Archivi categoria: Edifici ed altre costruzioni artistiche e monumentali

Curiosità ed aneddoti legati alla storia di tutti gli edifici monumentali di Firenze e le costruzioni artistiche e di pregio. Rientrano in questa categoria ville, palazzi, piazze, torri, colonne commemorative, spedali, marginine, logge e tutto gli altri monumenti a carattere laico non rientranti tra gli edifici sacri.

Palazzo di Giustizia di Novoli vs Città Futurista

Il nuovissimo Palazzo di Giustizia di Firenze salta agli occhi di chi arriva a Firenze (e anche di chi ci abita), sia perchè si trova sul viale Guidoni, la principale “porta d’accesso” alla città, ma anche per quelle sue architetture così inusuali nella città che è stata simbolo del Rinascimento e, in generale, rispetto all’idea che siamo soliti farci di un edificio adibito a tribunale: sembra certamente uno dei grattacieli strampalati di ferro e vetro che siamo abituati ad associare alla Gotham City di Batman, città disegnata con chiari intenti di prefigurare una città del futuro della civiltà occidentale post-industriale.

Palagiustizia

 

Rivederlo in questi giorni mi ha fatto ripensare ad una eccellente mostra sui principali esponenti del Futurismo, che visitai al palazzo Ducale di Genova agli inizi del 1998. La mostra, che si teneva dal 17 dicembre 1997 all’8 marzo 1998, proponeva fra l’altro l’opera completa di Antonio Sant’Elia,  geniale architetto che, nella sua pur breve vita (muore nel 1916 sul Carso, a soli 28 anni, sul fronte che opponeva l’Italia all’Austria-Ungheria nel corso della Prima Guerra Mondiale), propone soluzioni avveniristiche per quella che immagina come “città futurista”.

Ecco la foto che ho rivisto in questi giorni e che mi ha fatto pensare al palazzo di Giustizia di Novoli:

santelia

Anche se, ad onor del vero, gli arditissimi edifici partoriti dalla mente immaginifica di Sant’Elia mi paiono di caratura ben superiore al nuovo Tribunale di Firenze, le assonanze stilistiche ed architettoniche risultano piuttosto chiare: intanto, nella scelta dei materiali, in cui il mix di ferro, cemento armato e vetro allude ad un concetto di ultra-modernità di una civilità occidentale iper-industrializzata e, in secondo luogo, certamente, per le linee diagonali e le geometrie aguzze che si lanciano contro il cielo, in un susseguirsi di guglie, grattacieli e ciminiere che ora come allora ci riporta alla mente le atmosfere cinematografiche della Marvel.

Ci sono anche, per contro, alcune differenze lapalissiane: il contesto, per principiare. Mentre il Palazzo di Giustizia di Firenze si erge pressochè isolato nella sua altezza in mezzo al parco di San Donato, e quindi spicca sulla superficie quasi piatta che si trova all’intorno, la città futurista di Sant’Elia propone un continuum di costruzioni che integra senza soluzione di continuità edifici, grattacieli, piani stradali, marciapiedi e gallerie/sottopassi, arrivando a prevedere un insediamento in cui non esiste “dentro” e “fuori” ed è invece possibile spostarsi rimanendo sempre all’interno degli spazi abitativi. In questo senso la città diviene per definizione “artefatto” integrale.

Altra differenza che salta all’occhio attento, è l’estrema anti-funzionalità delle forme e delle connessioni architettoniche dei volumi del Palazzo di Giustizia, in contrapposizione con l’iper-razionalismo insito nella concetto di efficienza esasperata che l’architettura futurista pretendeva in opposizione al caos funzionale dei centri urbani dell’epoca. Così come la Città Futurista risente positivamente dell’apporto razionalista tipico del periodo fascista (corrente in cui Sant’Elia si inserisce a pieno titolo), con i suoi concetti di “città pensata” ed aliena da ogni tipo di “spreco” in termini di linee, funzionalità ed efficienza, inversamente il Palazzo di Giustizia che, pur costruito negli anni 2000 nasce già vecchio su progetti che prendono le mosse addirittura negli anni ’60 del Novecento, risulta in un accozzaglia di volumi che, a fini meramente estetici, sacrifica la funzionalità e la praticità degli spazi, così importante soprattutto in un edificio di pubblica utilità: celebri sono diventate, nel giro di pochi mesi, e a titolo di mero esempio fra mille altri possibili, le stanze ad “angolo acuto” in cui è impossibile inserire convenientemente mobilio di sorta.

Chi volesse approfondire ulteriori curiosità sul nuovo Tribunale di Firenze, che è entrato di prepotenza, piaccia o non piaccia, a far parte della sky-line di Firenze, allo stesso modo del Duomo e di palazzo Vecchio, potrà leggere un articolo precedente specificamente dedicato al palazzo di Giustizia a Novoli.

La Bottega Teatrale di Vittorio Gassman

bottega teatrale firenze gassman

 

Firenze è la città che fu scelta dal grande Vittorio Gassman per aprire la sua prestigiosa scuola di teatro, la “Bottega Teatrale”. Anche se purtroppo chiusa ormai da diversi anni, una targa collocata nel 2009 sulla facciata della storica sede di Oltrarno ricorda questa esperienza lunga quasi 15 anni.

L’accademia teatrale fondata da Vittorio Gassman a Firenze apre i battenti nel 1979 nello storico quartiere di Oltrarno. La sede storica in cui la scuola teatrale si insediò all’atto della sua fondazione è ancora oggi segnalata da una apposita targa collocata in via Santa Maria 25, una piccola traversa che collega via de’ Serragli a via Romana.

Ad appena 10 numeri civici di distanza dal Teatro Comunale Goldoni, che si trova al numero 15, la Bottega Teatrale Fiorentina, chiusa purtroppo nel 1994 per mancanza di sovvenzioni, ha sfornato fior di talenti sia per lo schermo che il palcoscenico, ospitando, in qualità di insegnanti o titolari di specifici seminari nomi come Eduardo de Filippo, Adolfo Celi, Giorgio Albertazzi, Ettore Scola, Orazio Costa e Roberto Benigni.

Nonostante abbia rappresentato una delle scuole teatrali più ambite in Italia e probabilmente seconda per richieste di accesso soltanto alla celeberrima Silvio D’amico di Roma, la Bottega Teatrale di Gassman ha avuto una esistenza piuttosto tribolata. A causa della cronica dipendenza dai fondi ottenuti dal Comune di Firenze, la scuola ha incontrato numerosi periodi di difficoltà finanziaria che la hanno portata a cambiare sede diverse volte: una prima volta nel 1988 al Teatro Colonna, poi nel 1991 al Fabbrichino di Prato, fino alla chiusura definitiva.

Dopo una breve parentesi avvenuta fra il 1994 ed il 1996, iniziata in San Frediano e conclusasi presso il Teatro Pacini di Pistoia, la Bottega chiude i battenti per l’ultima volta. In tempi recenti è stata poi celebrata con una mostra tematica del dicembre 2012 presso il Teatro Quirino di Roma, dal titolo “Omaggio al Maestro”, in onore del grande “Mattatore” della commedia italiana e fondatore della scuola.

 

La Selva: un lager nella villa principesca

Oggi è un complesso residenziale pressochè principesco, immerso nello splendore dei colli fiorentini che sorgono attorno a Ponte a Ema: è Villa la Selva, un condominio di lusso ricavato dalla lottizzazione in appartamenti del magnifico edificio che. però, per quanto sia ancora oggi placido nella campagna toscana con le sue statue e la piscina ad uso dei residenti, ha rappresentato per molti sfortunati, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la porta di accesso ai lager tedeschi.

Per la precisione, Villa la Selva viene istituito come campo di internamento civile, ovvero come luogo in cui venivano raccolti anti-fascisti e oppositori vari del regime. La funzione di confino per i dissidenti politici, ricoperta fra il 1940 ed il 1943 viene però sostituita, successivamente all’8 settembre, nella ben più feroce destinazione a campo di raccolta degli ebrei fiorentini: da qui, i giudei partivano sui treni piombati per i lager tedeschi.

Testimone muto ma incombente dell’infame collaborazione della Repubblica Sociale (istitutrice dei campi di raccolta che avviavano gli ebrei ai lager in Germania) con la dittatura nazista, Villa la Selva si trova quasi intatta, ancora, nel suo aspetto originario, in via del Carota: trovarla non è difficile, basta entrare nella angusta via di campagna venendo da Firenze e, superata la Fattoria di Rimezzano sulla destra, si trova subito dopo pochi metri un piccolo bivio. Salendo il leggero declivio sulla sinistra, si arriva al cancello della superba villa suburbana dopo qualche centinaio di metri.

E’ impossibile sbagliarsi: al bivio, proprio nel punto in cui si lascia via del Carota per deviare sulla sinistra verso la villa, il Comune di Bagno a Ripoli ha fatto apporre, il 29 gennaio 2009, in occasione della Giornata della Memoria, un cippo commemorativo in ricordo degli internati e delle vittime del “lager fiorentino”.

Il campo di raccolta di Villa Selva aveva una capienza di 200 posti, ed era un campo di concentramento specificamente maschile. Destinato come accennato a raccogliere inizialmente i “sudditi nemici” , scrive la pagina più dolorosa della sua storia dopo l’Armistizio, quando inizia a raccogliere, assieme alla vicina Villa la Colombaia, gli individui colpiti dalle leggi razziali, che da qui vengono prima trasferiti al campo di raccolta di Fossoli (quello stesso famoso a livello letterario perchè vi transitò Primo Levi, che racconta la vicenda in Se questo è un uomo), in Emilia, e da lì ai campi di concentramento in Germania e Polonia.

Diretto dal Commissario Pasquale de Pasquale, fu infine chiuso definitivamente nel luglio 1944, dopo che gli Alleati lo avevano occupato nel maggio dello stesso anno trovandovi 42 internati.

Anche oggi che la villa è tornata a vivere come condominio di lusso, e a prima vista nessuno indovinerebbe i suoi lugubri trascorsi, non mancano i curiosi che si spingono a citofonare ai residenti, probabilmente per capire come possano convivere serenamente, in questo luogo pur estremamente ameno, con un passato così funesto e per carpire loro, magari, l’effetto che fa (come diceva Jannacci).

Come si faccia a vivere in un luogo legato a così tristi vicende è domanda che probabilmente i condomini non si pongono: molti sono ricchi stranieri, e probabilmente non ne conoscono nemmeno la storia. Più probabilmente, però, fanno finta di niente e basta: il passato, alla fine, è passato. Soprattutto se non ti riguarda direttamente.

Libro "La Saga delle Colombe"

La copertina del libro di memorie scritto da Matilde Jonas grazie ai diari del padre Giorgio

Questo passato riguarda però molto da vicino gli ex-internati, i sopravvissuti al pericolo di partire per i campi di concentramento per non dover tornare più, e i loro familiari. E’ il caso di Matilde Jonas, figlia di Giorgio, che infatti ci ha scritto sopra un libro. Si intitola la “Saga delle Colombe”, e rappresenta la ricostruzione dell’internamento a Villa la Selva del padre Giorgio, ricostruito dalla figlia Matilde sulla base degli appunti redatti dal primo durante la prigionia.

Medico ebreo ungherese, Giorgio Jonas viene internato a Villa la Selva per non aver ottemperato al decreto di espulsione degli ebrei susseguente alle leggi razziali del 1938. Il libro nasce grazie al ritrovamento fortuito, da parte della figlia, del diario di prigionia del padre e dal relativo album fotografico.

L’opera, che testimonia in maniera impietosa la dura. sebbene poco evidenziata, persecuzione razziale in Italia, è stato presentato alla presenza del sindaco di Bagno a Ripoli nel 2012, sempre in occasione della Giornata della Memoria, ed è edita da Passigli.

Firenze batte Roma nei Musei più visitati

Nella lista dei Musei d’Arte più visitati al mondo, ce ne sono diversi di Firenze, e la Galleria degli Uffizi rappresenta in assoluto il museo italiano più visitato (dopo i Musei Vaticani che però, tecnicamente, appartengono a Città del Vaticano,  e non sono dunque un museo italiano).

Se visitate la pagina di Wikipedia dedicata alla “Lista dei Musei d’Arte più visitati del mondo”, la Galleria degli Uffizi di Firenze, primo fra quelli italiano, figura al 21° posto, sulla base dei volumi di visitatori rilevati nel 2012.

Nascita di Venere del Botticelli

La nascita di Venere del Botticelli, dipinto simbolo degli Uffizi

Gli altri musei fiorentini presenti nella prestigiosa lista sono:

  • Galleria dell’Accademia (dove si trova il David di Michelangelo): al 42° posto con 1.225.254 visitatori
  • Palazzo Strozzi: al 68° posto con 934.563 visitatori
  • Palazzo Pitti: all’87° posto con 742.184 visitatori

Con 4 Musei d’Arte nella Top 100 mondiale, Firenze batte alla grande Venezia (Palazzo Ducale) Trieste (Parco del Castello di Miramare), Milano (Castello Sforzesco), Napoli (Parco di Capodimonte) e Torino (Venaria Reale). Ma soprattutto, strano a dirsi, sopravanza Roma, che mette il suo primo museo d’arte al 71° posto (Castel Sant’Angelo), seguito dal Museo Centrale del Risorgimento (93° posto) e dal Complesso del Vittoriano (95° posto).

Firenze si conferma città regina in Italia per l’arte e questo ce lo potevamo aspettare: ciò che delude veramente è che il primo Museo d’Arte italiano sia piazzato solo al 21° posto, anche considerato che, davanti agli Uffizi troviamo, per esempio, due musei della Corea del Sud (12° e 15° posto) ed uno (7° posto) di Taiwan.

Finchè si tratta del Louvre, del British Museum o dell’Hermitage di San Pietroburgo, si può anche capire, ma quando davanti ai Musei d’Arte più famosi d’Italia trovi musei di Taiwan, coreani o anche solo il Museo Nazionale di Scozia, viene da pensare che in Italia c’è qualcosa che non va con il settore del turismo e della cultura, particolarmente importanti per la nostra economia. Decisamente una curiosità che fa riflettere.

Pratilia superata dai Gigli: ma rinascerà grazie ad Esselunga

Il centro commerciale “I Gigli” è, come tutti sanno, il più grande della Toscana. Anche se pochi lo sanno, il mega-mall toscano, sebbene molto più vicino a Prato che a Firenze, si trova proprio in provincia del capoluogo di regione: l’indirizzo infatti, recita “Via San Quirico, 165 – Campi Bisenzio”, che è in provincia di Firenze.

Certo è notizia di poca importanza sapere che “I Gigli” (d’altra parte, il nome stesso rimanda chiaramente alla città gigliata) sono in provincia di Firenze piuttosto che di Prato, ma questa curiosità mi dà l’occasione per ricordare come questo “primato” sia passato a Firenze proprio dopo essere stato per molti anni un record tutto pratese.

Fino ad anni recenti, infatti, e fino all’inaugurazione dei Gigli, il più grande mall toscano è stato il mitico centro commeciale di Pratilia, a Prato per l’appunto. Mitico perchè, oltre che importante sito della GDO, divenne negli anni punto di ritrovo immancabile della gioventù pratese e meta di visitatori da tutta la Toscana.

Inaugurato nel 1977, forte di parcheggio sotterraneo, due supermercati, due magazzini della Standa, un centinaio di negozi e, soprattutto, la famosissima discoteca Pacha, possedeva anche una piscina sul tetto e si trovava in bella evidenza nel luogo che ancora oggi tutti i pratesi chiamano, semplicemente, “Pratilia”: l’angolo fra via Fiorentina e il raccordo Leonardo da Vinci (lato via B. Franklin).

Vecchio centro commerciale di Pratilia

Il vecchio centro commerciale di Pratilia, completamente degradato dopo il fallimento

Fallito formalmente nel 2003, il centro commerciale risultava già quasi interamente “spopolato” di negozi agli inizi degli anni ’90 e certamente il colpo di grazia gli venne dall’inaugurazione dei Gigli nel 1997: con un parcheggio enorme ed un ambiente iper-moderno ed una posizione molto più comoda che intercettava l’enorme flusso di visitatori fiorentini, “I Gigli” erano pronti a scippare, dopo il primato della superficie di vendita in Toscana, anche il ruolo di polo di attrazione che per venti anni era stato del glorioso centro di Pratilia.

Rendering della nuova Pratilia

Rendering della nuova Pratilia, visto dal raccordo Leonardo da Vinci, come apparirà una volta terminato

Nonostante lo scettro di centro commerciale più grande in Toscana sia passato da Prato a Firenze, però, Pratilia vedrà nei prossimi anni il suo riscatto: l’area un tempo occupata dal centro commerciale, abbandonata per lunghi anni e fortemente degradata, ospiterà dall’aprile 2014 il mega-store di Esselunga nuovo di zecca e, probabilmente entro Natale del 2015, vedrà anche l’inaugurazione di un mega-centro direzionale provvisto di torre-grattacielo a fianco del super-store, che ospiterà fra gli altri un hotel di lusso.

Esselunga di Pratilia con la torre-albergo

Veduta renderizzata della nuova Esselunga di Pratilia con la torre-albergo: il complesso dovrebbe essere terminato per Natale 2015

Ville medicee Patrimonio dell’Umanità

Villa Medicea la Magia

La Villa medicea “la Magia” di Quarrata, una delle 12 inserite nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO

E’ notizia del 23 giugno 2013 che il comitato di valutazione dell’Unesco, riunito a Phnom Phen in Cambogia per stabilire quali beni culturali inserire nel prestigioso novero dei “Beni Patrimonio dell’Umanità”, ha incluso nella lista 12 ville medicee e due giardini monumentali.

Si tratta di un riconoscimento importante per Firenze, la Toscana, la sua storia, ma, soprattutto, per il suo turismo e quindi la sua economia, grazie alla vasta eco di cui questi beni potranno beneficiare a seguito dell’inclusione nel World Heritage dell’UNESCO, che comporta anche un trasferimento di fondi per la valorizzazione.

Ecco la lista delle ville medicee incluse nel Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO:

  • villa di Cafaggiolo
  • villa del Trebbio
  • villa di Careggi
  • villa Belcanto di Fiesole
  • villa di Poggio a Caiano
  • villa di Castello
  • villa La Petraia
  • villa di Cerreto Guidi
  • villa la Màgia
  • villa di Artimino
  • villa di Poggio Imperiale
  • Palazzo di Seravezza
  • Giardino di Boboli
  • Parco della Villa Demidoff di Pratolino

Detto questo, la piccola curiosità: l’UNESCO ha inserito certamente le ville medicee più importanti all’interno della lista del Patrimonio dell’Umanità, ma ne sono comunque restate fuori alcune piuttosto rilevanti.

Quali sono i siti medicei rimasti esclusi? Solo per dire i più importanti, ci sono la Villa Medicea di Montevettolini e quella di Collesalvetti: certamente meno note rispetto alle altre, eppure particolarmente rilevanti a livello storico, considerato che sono due di quelle raffigurate da Giusto Utens nel celeberrimo ciclo di lunette oggi conservate presso il Museo “Firenze Com’era”.

Oltre a queste, escluse anche altre importantissime Ville Medicee come la Quiete alle Montalve, la villa di Lappeggi, la Topaja e l’Ambrogiana di Montelupo, tralasciando quelle di minore rilievo.

Il motivo di questa curiosa cernita sembra rispondere soltanto in parte ad un ovvio criterio di maggiore notorietà e valore storico-culturale: se vale infatti per Castello, la Petraja e simili, infatti, non si capisce per esempio in cosa Villa la Màgia sia da considerarsi più importante della Quiete alle Montalve; o quella di Seravezza più di quella di Montelupo. Probabilmente si è tenuto conto anche dello stato di conservazione rispetto all’originale concezione medicea, ovvero al grado di rappresentatività di ciascuna rispetto al modello ideale di “villa medicea”. In questo senso, ad esempio, l’Ambrogiana di Montelupo è probabilmente stata esclusa in quanto il suo utilizzo prolungato come OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) ne ha snaturato gli originari caratteri di villa principesca suburbana.

Torre Montegufoni

Torre del Castello di Montegufoni

La torre del castello di Montegufoni, che replica con piccole differenze la Torre di Arnolfo

Montegufoni, frazione del Comune di Montespertoli, è famosa per l’omonimo Castello eretto dalla nobile famiglia fiorentina degli Acciaioli. Il Castello di Montegufoni presenta una curiosa peculiarità, che ci riporta immediatamente al fulcro della nostra ricerca, cioè Firenze: la torre del Castello rappresenta infatti una riproduzione quasi perfetta della celeberrima Torre di Arnolfo che svetta sul Palazzo della Signoria.

Le immagini riprodotte in questo articolo mostrano chiaramente come la Torre del Castello di Montegufoni possegga una piattaforma che aggetta, come nel caso della Torre di Arnolfo, rispetto alla sezione del corpo principale e come questa maggiore estensione sia ricavata con l’identico sistema di beccatelli che corrono tutto intorno. Allo stesso modo, sulla piattaforma merlata si innalza una cella campanaria, della medesima forma rispetto a quella della Signoria, ossia una cella a base quadrata con quattro aperture a tutto sesto e culmine piramidale.

Se aguzzate la vista notate che anche la banderuola che sormonta la cella campanaria è una riproduzione del celebre Marzocco che si trova in cima alla Torre di Arnolfo. Noterete però anche che, nonostante l’evidente somiglianza fra le due torri, ci sono anche alcune piccole differenze, che a prima vista forse non attirano l’attenzione.

Infatti, facendo attenzione, si vede che differisce il numero dei merli che cinge la piattaforma sommitale: a Montegufoni sono merli guelfi (di forma squadrata) mentre quelli della Torre di Arnolfo sono “ghibellini” (quelli a “coda di rondine”). Inoltre, i merli della piattaforma principale e quelli che ornano la sommità della cella campanaria sono tre per lato a Montegufoni, mentre a Firenze sono, rispettivamente, 5 e 4.

Torre di Arnolfo su Palazzo della Signoria

La Torre di Arnolfo che svetta sul Palazzo della Signoria

Aldilà di questi ed altri piccoli dettagli che differenziano le due costruzioni, e che sono dettate evidentemente dalle minori dimensioni della torre di Montegufoni rispetto a quella di Arnolfo, vale la pena ricordare una suggestiva ipotesi che cerca di spiegare il motivo per cui la prima viene costruita in maniera pressappoco identica alla seconda. Con ogni probabilità vigeva all’epoca (siamo nel 1386) un divieto, quantomeno consuetudinario se non addirittura imposto dalla legge, che vietava di riprodurre con esattezza le forme del potere repubblicano: non solo simboli e insegne ma anche, appunto, gli edifici “iconici” del legittimo potere politico.

In questa prospettiva, una riproduzione perfetta della Torre di Arnolfo, simbolo riconosciuto della sede della Signoria, equivaleva dunque, di fatto, ad un’usurpazione del potere nei confronti delle istituzioni comunali. Sembra verosimile che le leggere modifiche apportate da Donato Acciaioli, committente della Torre di Montegufoni, fossero dunque funzionali ad evitare, in maniera “furba”, il divieto di appropriazione delle forme e delle insegne del potere legittimo.

Il tabernacolo del perdono di San Giovanni Gualberto

Prendo a prestito per questo articolo alcune righe dalla Splendida storia di Firenze di Piero Bargellini, in cui recita: “Uscendo da Porta San Miniato, lungo la stradetta, che serpeggiando tra gli olivi, sale all’antico monastero, si vede sulla facciata d’una casa, un grande tabernacolo, da poco restaurato, che ricorda il perdono di Giovanni Gualberto.”

Da questo tabernacolo parto oggi per ricordare un avvenimento che fa parte della più antica agiografia su Giovanni Gualberto, santo e fondatore della Congregazione Vallombrosana.

Perdono di San Giovanni Gualberto

Il miracolo del Crocifisso di San Miniato che approva il perdono di Giovanni Gualberto nei confronti dell’uccisore del fratello

Le antiche Vitae del santo (se ne conoscono quattro: una scritta da Andrea Strumi da Parma, una da Attone da Pistoia, e due anonime) riportano sostanzialmente lo stesso episodio: Giovanni, rampollo della nobile famiglia fiorentina dei Visdomini, perde il fratello in un agguato teso da una potente famiglia avversaria e si impegna per questo, come avveniva di solito all’epoca, a non darsi pace fino a che non avesse avuto la propria vendetta.Incontra casualmente l’uccisore del fratello, un giorno, appena fuori l’attuale Porta di San Miniato, mentre scende dal Pian dei Giullari alla chiesa di San Niccolò Soprarno, e lì, vistosi perso e senza via di fuga, il suo avversario si prostra con le braccia in croce per ricevere il primo colpo.

E’ il momento in cui Giovanni, colto da immediata ispirazione, riconosce nel nemico con le braccia in croce il Cristo Crocifisso: raccontano le Vitae che Giovanni perde di colpo ogni velleità di vendetta, rialza l’assassino di suo fratello e lo perdona. Secondo i suoi agiografi, Giovanni desiste dal suo proposito omicida perchè ha riconosciuto nella croce disegnata dal suo avversario il Cristo che, sulla croce, ha perdonato i suoi persecutori, e decide per questo di farsi imitazione del Crocifisso.

La nota leggenda tramandataci prosegue con Giovanni che, assieme all’avversario risparmiato, sale dalla Porta alla vicina basilica di San Miniato. Insieme si inginocchiano a pregare e, sempre secondo la leggenda, il Crocifisso cui si rivolgono i due oranti miracolosamente annuisce a dimostrare l’approvazione per il gesto di perdono compiuto da Giovanni.

Museo della simbologia massonica a Firenze

musma firenze

Alcuni oggetti del rituale legati al rituale massonico, conservati presso il Musma di Firenze

La Massoneria italiana nasce a Firenze, nel 1731, con l’istituzione della Loggia Concordia, prima loggia in assoluto della penisola. E’ per questo motivo che la città di Firenze celebra il suo primato con un museo dedicato: è il Musma, il Museo della Simbologia Massonica.

Inaugurato il 1° marzo 2012, il Musma è alloggiato al numero 7 di via dell’Orto, in cui un percorso organizzato su tre piani raccoglie più di diecimila fra documenti storici e oggetti legati ai rituali della massoneria, quali libri, timbri, foto, giornali e schede di iscrizione.

La collocazione del singolare Museo, stipato all’inverosimile di stampe, fasce, grembiuli, medaglie, ritratti e stendardi legati alla lunga tradizione massonica non solo fiorentina è particolarmente significativa: pare infatti che la la prima loggia fiorentina sia stata fondata da un gruppo di inglesi proprio in via Maggio, a due passi dall’attuale sede del Museo.

Il Musma è un museo piccolo e singolare. Tuttavia racconta una grande tradizione, che non solo vanta la fondazione della prima loggia (che per il motivo esposto veniva chiamata “loggia degli inglesi”), ma anche l’adesione di un gran numero di personaggi della società fiorentina, nel corso dei secoli fino ad oggi. Non è un caso se la massima parte dei soggetti catalogati nella famosa lista della P2, sequestrata in casa di Licio Gelli, era di Firenze.

Oltre ai tantissimi oggetti massonici fiorentini, ci sono ricordi provenienti da tutto il mondo: solo per citare uno dei più curiosi, si trova la scheda di iscrizione alla massoneria di John Wayne, firmata il 24 giugno 1970 e accettata nella loggia numero 56 di Phoenix, capitale dell’Arizona.

E’ casa Buonarroti ma Michelangelo non ci abitò mai

Museo Casa Buonarroti

Prospetto del Museo “Casa Buonarroti” che si affaccia su Via Ghibellina

Il Museo “Casa Buonarroti” si trova al numero 70 di via Ghibellina, a duecento metri appena da Piazza Santa Croce. Il caso dello splendido Palazzo che è oggi museo dedicato a Michelangelo Buonarroti, è singolare, visto che, nonostante il nome e le preziose opere del maestro che vi sono conservate, il celebre artista di Caprese non vi abitò mai.

In effetti risulta che il Palazzo che ospita il Museo non solo non fu mai abitato da Michelangelo, ma venne addirittura costruito diverso tempo dopo la morte del grande maestro: fu realizzata infatti su commissione di Michelangelo Buonarroti il Giovane pronipote del genio fiorentino, nel 1612 (Michelangelo morì nel 1564).

Questa circostanza non toglie che il Palazzo di via Ghibellina sia compiutamente “michelangiolesco”: l’edificio fu infatti costruito sulla base di un progetto disegnato dal grande architetto (oltre che scultore e pittore), e su un terreno che lui stesso in vita aveva scelto e acquistato.

Si ha notizia che Michelangelo acquistò il 9 marzo 1508 quattro modesti edifici fra via Ghibellina e via Santa Maria (l’attuale via Buonarroti); sei anni dopo, nelll’aprile del 1514, ne comprò ancora un’altro. Di queste cinque case, tre le dava a pigione, mentre abitò nelle altre due fra il 1516 ed il 1525. Sono queste stesse case che Michelangelo aveva in mente di trasformare in “residenza onorevole” per la sua famiglia, ma l’unico erede maschio che aveva, il nipote Leonardo, procrastinava i lavori, tanto che, alla morte dell’artista, questi erano stati eseguiti soltanto su una frazione esigua della proprietà.

Inizialmente il Palazzo era costituito da tre delle cinque proprietà e solo nel 1612 fu ristrutturato dal figlio di Leonardo, Michelangelo il Giovane, fino a comprendere tutti e cinque gli edifici originari, secondo un progetto lasciato dall’illustre antenato.

Si può quindi dire che, anche se non vide mai il Palazzo da lui stesso progettato, Michelangelo abitò nelle case che avrebbero poi formato la sontuosa abitazione ed il Museo si chiama dunque a buon diritto “Casa Buonarroti”. Il Museo raccoglie peraltro una serie di preziosissime opere michelangiolesche, risalenti soprattutto al periodo della gioventù. Per approfondire, basta visitare il sito web del Museo Casa Buonarroti, da cui è tratta l’immagine inserita nell’articolo.