettivamente via Jugoslavia e via Cecoslovacchia. Come noto, si tratta di tre nazioni che non esistono più dagli anni ’90, quando si sono disgregate in Stati nazionali di minori dimensioni. Mentre l’ Unione Sovietica si è frantumata nella Russia e nelle numerose altre nazioni caucasiche ed asiatiche, oggi riunite nella Comunità degli Stati Indipendenti (C.S.I), la Cecoslovacchia e la Jugoslavia si sono suddivise sulla base deli differenti gruppi nazionali: si sono così formate da una parte Republica Ceca e Slovacchia, dall’ altra Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia e Kosovo.
E’ strano come la persistenza di queste denominazioni relative a Stati non più esistenti, sebbene scomparsi solo recentemente, susciti talvolta la strana sensazione di trovarsi di fronte a residuati storici in tutto simili alla Persia, alla Mesopotamia o al Regno delle Due Sicilie.
Al momento non si conosce quale sia la risoluzione in merito dell’ Amministrazione Comunale rispetto ai nomi obsoleti delle strade, del tipo di quelli presentati, quello che è sicuro è che per adesso non sono ancora stati cambiati. Il problema, paradossalmente, è che, se via Unione Sovietica può essere verosimilmente mutato in via Russia senza destare lamentele, negli altri due casi il Comune si troverebbe a dover fare torto in ogni caso agli Stati esclusi. Ove cambiasse Via Cecoslovacchia in via Slovacchia, si può immaginare che i cechi non la prenderebbero bene. Forse la cosa più semplice da fare è cambiare del tutto il nome della via a favore di un paese completamente diverso, magari intitolandolo davvero a paesi scomparsi come Persia e Magna Grecia, almeno quelli non cambiano più.
Residenze d’ epoca riattate ad uso commerciale
Il tema di oggi è un pò particolare: mi è venuto in mente, visto l’ elevata frequenza della casistica, di fare una piccola rassegna degli edifici e residenze storici che, decadute dopo gloriosi trascorsi, sono state ristrutturate e trasformate per servire quando come hotel, quando come resort, quando come saloni per ricevimenti e matrimoni.

Sala Belvedere della Villa dell' Ombrellino di Bellosguardo: una sala all' aperto fra le tante del prestigioso Centro congressi
Molto spesso queste residenze appartenenti ai più bei nomi dell’ aristocrazia fiorentina e non solo, divengono nel tempo troppo costose da mantenere: ecco allora che i proprietari, seguendo l’ illustre esempio dei duchi inglesi nell’ era Thatcher, si fanno imprenditori ed aprono al pubblico, purchè scelto. I casi sono i più svariati, quindi vediamo qual’ è stata la sorte delle più importanti residenze d’ epoca riportate a nuova vita con l’ apertura al pubblico.
Partirei dalla Villa dell’ Ombrellino, la magnifica costruzione con parco che si affaccia sul culmine della collina di Bellosguardo. Essa vanta una sequela di ospiti di riguardo lunghissima: da Galileo a Foscolo, da Fenimore Cooper a Lawrence, troppo lungo sarebbe ricordare tutte le personalità che sono transitate per questa tenuta costruita in ogni dettaglio per stupire gli astanti. Ad oggi è trasformata in Centro Congressi e Sala Ricevimenti per banchetti, ovviamente, di gran lusso, come merita la sua inclita collocazione.
Il borgo natìo di Monsign0r Giovanni della Casa, nei dintorni di Borgo San Lorenzo è stato invece trasformato in resort con Spa a quattro stelle: hotel di lusso e centro benessere sono accompagnati da una serie di altri servizi di altissimo livello, quali degustazioni a base di tartufo bianco pregiato, degni dell’ autore del “Galateo delle buone maniere“. Anche se i più non lo sanno, Giovanni fu detto “della Casa” proprio perchè nato presso “La Casa”, piccolo borgo del Mugello.

La sala Affrescata di Villa il Garofano a Camerata: viene utilizzata per banchetti di nozze e altre cerimonie
Passiamo quindi alla villa il Garofano di Camerata, sulle pendici di Fiesole, che vanta l’ essere stata proprietà e luogo di villeggiatura nientemeno che di Dante Alighieri. La villa, riportata all’ antico splendore dai Bondi, che la possedevano nel corso dell’ ’800, accoglie oggi nelle sale, nel giardino e nel chiostro cerimonie, banchetti e pranzi di lavoro.
Molto gettonata per i banchetti di matrimonio è anche il celebre Albergaccio di Sant’ Andrea in Percussina, appena fuori Firenze sulla via Cassia, che fu proprietà e rifugio di Niccolò Macchiavelli nel corso del lungo esilio che lo tenne lontano dalla politica fiorentina. La casa di campagna del Machiavelli è oggi anche un apprezzato ristorante lungo il vecchio tracciato della Cassia, quello che attraversava la fitta boscaglia degli Scopeti dopo aver scavalcato l’ antichissimo Ponte di Falciani.
Un caso lievemente differente dai precedenti è quello dello Spedale del Bigallo, fondato originariamente sulla Via Aretina prima del trsferimento in Piazza San Giovanni a Firenze. L’ antichissimo edificio medioevale viene oggi utilizzato come Ostello della Gioventù ma anche per cerimonie di matrimonio. Ambienti sobri ma di grande suggestione si possono trovare presso questa pluricentenaria costruzione posta sul colle dell’ Apparita, negli immediati dintorni di Bagno a Ripoli.







