Francesco Prelati, un alchimista fiorentino alla corte di Barbablu

Quasi tutti conoscono Gilles de Rais, il nobile condottiero francese finito sul rogo come primo vero “serial killer” della storia, che sembra sia stato il modello per il celebre Barbablu della novella di Charles Perrault. Quasi nessuno invece, ricorda la figura di François Prelati, al secolo Francesco Prelati, prete ed alchimista fiorentino che fu per anni suo braccio destro, confidente e compagno di misfatti. Se continuate a leggere, scoprirete come questo piccolo eccelesiastico di Firenze, grande appassionato di Occultismo, divenne maestro di cerimonie della corte del Maresciallo di Francia Gilles de Rais, incriminato per il sacrificio rituale di oltre cento bambini, grazie alla presunta capacità di evocare un suo “Diavolo personale”, lo sfuggente Baron, che avrebbe dovuto rivelare il segreto per trasformare il piombo in oro e restituire così al nobile indebitato l’antico splendore.

L’antefatto

Scoperta degli scheletri di 40 infanti sacrificati da Gilles de Rais

Scoperta degli scheletri di 40 infanti sacrificati da Gilles de Rais

Ritiratosi a vita privata dal 1432, il Barone de Rais, Maresciallo di Francia e proprietario di favolose ricchezze, conta fra i suoi possessi castelli ed altri beni in Bretagna, nel Maine, nell’Anjou e nel Poitou. Grazie a queste ricchezze comincia a condurre una vita principesca, per la quale impiega somme di denaro esorbitanti. Gli sfarzi che si concede per la sua stravagante megalomania e per mantenere un seguito di cortigiani pressochè regale lo conducono in breve tempo a dilapidare l’immensa fortuna a sua disposizione, costringendolo nel giro di un paio d’anni, prima a svendere tutti suoi possessi ad eccezione di alcune sue residenze (come i castelli di Tiffauges e di Machecoul) e poi addirittura a contrarre debiti insostenibili. Secondo gli atti del processo che lo porta al rogo nel 1440, è questo il movente del suo coinvolgimento in pratiche di alchimia e di stregoneria: in un primo tempo infatti, il Barone tenta la ricerca della “pietra filosofale” per trasformare metalli vili in oro e riacquistare quindi facilmente le perdute ricchezze. Non riuscendo a nulla, si decide quindi ad un passo ancora più dissoluto, ossia l’ingaggio di maghi e stregoni che gli procurino l’intercessione del Maligno affinchè gli conceda nuovamente il perduto tenore di vita, anche a costo del sacrificio di decine di fanciulli.

Invia dunque il fidato Eustache Blanchet in Italia affinchè conduca a lui uno stregone in grado di evocare i demoni e questi torna con un monaco fiorentino di nome Francesco Prelati, che già all’epoca si era procurato una certa fama come sedicente evocatore di un diavolo di nome Barron che si sarebbe dichiarato in grado di soddisfare ogni desiderio in cambio di vittime umane. Della biografia del Prelati sappiamo pochissimo, aldifuori di ciò che lui stesso racconta di sè nel corso del procedimento davanti all’Inquisizione di Nantes. Afferma di essere nato a Montecatini nella diocesi di Lucca, di aver compiuto studi religiosi e di aver ottenuto la tonsura clericale dal vescovo di Arezzo, ciò che non gli impedisce di applicarsi alle arti occulte della geomanzia e dell’alchimia, sotto la direzione del medico fiorentino Giovanni da Fontanelle. Proprio la sua supposta capacità di evocare demoni gli vale l’ingaggio presso la corte del Barone de Rais.

Secondo la deposizione di Blanchet al processo, egli entrò in contatto con il Prelati grazie all’intermediazione di un certo Guglielmo da Montepulciano. Blanchet tenta di capire con domande serrate se il giovane è in possesso delle arti alchemiche e soprattutto della stregoneria e dell’evocazione dei demoni, e viene a sapere così che il monaco fiorentino ha già alla sua giovane età evocato il demonio Barron due volte, che gli è apparso una prima volta in forma di venti corvi e una seconda in guisa di giovane garbato. All’età di 24 anni, il Prelati si reca dunque in Francia con Blanchet per servire il signore de Rais presso la sua residenza di Tiffauges, che secondo gli atti inquisitori diviene il centro principale delle atrocità commesse dal primo “serial killer” della storia.

Alla corte di Gilles de Rais

Prelati riesce sin da subito a cattivarsi la fiducia del signore di Rais che ripone in lui la più grande fiducia per il recupero delle perdute ricchezze. Proprio il monaco fiorentino sarebbe l’istigatore della lunga catena di delitti attribuiti a Gilles de Rais dato che, come ha modo di spiegare al suo padrone, “col diavolo non si scherza”, ossia ogni concessione ottenuta deve essere acquistata a costo di sacrifici umani. Dopo i primi tentativi andati a vuoto di evocare il demone Barron, Prelati pensa bene di giustificarsi sostenendo che ci vuole ben altro per evocarlo, ossia la conclusione di un vero e proprio “patto col diavolo”. Gli fa così siglare un accordo, firmato col sangue, con cui il signore de Rais si sottomette interamente al demonio offrendogli tutto sè stesso ad eccezione dell’anima e della vita, ma promettendo in cambio gli occhi, la mano ed il cuore di un infante. La formula proposta dal Prelati e sottoscritta da Gilles de Rais è per la precisione “Vieni ogni volta che ti invoco, e ti donerò tutto ciò che vorrai, ad eccezione della mia anima e della diminuzione della mia vita”.

In breve, il demonio Barron evocato di fronte a Gilles finisce per non apparire mai se non, a detta dello stesso monaco fiorentino, in sola sua presenza sotto la forma di un giovane di 25 anni. In breve, la tremenda escalation di sacrifici umani compiuti a danno di bambini ed infanti, talvolta rapiti, talvolta adescati e talvolta anche semplicemente comprati in cambio di qualche cibaria per essere poi impiegati come sacrificio da rendere come offertorio al demonio, altro non è che il risultato del perverso artificio messo in atto dal Prelati per non perdere la fiducia di Gilles: ad ogni insuccesso, infatti, riesce a discolparsi soltanto “alzando la posta”, e sostenendo che lo scopo delle evocazioni non si raggiunge perchè il diavolo chiede di più. Si arriva così, secondo il processo, ad un numero di bambini uccisi pari almeno a 120, ma secondo numerosi cronisti dell’epoca gliene vengono accreditati (in maniera poco verosimile) fino a 800.

Il tragico epilogo

Processo di Gilles de Rais davanti al Tribunale dell'Inquisizione di Nantes

Processo di Gilles de Rais davanti al Tribunale dell’Inquisizione di Nantes

Per quanto ne sappiamo oggi, Gilles de Rais potrebbe benissimo non aver compiuto neanche uno dei delitti ascrittigli. Probabilmente il processo inquisitorio fu solo il modo tramite il quale nemici numerosi e potenti che un uomo come lui non poteva non avere, fra cui il vescovo di Nantes che presiederà il tribunale dell’Inquisizione che lo manda al rogo, si sbarazzano di una presenza ingombrante e troppo brillante non infastidirli. In effetti, ciò che provoca la rovina di quello che è passato alla storia come “Barbablu” non è la scoperta degli efferati delitti (che come accennato forse sono stati confessati solo sotto tortura) ma l’incredibile capacità di sperperare una ricchezza immensa, circostanza che lo porta a riprendere con la forza il castello di Sant-Etienne-de-Mer-Morte precedentemente venduto a Geoffroy le Ferron, tesoriere e uomo di fiducia del duca di Bretagna, che a sua volta lo cede al fratello Jean le Ferron, chierico dipendente dal vescovo di Nantes. In un colpo solo Gilles de Rais riesce a dare un pretesto al suo arcinemico Jean de Malestroit (vescovo di Nantes) per metterlo sotto processo, e ad alienarsi la benevolenza del suo antico protettore il Duca di Bretagna, finendo al rogo. Prelati invece, incredibile a dirsi, se la cava tutto sommato a buon mercato (indizio di più per pensare che il processo a Gilles de Rais fosse soltanto una resa dei conti).

Tornando al protagonista di questa storia infatti, sappiamo che, benchè condannato al carcere a vita, il Prelati riesce prima ad evadere, poi a trovare ricetto fuori dalla giurisdizione del Duca di Bretagna, per accreditarsi nuovamente come alchimista esperto presso la corte del duca René d’Anjou, che lo nomina capitano di Laroche-sur-Yon. Col nuovo nome francesizzato di François de Mont-catin (dal luogo di nascita), il chierico toscano riesce ancora una volta a mostrare la sua capacità di cavarsela in ogni occasione e addirittura si prende una sonora rivincita su quel Geoffroy le Ferron, divenuto tesoriere di Francia, a cui rimprovera la sua incarcerazione a Nantes nel corso del processo a Gilles de Rais. Lo invita infatti presso la sua residenza nel corso di una missione presso l’ammiraglio Prigent de Coetivy e poi lo fa incarcerare sotto pretesto di false lettere di tradimento verso il suo ospite. Riesce dunque ad ottenerne non la condanna, ma il pagamento di un forte riscatto per il suo rilascio, anche se, alla fine, questa bravata gli costerà la condanna a morte per ordine del Consiglio Reale di Carlo VII. L’impenitente alchimista, stregone ed evocatore di demoni sconta alla fine quella nequizia con cui aveva traviato il suo signore de Rais, salendo sulla pira del rogo verso la fine del 1446.

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Pubblicato il 8 settembre 2018, in Personaggi illustri con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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