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La palla d’oro sulla lucerna del Duomo: quattrocento anni di fulmini e saette

Disco di marmo in Piazza del Duomo a Firenze a ricordo della caduta della palla dorata del Verrocchio

Il disco di marmo bianco in Piazza del Duomo che ricorda il punto in cui cadde la palla dorata dalla lanterna della cupola il 27 gennaio 1600

Prima o poi l’hanno notata tutti i fiorentini che passano di frequente in piazza del Duomo e, credo, anche i turisti più attenti ai dettagli: sto parlando della lastra di marmo bianco, di forma circolare, piazzata nella parte posteriore di Piazza del Duomo a Firenze, isolata in mezzo ai classici blocchi di pietra grigia che compongono l’intero lastricato della piazza dedicata al santo protettore della città. La sua collocazione salta all’occhio all’osservatore attento, non solo perchè completamente “fuori contesto” rispetto al resto del lastricato, ma anche perchè la sua peculiare posizione non lascia indovinare in nessun modo la sua funzione, e d’altra parte la lastra circolare è completamente liscia e senza iscrizioni esplicative che aiutino il visitatore a capirci qualcosa. Eppure la maggior parte dei fiorentini sa di cosa si tratta, dato che rappresenta l’unico segno tangibile di uno dei più famosi aneddoti della storia di Firenze, quello della rovinosa caduta per via di un fulmine della palla dorata che adorna tutt’ora la sommità di Santa Maria del Fiore.

Veduta del punto di Piazza del Duomo in cui si trova il disco di marmo bianco

Il punto di Piazza del Duomo in cui si trova il disco di marmo bianco che ricorda la caduta della palla dorata del Verrocchio nel 1600

In effetti, la lastra bianca circolare, rappresenterebbe, secondo la tradizione, il punto in cui venne cadere, a seguito di un fulmine che la colpì nella notte fra il 26 ed il 27 gennaio 1600, la grande palla di rame dorato che, sormontata dalla croce, adorna la sommità del “Cupolone” del Duomo di Firenze. Per chi desidera ammirare le vestigia di quel lontano evento, il tondo bianco che lo rammenta è collocato nella parte posteriore destra del Duomo (guardando la facciata), ossia nello slargo in cui sfociano via del Proconsolo e via dell’Oriolo. E’un punto facile da individuare prendendo come riferimento l’ottagono della Cupola di Brunelleschi: basta infatti individuare l’unico lato “completato” con la galleria in marmo bianco di cui Michelangelo ebbe a dire che sembrava una gabbia per i grilli. Proprio alla base di codesto lato, ad una ventina di metri dal Duomo, si trova il segno che commemora la caduta della ponderosa palla.

Le notizie più dettagliate sulla caduta della sfera dorata colpita dal fulmine nel 1600 ci sono riportate da Fernando Leopoldo del Migliore, il quale racconta che un fulmine cadde alla quinta ora di notte con grandissimo rumore e danno corrispondente. Narra che vennero giù non solo la palla con la croce, ma anche infiniti pezzi di marmo, scheggiati con tale veemenza dalla forza degli elementi che ne arrivarono frammenti fino a Via de’ Servi. A suo dire le persone abitanti nei dintorni ne ritrassero tale spavento che parve loro arrivata la fine del mondo e che ad una voce il popolo non faceva che chiedere misericordia.

La ricostruzione fu molto veloce grazie al provvido e sollecito intervento del Granduca Ferdinando II, come testimoniato dalla fitta corrispondenza con l’Opera del Duomo. Francesco Bocchi ricorda in una sua lettera come “il volere del Granduca che tutto appuntino si ricostruisse a norma dell’antico modello fu adempiuto. Solamente di tenne la palla un poco più grande; e nella palla, per consiglio del Buontalenti, fu praticata una finestrella, che dà luce a chi vi è dentro, e serve per uscita più sicura a chi, per lavori o per accendere i panelli in occasione di luminarie, è obbligato a salir sulla croce. ” Nella stessa lettera il Bocchi rammenta che “Il nodo, ch’ è sotto la palla, pesò libbre’ 1290: l’armatura della palla libbre 3094; e con la palla, 5030: la croce andò a 1080. La doratura della croce valse 120 scudi”. Nel 1602, in data 21 ottobre, la palla veniva nuovamente ricollocata, e nel maggio 1603 vennero collocate all’interno della croce alcune reliquie, dato che all’epoca non si conoscevano ancora mezzi migliori di difesa contro i fulmini che raccomandarsi ai santi. Della croce e della palla originali, della cui rovina Matteo Nigetti fece un disegno andato purtroppo disperso, furono tratte ben tre libbre d’oro ma non sembra ne residuasse niente in quelle reinstallate. Per il restauro dell’opera del Verrocchio furono convocati a Firenze i più valenti orefici dell’epoca, e la commessa fu affidata infine all’artista Matteo Manetti, che per il grande onore commessogli non chiese alcun compenso. Il lavoro di restauro fu concluso dal Manetti il 18 settembre 1802, dopo appena un mese di lavori e, per l’eccezionale perizia dimostrata, l’orefice fu insignito del titolo di orefice dell’Opera del Duomo.

Palla d'oro con croce realizzata nel 1602 da Matteo Manetti

La palla d’oro sormontata dalla croce forgiata nel 1602 da Matteo Manetti in sostituzione di quella del Verrocchio

Realizzata a partire dal 1468 dal maestro orafo e valente artista Andrea del Verrocchio, noto per aver tenuto a bottega a dipingere un giovane Leonardo da Vinci, la sfera di rame ricoperta d’oro fu issata sulla sommità della lucerna del Duomo il 27 maggio 1471, e divenne sin da subito orgoglio e vanto dei fiorentini, con i suoi due metri e mezzo di diametro e le quasi 20 tonnellate di peso. Eppure, sin dagli esordi, il suo destino non sembrò promettere per il meglio, dato che il 5 aprile del 1492, appena una ventina di anni dopo il suo esordio, un primo fulmine fece rovinare un terzo della lanterna e crollare la cupola in ben cinque punti. L’avvenimento è menzionato con dovizia di particolari nelle Ricordanze di Tribaldo de’ Rossi, che oltre a riportare in dettaglio i danni ricevuti dal Duomo, ricorda come lui stesso e molti del popolo portarono a casa grossi pezzi della lucerna per ricordo, mentre i capi dell’Opera del Duomo vedendo le pessime condizioni in cui versava, già pensavano di sfare la lucerna e rifarla per intero, per quanto il danno paresse ammontare a più che 5000 fiorini. La rovina fu tale che i superstiziosi fiorentini, la cui fantasia era allora già eccitata dalle infuocate prediche del Savonarola (che aveva predetto entro le calende d’agosto grandi mali su Firenze), intesero le distruzioni causate al Duomo come presagio divino circa la funesta dipartita del Magnifico Lorenzo de’ Medici, morto infatti l’8 dello stesso mese.

Lanterna del Duomo di Firenze oggi, con in cima palla dorata e croce

Lanterna del Duomo di Firenze oggi, sormontata dalla sferra di rame dorato con croce ricostruita ed innalzata nuovamente nel 1602.

Se molti dei fiorentini ricordano il perchè di quella lastra bianca, la maggior parte di loro non sa però che la grande sfera dorata fu tormentata nel corso della sua lunga storia da numerosi accidenti dovuti alla sua posizione preminente nell’ambito della skyline fiorentina, che finiva per attirare fatalmente le scariche elettriche nel corso dei temporali, così come similmente succedeva alla banderuola in cima alla torre del Palazzo Vecchio. Così, nel corso di quattro secoli, furono quasi una trentina le saette che andarono a segno sulla sommità del lucernario del Duomo, quando più quando meno rovinosamente, e fra queste quella del 1600 è rimasta più famosa delle altre proprio per la rovinosa caduta della sfera. Abbiamo notizia dei molti danni ricevuti per via dei fulmini dalla Cupola del Duomo grazie alle cronache dell’epoca, e in particolare al Diario fiorentino redatto nel corso di una intera vita dallo speziale Luca Landucci, il quale ci informa che, nel solo anno 1542, particolarmente nefasto per il Cupolone di Firenze, due saette colpirono con pochi danni la sommità del Duomo nei giorni 6 e 18 settembre, poi di nuovo il 18 ottobre vi fu un temporale che colse a suon di fulmini sia la cupola di Santa Maria del Fiore che Palazzo Vecchio, e infine il 22 dicembre una saetta esiziale colse il lucernario del Duomo causando una tale rovina, il cui danno fu stimato ammontare alla favolosa cifra di 12.000 scudi. Basti pensare poi che, prima di quello famoso del 1600, si ricordano decine di altri fulmini andati a segno contro la cupola del Duomo: oltre a quelli del 1542 ricordati dal Landucci, infatti, le cronache del tempo riferiscono di una saetta nell’aprile 1494, di una il 9 agosto 1495 che ruppe una colonna della lanterna, di una nel giugno 1498, di una il 4 novembre 1511, di una nel 1536, di più fulmini nell’anno 1542 in un sol giorno, di una il 5 novembre 1570 che procurò molti danni, quindi di una il 2 ottobre 1577  che gettò a terra un nicchio grande di marmo che venne a cadere dinanzi alla porta dell’opera); dunque ancora il 3 novembre 1578  in cui due fulmini provocarono gran rovinio dei marmi, dei quali uno cascò sul canto di via dei Martelli e pesava 800 libbre; infine uno del 28 agosto 1586  che gettò i rottami fino in Borgo S. Lorenzo.

Successivamente a quello storico del 1600, ve ne furono ancora uno il 22 agosto 1699 e uno il 13 giugno 1776 con danni di grave entità. Cesare Guasti, nella sua opera La cupola di Santa Maria del Fiore pubblicata nel 1857, rammenta come nel 1822, ben 70 anni dopo che Benjamin Franklin aveva inventato il parafulmine, si pensò infine di proteggere la Cupola, con la sua lucerna e la palla dorata, tramite “pali elettrici”, anche se inizialmente l’idea rimase lettera morta. Se ne ricominciò a parlare nel 1828 quando fu sentito l’architetto Gaetano Baccani e il Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie. Quest’ultimo, consigliò di mettere “due spranghe”: una sulla cupola e una sul campanile. Nuovamente, non si ha tuttavia notizia di alcuna decisione anche in questo frangente, e si deve arrivare fino al 1859 per l’installazione dei “pali elettrici” ad opera dei Padri Scolopi Giovanni Antonelli e Filippo Cecchi. Ancora una volta, però, la cattiva sorte della Cupola del Duomo sembrò insuperabile: i “pali elettrici” non furono infatti di grande utilità, dato che due fulmini ancora colpirono la Cupola, uno violento il 16 agosto 1879 che abbattè parte di un costolone prospicente la piazzetta delle Pallottole danneggiando la terrazza di Baccio D’Agnolo mentre un altro cadde il 19 giugno 1885, fortunatamente senza danni. Nonostante le alterne vicende anche successive all’installazione del parafulmine, l’enorme sfera dorata è oggi ancora la stessa forgiata nel 1602 dall’orefice Manetti e vanta quindi più di 400 anni di vita (415 per la precisione). Curiosità nella curiosità, nel 2002 il restauro del pregevole manufatto aureo è stato finanziato dalla prestigiosa azienda di oreficeria Giusto Manetti Battiloro, il cui fondatore, Luigi, poteva vantare nel 1820, quando creò l’azienda che poi lascerà al figlio Giusto, di essere il discendente in linea diretta alla quinta generazione del grande maestro Matteo e di Dianora Dolci, come mostrato nell’albero genealogico della famiglia che illustra le ben quindici generazioni di arte orafa della famiglia Manetti. La palla dorata fu quindi sfortunata nel corso dei secoli, ma ha portato certamente bene al grande artista che la fece rinascere a nuova vita.

 

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La “gabbia per grilli” della Cupola del Duomo

La curiosità di oggi riguarda la famosa Cupola del Brunelleschi, monumento che tutti, fiorentini e turisti hanno visto migliaia di volte, dal vero o in fotografia. Nonostante questo, c’è un particolare architettonico che, pur macroscopico e visibilissimo, non viene mai notato da nessuno, in quanto effettivamente poco conosciuto.

Se, come è probabile, non ci avete mai fatto caso, vi accorgerete oggi che il “tamburo” della Cupola del Duomo, ovvero la base ottagonale su cui poggia la volta brunelleschiana, presenta il ballatoio soltanto su uno degli otto lati, quello che si affaccia su via del Proconsolo. La maggior parte delle persone non se ne accorge anche perchè l’unico lato terminato, è uno di quelli più visibili, cioè forse quello sotto il quale c’è maggior transito di gente (è infatti l’affollatissimo incrocio al canto de’ Bischeri, all’angolo fra via del Proconsolo e via dell’Oriolo).

Cupola del Duomo vista da Torre degli Adimari

La Cupola del Duomo di Firenze vista dalla Torre degli Adimari: tranne un solo lato, il tamburo che regge la cupola è disadorno

Proprio questo troncone di ballatoio sarebbe “la gabbia per grilli” del titolo di oggi, nome che gli deriva da un celebre aneddoto che cerca di spiegare il motivo per cui l’opera è rimasta incompleta.

L’appalto dei lavori per la costruzione del ballatoio della Cupola fu affidato a Baccio d’Agnolo, che progettò per l’occasione il corridoio pensile di cui vediamo oggi il  mozzicone. Secondo la tradizione, fu Michelangelo, che aveva partecipato al concorso con un suo progetto risultato però perdente, a “scoccare una frecciata” all’antagonista, dicendo che il ballatoio in costruzione gli pareva “un gabbia per grilli”, simile a quelle che si usano appunto a questo scopo durante la festa della Rificolona.

In effetti, se si osserva la parte di ballatoio costruita, si nota come, vista da lontano, la sequenza di fitte colonnine che sorregge gli archetti possa effettivamente ricordare le piccole sbarre delle gabbiette.

Sempre secondo l’aneddoto, Baccio d’Agnolo, che era artista particolarmente sensibile e permaloso, restò tanto male per il commento impietoso del grande Michelangelo, da abbandonare la costruzione della sua opera appena cominciata.

dettaglio ballatoio non finito Duomo di Firenze

Dettaglio che mostra l’angolo fra il ballatoio ed il lato “non finito”

E’ chiaro, come si può facilmente supporre, di un evento del tutto immaginario: se anche l’aneddoto fosse stato vero e Baccio d’Agnolo avesse deciso di abbandonare il progetto, l’Opera del Duomo avrebbe comunque portato a termine i lavori sulla base del suo o di un altro progetto. Se il ballatoio è rimasto in fase di costruzione, invece, è chiaro che ci furono in ballo motivazioni ben più importanti rispetto ad un battibecco fra artisti rivali, prima fra tutte i problemi di stabilità che l’enorme peso del ballatoio avrebbe provocato alla Cupola.

Di vero a livello storico c’è l’effettiva contrarietà di Michelangelo al progetto di ballatoio di Baccio d’Agnolo, come dimostrato dai disegni relativi al progetto di completamento del medesimo risalenti al 1516 (quando la prima parte era stata già costruita) e conservasti presso il Museo Casa Buonarroti. Esiste in proposito anche un modello ligneo, custodito presso il Museo dell’Opera del Duomo col numero di inventario n° 144, anche se con dubbi di identificazione rispetto a questo avvenimento.

Miniature della Cupola del Brunelleschi

La Cupola del Duomo progettata dal Brunelleschi conta diverse imitazioni nel mondo. Curiose sono però, a mio avviso, gli eventi legati alla costruzione di una riproduzione in miniatura del capolavoro brunelleschiano. Mi riferisco, in particolare, alla piccola cupola del Duomo ricostruita presso Petrognano, nel Comune di Barberino Val d’ Elsa.

L’ edificio ivi costruito è legato ad un nome che sa di mitologico: Semifonte. Si tratta di una città scomparsa, della quale non è rimasta con sicurezza nemmeno al traccia storica della sua ubicazione. Semifonte è infatti la città che, sul finire del XII secolo osò sfidare la potenza di Firenze e, per questo motivo, fu spazzata via fin nelle fondamenta.

Non annoierò qui i già sparuti lettori ricordando l’ etimologia del nome Semifonte (summus fons = il fonte più alto), solo dirò che la fine della cittadina valdelsana ricorda molto da vicino quella riservata da Roma a Cartagine. Curioso ricordare come gli abitanti di Semifonte, al culmine della potenza raggiunta dalla loro città, avessero coniato un motto per sfottere i fiorentini, che si vantavano di essere la città egemone della Toscana. Così, andavano dicendo: “Fiorenza fatti in là, Semifonte si fa città“. Della boria di Semifonte non rimase nulla, nemmeno tracce archeologiche.

Non solo: il Comune di Firenze impose un interdetto perpetuo a ricostruire sul sito in cui era sorta la città che aveva osato sfidarla. Interdetto che ancora durava quando, nel 1597, individuato il sito originario di Semifonte, Giovanni di Battista Neri Capponi chiese ed ottenne dal Granduca Cosimo I una deroga all’ editto duecentesco per ricostruire, in memoria di quella città, e su progetto di Santi di Tito, una  cappella ottagona coperta da una esatta riproduzione in scala 1:8 della Cupola del Duomo di Firenze. Si tratta della cappella di San Michele.

Un accenno infine ad un altro monumento, questa volta posto all’ interno di Firenze, che riproduce anch’ esso , nella copertura, la cupola ottagona del Brunelleschi: si tratta della Cupolina dell’ Osmannoro, piantata come spartitraffico in mezzo al flusso di veicoli che inonda ad ogni ora del giorno quella zona di Firenze.