Archivi categoria: Aneddoti e notizie storiche

Escursioni nella parte meno conosciuta della storia della città di Firenze, spesso esclusa dalla versione ufficiale dello svolgimento dei fatti.

Bernardo Buontalenti miracolosamente scampato alla frana di Costa San Giorgio

Il collasso di Lungarno Torrigiani non è storia nuova a Firenze: ben due volte l’attuale costa dei Magnoli, che incombe su quel tratto di strada è già franato rovinosamente in passato e, uno di questi eventi è rimasto famoso per un celebre aneddoto occorso al geniale architetto Berardo Buontalenti, che in tale occasione scampò miracolosamente la vita quand’era ancora giovanissimo.

bernardo buontalenti ritratto

Ritratto di Berardo Buontalenti

Anche se ho personalmente molti dubbi sul fatto che, come affermato dai vertici di Publiacqua, la voragine prodottasi su Lungarno Torrigani nella notte fra il 24 ed il 25 maggio sia dovuta allo storico dissesto idrogeologico della collina soprastante, il disastroso evento che ha inghiottito buoni 200 metri di strada offre il destro per ripescare una gustosa curiosità relativa proprio all’instabilità del poggio detto appunto, per questo motivo, “delle Rovinate”.

Il toponimo storico dell’attuale costa dei Magnoli, che allude in maniera colorita ed incisiva ai continui smottamenti ed eventi franosi della collina (“rovinate” sono le frane ma, per un interessante caso di polisemìa, sono anche le costruzioni danneggiate dagli smottamenti) è riflesso nel nome oltre che nella storia di numerosi edifici che sorgono infatti sotto il poggio o a mezza costa (come Palazzo Capponi alle Rovinate in via de’ Bardi oppure la chiesa di Santa Lucia dei Magnoli detta “Santa Lucia delle Rovinate”), in ricordo di almeno tre devastanti eventi franosi ricordati dalle cronache: quella del 1284, quella del 1373 e quella del 1547.

Proprio a quest’ultima, disastrosa, occasione, si riferisce il celebre aneddoto di cui voglio parlare oggi, con Bernardo Buontalenti (architetto, scenografo e artista poliedrico noto ad esempio per aver progettato i giochi d’acqua della Villa Medicea di Pratolino) come protagonista: in tale anno, infatti, si assiste all’ennesimo smottamento della collina di san Giorgio, soprastante l’attuale via de’ Bardi, ed il piccolo Bernardo, ancora in tenera età, vede la casa in cui abitava con la famiglia travolta e distrutta.

Come ricorda il Lapini nella sua cronaca intitolata “Diario fiorentino”, “a’ dì 10 di novembre 1547, a ore 16 in circa, cominciò a smuoversi e rovinare il Poggio di San Giorgio, dirimpetto a S. Lucia”. La grande frana della collina, che interessò in particolare, come ci ricorda il Vasari, il costone su cui sorgeva l’abitazione del ricco commerciante di lana Lorenzo Nasi (committente fra l’altro del celeberrimo dipinto Madonna del Cardellino di Raffaello Sanzio), interesso un gran numero di edifici fra cui la casa in cui Bernardo, allora sedicenne, abitava con la propria famiglia.

Nel crollo dell’abitazione, il futuro e geniale artista, accreditato di numerose invenzioni, perse tutti i familiari e rimase lui stesso sepolto sotto le macerie: scampa alla morte in modo fortuito, poichè si trovava sotto un arco che, per la sua conformazione, aveva resistito al carico dei macigni, proteggendo il ragazzo.

Unico scampato alla distruzione e della casa e della famiglia, Buontalenti viene estratto dalle macerie illeso in modo pressochè miracoloso ma, nonostante l’immane tragedia occorsagli, dal male nacque un bene, in quanto il ragazzo fu accolto in Palazzo Vecchio dall’allora granduca Cosimo I dei Medici, che provvide sia al suo mantenimento che alla sua istruzione.

L’eco dell’avvenimento occorso al celebre artefice si ritrova commemorata in un dipinto che Bernardo volle collocato nella lussuosa residenza cittadina che ebbe modo di acquistare nell’età matura: ancora oggi all’interno del Palazzo Buontalenti di via de’ Servi si conserva infatti in un riquadro affrescato da Niccolò Lapi intitolato appunto “Bernardo Buontalenti salvato dalle rovine della sua abitazione ” (riportato di seguito).

Buontalenti salvato dalla frana dipinto di Niccolò Lapi per palazzo in via de' Servi a Firenze

Buontalenti salvato dalle rovine, affresco di Niccolò Lapi nel Palazzo Buontalenti in via de’Servi

Quel che più eccita la fantasia, aldilà dell’aneddoto occorso all’ottimo artista è considerare come nell’evoluzione della vita di questo eccellente artefice, una grande e luminosa carriera come architetto, ingegnere militare, scenografo, pittore e inventore poliedrico presso la corte granducale, e come allievo e discepolo del Vasari, sia stata propiziata da un evento tragico che lo lasciò ancora giovanissimo senza niente e nessuno: per dire, i casi della vita…

 

 

Dalla pallacorda nasce il tennis: a Firenze, non a Wimbledon


gioco pallacorda
Il tennis moderno nasce certamente in Inghilterra, e Wimbledon è il primo grande torneo in cui vengono applicate le regole ancora oggi in vigore. Pochi però sanno che il vocabolo “tennis” viene utilizzato per la prima volta, a livello storico, proprio a Firenze, dove già nel Trecento si giocava l’antesignano del principale sport di racchetta, cioè la pallacorda.

Curiosamente infatti, la parola “tennis” non ha origine anglosassone bensì francese: in  Francia e in Italia infatti, così come in Spagna, si giocava già a cavallo fra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo ad un gioco molto simile al tennis odierno, ovvero la pallacorda, che faceva uso di una strumentazione e di regole molto simili a quella ancora oggi utilizzate per lo squash.

Cosa c’entra però, specificamente, Firenze? C’entra perchè è il luogo in cui per la prima volta compare in documento scritto, ancora oggi consultabile, una forma arcaica per indicare questo sport che poi, nel tempo, verrà modificata con il passaggio della Manica fino all’attuale forma di “tennis”.

Come ricorda infatti la stessa Wikipedia, la prima occorrenza della parola “tennis”, nella sua forma antiquata “Tenes”, si trova infatti nella Cronica di Firenze di Donato Velluti in cui si descrive l’evento che ne sarebbe stata l’origine: la visita, nel 1325, di alcuni cavalieri francesi a Firenze. Infatti, essi, giocando ad una versione evoluta dell’italiana pallacorda, avevano l’uso di avvisare colui che riceveva la palla gridando “tenez!” (in francese, “tenete!”).

Di seguito si riporta il passo originale (e subito dopo il medesimo in un italiano contemporaneo) della Cronica in cui il termine “tennis” (o meglio, tenes) fa la sua comparsa:

“Tommaso di Lippaccio fu cherico benefiziato oltr’a monti, bello della persona, e grande, ardito come un leone; vendè il detto benefizio e tornossi di qua essendoci venuti 500 cavalieri franceschi, che fu della bella, e buona gente vidi mai, e aveano grande soldo, tutti gentiluomini, e grandi Baroni, tra’ quali vidi uno, ch’era maggiore tutto il capo, e il collo, che niuno grande uomo, e ‘l piede lungo più di mezzo braccio, e quasi tutti furono morti nella sconfitta di Altopascio; giucava tutto il dì alla palla con loro, e di quello tempo si cominciò a giucare di qua a tenes… “(in un italiano di oggi suonerebbe così: “Tommaso di Lippaccio fu un religioso dotato di benefizio in Francia, bello di persona e di grandi dimensioni, nonchè coraggioso come un leone; vendette il suddetto benefizio e tornò in Italia in occasione della venuta di 500 cavalieri francesi, che furono gente bella e buona quant’altra mai, e piena di soldi, e di gentili costumi. Fra di essi ne vidi uno, che sopravanzava di tutta la testa e del collo qualsiasi uomo avessi mai visto, con un  piede lungo più di mezzo braccio, e quasi tutti furono uccisi nella sconfitta di Altopascio; giocava tutto il giorno a pallacorda con loro, e fu in quel tempo che si iniziò qui a praticare il tennis”).

In pratica, l’uso di sentire i francesi che dicevano “tenez” porta il popolo fiorentino ad appropriarsi del termine per indicare questo sport, anche se con una storpiatura che sa di latinismo (in effetti in latino tenes=tieni).

Non dimentichiamo in proposito la grande diffusione che la pallacorda e sport affini hanno conservato nel tempo a Firenze: non solo infatti è presente ancora oggi il campo di gioco appositamente adibito, ossia lo Sferisterio delle Cascine, ma sino a fine Ottocento ne erano presenti altri due molto frequentati: uno alle Cure e l’altro fuori Porta a Pinti, purtroppo poi esclusi da successivi piani regolatori.

La città di Firenze è quindi sempre stata all’avanguardia, come dimostra questo aneddoto, nel recepire le novità dello sport o addirittura nel crearle, come dimostra il caso del tennis ma, ancora di più, quello ormai arci-famoso in tutto il mondo, del calcio, la cui denominazione deriva appunto dalla famosissima tenzone che si tiene ogni anno in Piazza Santa Croce dal lontano 1530.

Domenico Veneziano porta a Firenze la “pittura a olio”. Oppure no?

Il Vasari narra, nelle sue voluminose Vite, come il pittore Domenico Veneziano introducesse a Firenze la tecnica della “pittura a olio”, in precedenza del tutto sconosciuta in Toscana. Abituati però alle imprecisioni e agli “svarioni” del Vasari, come nel caso del presunto omicidio di Domenico Veneziano ad opera di Andrea del Castagno, ho creduto bene documentarmi sulla veridicità di quanto affermato dall’artista aretino.

Il Vasari, che era evidentemente uno storiografo particolarmente disattento e usava a piene mani tradizioni leggendarie e vulgate popolari, per quanto inverosimili, ci racconta infatti che il primo pittore a introdurre in Italia la pittura a olio sarebbe stato Antonello da Messina, il quale l’avrebbe appresa dal maestro fiammingo Jan Van Eyck (conosciuto in Italia, volgarmente, anche come Giovanni da Bruggia, dal nome della sua città, Bruges); e che, andato Antonello due volte a Venezia, in quell’occasione insegnò a Domenico l’arte di colorire a olio.

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La luminosità degli incarnati nella pittura a olio di Antonello da Messina: “Ritratto di giovane uomo”

In realtà, risulta che tutte le opere conosciute di Domenico Veneziano, molte delle quali visibili a Firenze, sono state dipinte “a tempera”. Non si conoscono cioè opere del Veneziano dipinte “a olio”. In effetti, se si va a cercare in maniera un minimo circostanziata, risulta che il Veneziano non poteva conoscere la pittura a olio secondo il racconto fatto dal Vasari.

Secondo quanto narrato nelle Vite, Antonello sarebbe stato a Venezia nel 1445 e nel 1470: come ricorda in maniera appropriata lo storico dell’arte Gaetano Milanesi, è impossibile che il Veneziano abbia incontrato in quelle date Antonello da Messina, dato che nel 1445 era già da molti stabilito a Firenze, e nel 1470 era morto da quasi dieci anni.

Il racconto vasariano si presenta anche in questo caso del tutto immaginario. D’altra parte, è bene ricordare, in proposito, che Cennino Cennini, pittore anch’egli, ma passato alla storia soprattutto per aver redatto un celebre Trattato sulla Pittura, illustra con dovizia di particolari nella sua opera sia il modo di ottenere le pitture a olio sia le tecniche per colorire con l’uso di quelle. E, se si considera il fatto che il Cennini muore nel 1440, si vede come sia leggendario anche l’impianto complessivo della narrazione vasariana, laddove parte dal presupposto che, all’epoca in cui si svolge la presunta vicenda di Andrea del Castagno e Domenico Veneziano, la pittura a olio fosse sconosciuta a Firenze.

Dunque non fu Domenico Veneziano a portare la pittura a olio a Firenze; e questa tecnica non era all’epoca di quel maestro sconosciuta in Italia. Anzi a dire il vero, il Vasari sbaglia anche laddove afferma che la pittura a olio fu inventata da Jan Van Eyck, mentre è possibile mostrare, sulla base del già citato Libro dell’Arte di Cennino Cennini, che la tecnica a olio era già conosciuta in Toscana prima di Van Eyck.

Non c’è che dire: in una sola narrazione il Vasari è così riuscito ad accumulare ben tre “svarioni” storici: d’altra parte non possiamo fargliene una grande colpa, visto che non aveva a disposizione, come oggi, Internet per fare le proprie ricerche.

La “gabbia per grilli” della Cupola del Duomo

La curiosità di oggi riguarda la famosa Cupola del Brunelleschi, monumento che tutti, fiorentini e turisti hanno visto migliaia di volte, dal vero o in fotografia. Nonostante questo, c’è un particolare architettonico che, pur macroscopico e visibilissimo, non viene mai notato da nessuno, in quanto effettivamente poco conosciuto.

Se, come è probabile, non ci avete mai fatto caso, vi accorgerete oggi che il “tamburo” della Cupola del Duomo, ovvero la base ottagonale su cui poggia la volta brunelleschiana, presenta il ballatoio soltanto su uno degli otto lati, quello che si affaccia su via del Proconsolo. La maggior parte delle persone non se ne accorge anche perchè l’unico lato terminato, è uno di quelli più visibili, cioè forse quello sotto il quale c’è maggior transito di gente (è infatti l’affollatissimo incrocio al canto de’ Bischeri, all’angolo fra via del Proconsolo e via dell’Oriolo).

Cupola del Duomo vista da Torre degli Adimari

La Cupola del Duomo di Firenze vista dalla Torre degli Adimari: tranne un solo lato, il tamburo che regge la cupola è disadorno

Proprio questo troncone di ballatoio sarebbe “la gabbia per grilli” del titolo di oggi, nome che gli deriva da un celebre aneddoto che cerca di spiegare il motivo per cui l’opera è rimasta incompleta.

L’appalto dei lavori per la costruzione del ballatoio della Cupola fu affidato a Baccio d’Agnolo, che progettò per l’occasione il corridoio pensile di cui vediamo oggi il  mozzicone. Secondo la tradizione, fu Michelangelo, che aveva partecipato al concorso con un suo progetto risultato però perdente, a “scoccare una frecciata” all’antagonista, dicendo che il ballatoio in costruzione gli pareva “un gabbia per grilli”, simile a quelle che si usano appunto a questo scopo durante la festa della Rificolona.

In effetti, se si osserva la parte di ballatoio costruita, si nota come, vista da lontano, la sequenza di fitte colonnine che sorregge gli archetti possa effettivamente ricordare le piccole sbarre delle gabbiette.

Sempre secondo l’aneddoto, Baccio d’Agnolo, che era artista particolarmente sensibile e permaloso, restò tanto male per il commento impietoso del grande Michelangelo, da abbandonare la costruzione della sua opera appena cominciata.

dettaglio ballatoio non finito Duomo di Firenze

Dettaglio che mostra l’angolo fra il ballatoio ed il lato “non finito”

E’ chiaro, come si può facilmente supporre, di un evento del tutto immaginario: se anche l’aneddoto fosse stato vero e Baccio d’Agnolo avesse deciso di abbandonare il progetto, l’Opera del Duomo avrebbe comunque portato a termine i lavori sulla base del suo o di un altro progetto. Se il ballatoio è rimasto in fase di costruzione, invece, è chiaro che ci furono in ballo motivazioni ben più importanti rispetto ad un battibecco fra artisti rivali, prima fra tutte i problemi di stabilità che l’enorme peso del ballatoio avrebbe provocato alla Cupola.

Di vero a livello storico c’è l’effettiva contrarietà di Michelangelo al progetto di ballatoio di Baccio d’Agnolo, come dimostrato dai disegni relativi al progetto di completamento del medesimo risalenti al 1516 (quando la prima parte era stata già costruita) e conservasti presso il Museo Casa Buonarroti. Esiste in proposito anche un modello ligneo, custodito presso il Museo dell’Opera del Duomo col numero di inventario n° 144, anche se con dubbi di identificazione rispetto a questo avvenimento.

Radio CO.RA, la Resistenza corre sull’etere

Intanto cos’è Radio CO.RA.. E’ una delle pagine più significative della Resistenza partigiana nell’area fiorentina e il nome deriva dalal crasi fra le prime due sillabe di COmmissione RAdio. E’ l’emittente radio clandestina ed itinerante tramite la quale la Resistenza fiorentina fornì agli Alleati informazioni sugli spostamenti e le iniziative delle forze nazifasciste fra il gennaio ed il giugno 1944.

Caratteristica precipua di Radio CO.RA. era quella di non avere una sede precisa: le trasmissioni venivano continuamente effettuate da luoghi diversi per sfuggire alla caccia di nazisti e repubblichini.

Sede Radio CO.RA. in Piazza D'Azeglio

L’ultima sede di Radio CO.RA. in Piazza D’Azeglio

La COmmisione RAdio viene creata dal Servizio Informazioni del Partito d’Azione guidato da Ludovico Ragghianti e Enrico Bocci. Quest’ultimo e il capitano dell’Aeronautica Italo Piccagli guideranno Radio CO.RA.di Firenze, in contatto con la VII Armata degli Alleati di stanza a Bari, con la collaborazione di una ventina di elementi e l’appoggio determinante di Nicola Pasqualin e Renato Levi, due agenti italiani arruolati nell’8° Armata britannica.

La prima trasmissione di prova viene fatta dalla Casa Editrice Bemporad in via de’ Pucci, utilizzando il messaggio convenzionale “l’Arno scorre a Firenze”. Nei cinque mesi di vita della Radio, le trasmissioni avvengono circa due volte al giorno, spostando continuamente la ricetrasmittente di fabbricazione inglese: fra le molte sedi occupate tempo per tempo, ci sono quella in Piazza Indipendenza e quella, l’ultima, in Piazza D’Azeglio.

E’ qui al numero 12, che i nazisti individuano la ricetrasmittente e fanno quindi irruzione il 7 giugno 1944, sorprendendo nell’appartamento lo studente Luigi Morandi, Enrico Bocci, Carlo Campolmi,Giuseppe Cusmano, Maria Luigia Guaita, Guido Focacci, Franco Gilardini e Gilda La Rocca, che vengono tutti arrestati e trasferiti presso Villa Triste, tranne il radio-telegrafista Morandi che riesce a sottrarre una pistola ad un tedesco e a ferirlo a morte prima di essere a sua volta crivellato, morendo due giorni dopo in ospedale.

Nelle ore successive si consegna ai nazisti anche il capitano Italo Piccagli, nel tentativo di scagionare i “civili” che hanno partecipato a Radio CO.RA.. Il capitano dell’Aeronautica viene fucilato nei boschi di Cercina il 12 giugno 1944, assieme ai quattro paracadutisti inviati dall’8° armata per rinforzare le attività del gruppo, ad un ignoto partigiano cecoslovacco e a Anna Maria Enriques Agnoletti, per rappresaglia contro il fratello Enzo, uno dei dirigenti del CLN della Toscana.

Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina

Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina

Gli arrestati in Piazza D’Azeglio vengono prima torturati presso Villa Triste, poi avviati ai lager in Germania, ad eccezione di Enrico Bocci, che viene probabilmente fucilato nei dintorni, anche se il corpo non verrà mai rinvenuto. Nel tragitto verso la Germania, Maria Luigia Guaita e Gilda La Rocca riescono a scappare e a mettersi in salvo.

E’ proprio Gilda La Rocca, una dei sopravvissuti alla retata di Piazza D’Azeglio, a ricordare un curioso aneddoto su Radio CO.RA., in cui rammenta quella volta in cui, trasportando l’apparecchio per le trasmissioni da Corbignano a Piazza Beccaria, l’insolito fardello gli fu portato addirittura da un repubblichino: Gilda veniva infatti con l’autobus, quando un allarme fece fermare la corsa e tutti dovettero scendere. La radio dentro la borsa scozzese di Gilda era assai pesante da portare a mano per tutto il tragitto, circa 3 kilometri, ma fermarsi come facevano gli altri avrebbe significato mancare l’appuntamento con gli Alleati. Ecco che la ragazza decise di mettersi in marcia verso Piazza D’Azeglio a piedi. Fu superata, camminando, da un milite che, vedendola trasportare a fatica la borsa, le propose cavallerescamente di aiutarla ed afferrò senz’altro uno dei manici, mentre Gilda continuava s tenere stretto l’altro. Fortunatamente la giovane partigiana non mancò di presenza di spirito quando, al fine, il soldato della Milizia gli chiese cosa ci fosse dentro la borsa che pesava così tanto. Gilda, infatti, fingendosi impaurita e preoccupata, rispose che c’erano dentro tutti i suoi averi e che l’allarme la metteva sempre in quello stato di agitazione che non gli passava finchè non era in Duomo (notizie raccolte in Enrico Bocci, Una vita per la libertà, a cura di Tumiati-Barbieri, Firenze, Barbera).

In ricordo dell’eroico contributo alla Resistenza di questi partigiani fiorentini rimangono il Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina e il Monumento all’ultima sede di radio CO.RA. a Piazza D’Azeglio.

Inoltre Italo Piccagli, Enrico Bocci, Luigi Morandi e Anna Maria Enriques Agnoletti e gli agenti dell’8° Armata fucilati a Cercina sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Il Pecorone: l’alternativa al Decameron, copiata da Shakespeare

Il “Pecorone”, che ci crediate o no, è, nonostante il nome inusuale, un’opera letteraria. Ma perchè accostare un’opera dal nome così “pecoreccio” nientemeno che al celebratissimo Decameron del Boccaccio? Si può sapere subito. Intanto, l’opera che va sotto il nome di “Pecorone” è anch’essa una raccolta di novelle (cinquanta per la precisione, contro le 100 del Decameron); in secondo luogo, l’autore è anch’esso un Giovanni di Firenze: a differenza del ben più noto Giovanni Boccaccio, tuttavia, del presunto autore del Pecorone non si hanno notizie precise, tant’è che lo scrittore viene appunto denominato nel tempo semplicemente Giovanni Fiorentino, ad indicare che tutto ciò che è dato sapere su di lui è il nome di battesimo e la provenienza.

mercante di venezia ispirato al giannetto del pecorone

Shylock del Mercante di Venezia: l’opera di Shakespeare si ispira alla “Storia di Giannetto” del Pecorone

Le due raccolte di novelle hanno in comune anche un certo qual tenore licenzioso. E’ possibile infatti affermare che anche le novelle raccolta nel Pecorone sono di argomento piuttosto “boccaccesco” ovvero tendenti all’osceno e allo scabroso, soprattutto in materia sessuale. Il che non deve affatto stupire, se si pensa che le novelle ivi raccolte sono desunte in massima parte proprio dalle opere topiche del genere, come Apuleio, il Libro de’ Sette Savi e lo stesso Boccaccio: infatti il Pecorone viene redatto successivamente al tumulto dei Ciompi, mentre il Decameron segue immediatamente la Grande Peste del 1348. Nella trentina di anni che vi intercorrono il Decameron era già divenuto un classico del genere. Il curiosissimo nome di Pecorone deriva all’opera di questo Giovanni Fiorentino da un sonetto posto in apertura dell’opera che, oltre ad indicare l’inizio della stesura nell’anno 1378, spiega come tale appellativo sia adatto ad un libro nel quale le novelle raccolte parleranno di novi barbagianni, ovvero di citrulli inusitati (o stolti, ma meglio sarebbe dire, all’uso toscano, “allocchi”, che vuol dire lo stesso che barbagianni ed è del pari un rapace notturno). Quel che di più interessante mi preme qui sottolineare, è la fortuna riscontrata nel tempo dal “Pecorone” che, sebbene poco noto al pubblico odierno, fu comunque ripreso in più novelle da narrazioni successive: per citare un caso su tutti, la novella di Giannetto viene usata da William Shakespeare come base per costruire la trama del Mercante di Venezia. La preziosa opera novellistica ci è tramandata grazie a tre codici manoscritti, conservati due a Firenze ed uno a Milano: a Firenze, il Laurenziano Rediano, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e il codice magliabechiano II.IV.139 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; a Milano, il codice 85 della Biblioteca Trivulziana. Ecco il link per chi volesse consultare il Pecorone completo.

Gli alieni a Firenze: Ufo avvistati sopra il Franchi

Il più importante caso di avvistamento UFO in Italia è avvenuto proprio a Firenze, ed esattamente sopra lo stadio Artemio Franchi, nel 1954.

Si tratta di un caso particolarmente celebre e rilevante non solo per il numero e l’entità di “oggetti non identificati” avvistati il 27 ottobre di quell’anno ma soprattutto per il numero di testimoni presenti all’avvenimento: lo stormo di presunti dischi volanti appare infatti nei cieli di Firenze sopra lo stadio Franchi, nel primo pomeriggio, momento in cui si stava disputando l’incontro Fiorentina – Pistoiese: ben 12.000 spettatori (più i giocatori e l’arbitro naturalmente!) furono testimoni dell’insolito evento e tale fu lo sbalordimento generato che il match calcistico dovette essere sospeso.

Ufo su Firenze: notizia sul giornale

Avvistamento UFO sullo Stadio di Firenze

Tutto comincia quando, nel primissimo pomeriggio, Alfredo Jacopozzi, studente di ingegneria, chiama la redazione del quotidiano “la Nazione”, per avvisare dell’avvistamento di diversi dischi volanti nei cieli di Firenze. Secondo le testimonianze, i supposti UFO (per un totale di sei) si aggirano anche sui tetti del centro storico, apparendo bianchi, tondi, lucidi e sfrecciando più veloci di un aereo, ma soprattutto, lasciando cadere al loro passaggio “fiocchi” simili alla bambagia. Gli avvistamenti si moltiplicano in tutta la città, mentre le “ragnatele lucenti” continuano a cadere al suolo.

Subito dopo gli oggetti non identificati appaiono sopra lo stadio Franchi, avvenimento che ci rimane vivido nel racconto di Romolo Tuci, presente in quel momento in campo come capitano della Pistoiese. Tuci ricorda come l’attenzione dei calciatori venne attratta all’improvviso dallo strano comportamento degli spettatori che, invece di guardare la partita, stavano col naso per aria a guardare il cielo. Tuci ricorda di aver osservato lui stesso dei piccoli anelli lontani.

A differenza di molti altri casi simili, quello di Firenze risulta particolarmente interessante sia per il numero di testimoni presenti all’evento (basti pensare agli spettatori presenti in quel momento al Franchi), che rendono molto credibile la veridicità dell’avvistamento, sia per la singolare presenza di quella sorta di “bambagia” che fu raccolta sia dallo Jacopozzi che da diversi giornalisti.

I curiosi filamenti bianchi, una volta raccolti in provetta, apparivano simili ai fili del baco da seta, luccicavano e si mostravano appiccicosi aderendo al vetro del contenitore. I reperti vennero analizzati dal professor Giovanni Canneri, direttore dell’Istituto di Chimica Analitica dell’Università di Firenze assieme all’assistente, il professor Danilo Cozzi. Dall’analisi microscopica e spettrografica risultò che si trattava di una sostanza che presentava una notevole resistenza alla trazione e alla torsione oltre che al calore, in ciò molto simile alle fibre di vetro usate come rivestimento dei veicoli spaziali terrestri. Il responso finale fu che la composizione prevalente era Boro, Silicio, Calcio e Magnesio: l’ipotesi fu quella di trovarsi di fronte ad una sorta di pyrex (vetro boro-silicico).

Gli avvistamenti di presunti UFO su Firenze e dintorni si ripeterono nei giorni seguenti, con relativa caduta di filamenti di bambagia lucentissima: Pontassieve, Scarperia, San Mauro a Signa e molte altre località furono interessate, ma soprattutto Calenzano, dove il 29 ottobre, pochi minuti dopo le 13, fu segnalata la caduta degli strani filamenti provocata dal passaggio di un gruppo di UFO diretti verso Firenze passando sopra il Monte Morello.

Notizia bambagia aliena su quotidiano

Notizie sulla “bambagia aliena” apparsa sul giornale nel 1954

Molte furono le ipotesi tirate in ballo per spiegare in maniera scientifica quello che sembra ancora, a distanza di tanti anni, un fatto, ancorchè inspiegabile, sicuramente credibile quanto al suo effettivo avvenimento. Dagli esperimenti aeronautici a quelli nucleari, dai residui spaziali in collisione con l’atmosfera terrestre ad un a fuga di materiale da una vetreria dovuta al vento, le opinioni furono molte, ma a tutt’oggi non è stata raggiunta alcuna conclusione condivisa.

L’edizione della Nazione del giorno successivo, il 28 ottobre 1954, diede molto rilievo all’eccezionale avvenimento, riportando alcuni particolari molti precisi. Secondo la descrizione riportata in cronaca, l’avvistamento si verificò alle 15.27 e non durò più di un minuto, durante il quale “i due oggetti rotondi e lucenti,di colore grigio metallico,si muovevano ad elevata velocità e procedevano in linea retta da Sud a Nord. Si distingue una corona circolare esterna che gira vorticosamente intorno al proprio asse, formato dalla parte centrale di colore più chiaro.

Ad un certo punto il primo oggetto si fermò,pur continuando il proprio moto rotatorio, l’altro prosegue il suo cammino diminuendo la distanza che li separava, giunto perpendicolarmente sulla Torre di Maratona si arrestò mentre il primo riprese la sua corsa procedendo però a scatti zig-zagando.

Ad un tratto però invertirono repentinamente la direzione e ripassarono sulle teste degli spettatori,riattraversando lo stadio in tutta la sua lunghezza e scomparvero verso Sud procedendo ad una velocità superiore a quella di qualunque aereo conosciuto“.

Il segreto della “Pietrificazione” finisce nella tomba

Girolamo Segato, vissuto nel diciottesimo secolo a Firenze, portò nella tomba il segreto del suo procedimento per ottenere l’incorruttibilità dei corpi dopo il decesso. Lo speciale processo, carpito addirittura agli antichi egizi secondo la tradizione, non venne mai rivelato ai posteri dallo studioso per disgusto, a quanto sembra, nei confronti del Granduca di Toscana che gli aveva rifiutato i fondi per proseguire i suoi esperimenti.

La portata della sua attività è ben riassunto nell’epitaffio che decora il sepolcro in cui riposa all’interno di Santa Croce: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

La sua rilevanza deriva infatti dalla sua insolita invenzione, che viene ricordata come “pietrificazione” ma che consiste in realtà in un processo di mineralizzazione di cadaveri, grazie ad un trattamento che consentiva la perfetta conservazione e al contempo, il mantenimento del colore e dell’elasticità dei tessuti organici.

La peculiare formazione di Segato, che lo portò a mettere a punto questa singolare tecnica, sembra doversi riconnettere ai suoi studi di egittologia, che approfondì con visite sul campo nella terra dei Faraoni. In effetti, il processo di “pietrificazione” sembra riconducibile all’antica tecnica dell’imbalsamazione, al punto che, all’epoca, si arrivò addirittura a favoleggiare che Segato raggiungesse i propri risultati dopo aver carpito i segreti della Magia egizia.

Decise di distruggere gli appunti relativi alle sue scoperte circa il processo di “pietrificazione” dopo aver subito il rifiuto del Granduca di finanziare le sue ricerche. Avrebbe forse voluto svelare le sue scoperte in punto di morte ma, a quanto si racconta, morì improvvisamente.

Campioni della pietrificazione di Segato

Campioni della pietrificazione di Segato

Nonostante questo, ci rimangono oggi, presso l’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università degli Studi di Firenze, i campioni dei suoi esperimenti, in cui Segato applicava il processo di mineralizzazione solitamente a parti anatomiche umane, ma anche a cadaveri di pesci, animali. Il più curioso esempio della sua attività è per nientemeno che una fetta di salame pietrificata.

E, a dispetto di tutti gli studi effettuati sulle sue residue realizzazioni conservate a Firenze, il processo di conservazione di Segato, ancora oggi unico nel suo genere, rimane un segreto inviolato.

Le tribolazioni della Nazione Ebraica Fiorentina: il funerale giudeo nel XVIII secolo

La consistente Nazione Ebraica Fiorentina ebbe a patire diverse tribolazioni, verso la metà del Settecento, a causa delle restrizioni imposte per motivi suntuari alle cerimonie funerarie: gli ebrei di Firenze, infatti, per motivi sia pratici che di zelo religioso si trovarono ad affrontare numerosi problemi e a presentare di conseguenza altrettante suppliche per ottenere l’esenzione dalle prescrizioni normative, nel trasporto che doveva avvenire sino all’allora Cimitero Ebraico, quello “lungo le mura” (oggi ne rimane soltanto la piccola porzione in Viale Ariosto).

Tutto ha inizio nel novembre del 1748, quando Vital Finzi, Samuel Bolaffi e Manuel Gallico, tre esponenti della comunità ebraica fiorentina, inoltrano una supplica alla “Sacra Cesarea Maestà” per ottenere una speciale dispensa dal “Bando sopra i Funerali”. Con tale provvedimento il Principe di Craòn, reggente per conto del Granduca di Toscana ed Imperatore d’Austria Francesco di Lorena, ordinava dall’una ora in là di notte, allo scopo di evitare le ostentazioni di lusso che i fiorentini manifestavano nel corso delle esequie, sfoggio che lo disgustava personalmente.

Sepolture della Nazione Ebraica di Firenze

La caratteristica sobrietà delle sepolture ebraiche dal Vecchio Cimitero fiorentino di Viale Ariosto

L’ora una di notte a Firenze significava un’ora dopo il tramonto. Le esequie dovevano quindi avvenire di notte, in modo che i fiorentini non potessero fare pompa delle loro ricchezze prendendo i funerali dei loro cari come pretesto. Gli ebrei fiorentini non potevano però accettare tali condizioni, e nella loro supplica elencano i motivi delle loro rimostranze.

La principale motivazione addotta riguarda i particolari divieti imposti dalla Legge mosaica: i rappresentanti fanno notare che, essendo vietato seppellire un ebreo il venerdì notte (in quanto già entrati nello shabbàt, in cui tale funzione è preclusa), “dandosi il caso di un ebreo morto il venerdì mattina, non potrebbero seppellirlo che il sabt notte, cosa che specialmente d’estate potrebbe causare sconcerto gravissimo”. Importante ricordare al proposito le già precarie condizioni igieniche disponibili nel ghetto, in cui quasi tutte le famiglie vivevano ammassate senza alcuno spazio da adibire a camere ardente.

Altra motivazione addotta riguarda l’onere in termini di fatica e spesa imposto dal bando: considerata l’ubicazione del cimitero lungo le mura fra porta Romana e Porta San Frediano, il corteo funebre sarebeb stato costretto, nottetempo, ad uscire dalla prima (all’epoca chiamata Porta a San Pier Gattolini) che si trovava a più di un kilometro di distanza dal ghetto, e a rientrare dalla seconda dopo un lungo e faticoso percorso che avrebeb comportato una ingente spesa per lumi e gabella di uscita e rientro a favore di tutti gli accompagnatori del funerale.

Infine, la supplica è motivata dal fatto, forse il più penoso che “di notte sarebeb purroppo esposta la Nazione (ebraica) a mille insulti della plebe insolente che senza il timore di essere scoperta mediante il favore della notte, se ne azzarderebbe, di che potrebbero nascere anche rissa e tumulti.”

Il Governo di reggenza accoglie la supplica della Nazione Ebraica esentandola dalla “Legge sulla Pompa” e stabilisce che “siano liberi di continuare il solito“. Nonostante questa preziosa concessione, ulteriori problemi sorgono con il Regio Editto del 2 gennaio 1777, che impone un intervallo di ventiquattr’ore fra la morte e il seppellimento: i rappresentanti della Nazione Ebraica fanno subito rimostranze sulla base della loro usanza di tumulare i morti nella stessa giornata del decesso.

Estensori di questa seconda richesta sono Isacco Pegna e Cesare Lampronti: per ovviare al pericolo di seppellimenti prematuri in caso di morte apparente, che costituiva la ratio della disposizione normativa, fanno notare che “l’uso della Nazione di lavare e aspergere il corpo del cadavere con acqua calda è uno dei principi prescritti per i casi di asfissia e morte apparente”. Il Governo fa però una controproposta, quella di mettere a disposizione della comunità ebraica una “stanza di deposito” per le 24 ore prescritte, e questa deve essere stata la soluzione definitiva, visto che non vi è risposta alla lettera sull’argomento che la Nazione Ebraica indirizza al Governo ancora il 17 marzo.

Le tribolazioni della comunità ebraica in fatto di esequie non finiscono però qui: nel 1780 sopravviene la necessità di richiedere una scorta armata per i funerali, che viene subito concessa come “tutte le volte che la Nazione Ebraica di Firenze richiederà l’assistenza della truppa civica per le loro funzioni o feste nel ghetto“. Nel 1789, poi, la comunità è costretta a richiedere di nuovo l’esenzione dai funerali notturni: questa volta però non viene concessa, a quanto si desume dalla mancanza di risposta alla supplica e dal fatto che, ancora nel 1834, viene concessa l’esenzione a pagare il pedaggio per passare le porte di notte, dalla Direzione della regia Dogana.

Le ondivaghe vicende della comunità ebraica di Firenze sono testimoniate molto bene anche dalla successione dei siti funerari che essa utilizzava in città, e principalmente dai due ancora esistenti: quello, ancora in funzione, di Caciolle, e quello monumentale, ma non più in uso, di viale Ariosto. Ma l’argomento è sufficientemente vasto da richiedere specifici approndimenti.

Il “ciuco zebrato” di Firenze

Si tratta di una recentissima notizia di cronaca locale, non di un semplice gioco di parole: “il ciuco zebrato” del titolo è il rarissimo esemplare di “zonkey” nato in cattività a Firenze, il 19 luglio 2013.

Lo “zonkey” è il risultato di un incrocio fra un esemplare di zebra (in inglese: zebra) e asino (in inglese: donkey). Il risultato? In questo caso è un curiosissimo asinello con le zampe zebrate, frutto dell’unione di un maschio di zebra con un asina dell’Amiata.

Zonkey: incrocio fra zebra e asino

Ippo, lo “zonkey” nato a Firenze il 19 luglio 2013 prezzo il Vivaio Aglietti di via del Barco

E’ stato battezzato Ippo, e ha suscitato fortissimi clamore e curiosità: ne esistono infatti, Ippo compreso, solo tre in tutto il mondo. Ciò dipende dalla bassissima probabilità che l’unione fra una zebra e un asino (e più in generale fra esemplari di due specie diverse, anche se molto affini) dia luogo ad una gravidanza che viene portata a termine con successo.

Altro motivo evidente della rarità di simili avvenimenti è che capitano di rado situazioni in cui zebre e asini si accoppiano in natura. E in effetti, anche lo zonkey fiorentino nasce in un contesto di cattività, in cui i genitori di due razze diverse sono per così dire “forzati” a fare di necessità virtù. I due animali infatti, condividono il medesimo recinto all’interno dell’attuale Vivaio Aglietti, un’azienda di coltivazione di piante ornamentali sorto nell’area dell’ex-zoo (per l’appunto) di Firenze.

Proprio l’inusuale collocazione della ditta ha permesso alla medesima di ospitare fino a 170 animali delle razze più disparate, solitamente affidate a questa sorta di “struttura di ricovero” a seguito di abbandoni, maltrattamenti o fuga da allevamenti e circhi.

In questo modo, il Vivaio Aglietti utilizza i medesimi spazi precedentemente adibiti a zoo di Firenze: se prima però erano prigionieri, adesso lo stesso luogo è per loro oasi di accoglienza e di protezione.

In effetti, quello che era un tempo il giardino zoologico di Firenze, posto in via del Barco, all’estremo confine nord delle Cascine è divenuto l’attuale Rifugio per animali esotici a seguito di un drammatico evento:  si tratta della violenta alluvione che arrivò a devastare la zona del vicino Ippodromo delle Cascine. Nel corso della perniciosa esondazione perirono affogati numerosi animali dell’allora zoo, fra cui il celebre dromedario “Canapone”, vera e propria mascotte dello zoo.

Attualmente, il Rifugio collocato all’interno della Floricoltura Aglietti ospita renne, pappagalli, cammelli ma anche più comuni anatre, galline, conigli. E poi, naturalmente, una zebra ed un asina, oltre al loro rarissimo figlioletto Ippo, la vera  e propria star del Rifugio.

Il Rifugio è accessibile a tutti ad ingresso gratuito entrando all’interno del Vivaio Aglietti che si trova in via Vespucci, 5.