La “prova del fuoco” del Savonarola alla vigilia della Domenica delle Palme

L’ affascinante storia di Firenze, tra le varie “prove del fuoco”, altrimenti dette ordalie o cimenti, non conosce soltanto quella famosissima avvenuta presso la Badia a Settimo, e che ebbe per protagonista Pietro Igneo, poi divenuto vescovo e santo. Si annovera infatti nel numero di queste prove anche quella caldeggiata con estremo vigore da Girolamo Savonarola, che la richiedeva al Papa Alessandro VI per dimostrare la veracità della dottrina da lui professata e l’ assoluzione dalla scomunica.

Mi sembra particolarmente adatto ricordare oggi, sabato che precede la domenica delle Palme 2012, un evento clamoroso che ebbe luogo proprio nell’ omologo giorno del 1498: anno in cui il sabato delle Palme cadeva per l’ appunto il 7 di aprile.

La prima caratteristica curiosa di questa prova del fuoco è che, dopo tanti strepiti e clamori, in realtà non si verificò. Ma non voglio anticipare altro prima di aver spiegato minutamente come andò la faccenda.

Ritratto di Girolamo Savonarola, dipinto da Fra Bartolomeo nel 1498

Ritratto di Girolamo Savonarola, dipinto da Fra Bartolomeo nel 1498

Tutto comincia con una duplice sfida: i più acerrimi rivali del Savonarola, ossia i francescani di Santa Croce ed il partito dei palleschi (favorevoli al rientro dei Medici, il cui simbolo erano sei palle), sfidarono inizialmente il frate domenicano ad entrare nel fuoco per asseverare la veridicità delle sue affermazioni, e prima di tutte, il fatto che egli si proclamava da sè stesso profeta; la qual provocazione venne per bocca di frate Francesco di Puglia. Visto che il Savonarola non prendeva sul serio la sfida, rispose in sua vece fra Domenico Buonvicini da Pescia.

A questo punto la Signoria mandò a Roma l’ ambasciatore Bonsi per richiedere l’ autorizzazione a svolgere il cimento. Ma Alessandro VI, che evidentemente non era così sicuro delle proprie ragioni contro quelle del Savonarola, impaurito di rimetterci la tiara papale in caso di sconfitta, stabilì che tale prova non si dovesse assolutamente tenere.

Nonostante il diniego papale la prova si organizzò lo stesso: talmente in fermento erano le due opposte fazioni in città, che non si poteva desistere senza rischiare seriamente una sommossa popolare. La Signoria l’ aveva approvata per il giorno 7 di aprile, quando il 29 marzo erano saliti a richiederla a Palazzo Vecchio un certo numero di frati di San Marco e di Santa Croce: fu stabilito che sarebbe entrato nel fuoco per i francescani il frate Rondinelli, e per i domenicani frate Mariano Ughi.

Il 7 aprile, ovvero il sabato che precedeva la Domenica delle Palme, sin dall’ alba, Piazza della Signoria era stipata fino all’ inverosimile di popolo, accorso curioso ad assistere all’ incredibile evento. I frati di Santa Croce si recarono all’ ora fissata a prendere posto nella loro metà della Loggia dei Lanzi, che fu appositamente divisa in due parti da una cancellata; nell’ altra si disposero quelli di San Marco, che vi si recarono in pompa magna in numero di duecentocinquanta, a coppia, con fra Girolamo in persona che reggeva in mano il Corpo di Cristo, seguito da una moltitudine di popolo con torce in mano, che cantava e salmodiava con grande devozione.

Dopo che il Savonarola ebbe celebrato la Messa su un altare posticcio, si cominciarono a stabilire le formalità della prova: dalla loggia fino alla Tettoia dei Pisani, era stato eretto una specie di palco lungo cinquanta braccia e largo dieci, alto da terra quattro braccia. Sull’ assito erano sparsi ghiaia e calcinacci e, ai due lati, lasciando non più che un braccio di paio nel mezzo, era stata eretta una specie di muraglia di scope e di legnami, cosparsa con olio e ragia perchè ardesse meglio.

Intanto il popolo aspettava e le due fazioni non si mettevano d’ accordo su nulla: segno che, di passare nel fuoco, avevano davvero poca intenzione. I frati di Santa Croce imponevano che fra Domenico si spogliasse tutto insino alle mutande, ed i domenicani accettarono. Non accettarono però il divieto di portare il Corpo di Cristo in mano durante le prova. Nacque così un diverbio, e si fece sera tra andare su in Palazzo Vecchio a far decidere la Signoria e tornare.

Cominciato a farsi buio, i frati di Santa Croce levarono le tende, seguiti dopo poco da quelli di San Marco, così che il popolo iniziò a mettersi a rumore sentendosi gabbato, con grave rischio che scoppiasse una rivolta. Per fortuna di Firenze, il tempo, che era stato minaccioso tutto il giorno, finalmente ruppe, e la gran pioggia salvò Firenze da una enorme ribellione, visto che molti avevano in tale frangente perso la fede nel Profeta. Ci narra infatti un cronista dell’ epoca, il Landucci, che ad un tratto “venne un grande tuono e un brusco tempo; pareva l’ aria molto crucciata e piovve: e io lo so”, dice il cronista, “che mi immollai tutto per vedere l’ esperimento del fuoco” che non ci fu, e sentì invece quello dell’ acqua.

Per la credibilità del frate ferrarese fu un brutto colpo, che avrebbe portato il Savonarola al rogo di lì a meno di due mesi (dal 7 aprile al 23 maggio).

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Pubblicato il 31 marzo 2012, in Aneddoti e notizie storiche con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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