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Curiosità ed aneddoti legati alle personalità di spicco della famiglia Medici a Firenze ed alla loro Signoria sulla città, dagli esordi fino al Granducato

Morte di Luisa Strozzi: la brutale lussuria di Alessandro de’ Medici

Alessandro, Duca di Firenze e genero dell’imperatore Carlo V, è riconosciuto unanimemente dagli storici per due sue caratteristiche: violento, spietato, crudele contro gli avversari politici, veri o presunti, da un lato; dall’altro lussurioso oltre ogni dire. E’ di questo lato del suo carattere che oggi si parla, della sua brutale determinazione di sfruttare il potere per piegare alle sue voglie, volenti o nolenti, le donne delle quali aveva bramosìa.

Non che Alessandro mancasse di nobildonne, anche coniugate, che volentieri soddisfacevano alla sua lussuria; fatto stà, che il Duca ben presto si stufava delle sua amanti, e, per togliersele di torno in maniera spiccia, quelle facevano talvolta una brutta fine. Allo stesso modo finivano spesso quelle ragazze che si mettevano in testa di volergli resistere. Ma ecco la fine che fecero, in brevissimo lasso di tempo, tre delle più importanti donne fiorentine su cui il Duca aveva messo gli occhi.

Luisa Strozzi rifiuta il Duca Alessandro de Medici

Luisa Strozzi rifiuta le profferte amorose del Duca Alessandro de Medici, nel dipinto di Ferdinando Folchi da Palazzo Sansoni Trombetta, sede del Comune di Pontassieve

Le tre nobildonne di cui parlo sono Alessandra de’ Mozzi, Alessandrina Acciajuoli e Luisa Strozzi (questo è l’ordine in cui l’implacabile Duca mise gli occhi su di loro).

Alessandra de’ Mozzi, moglie di Lamberto Sacchetti, aveva attirato il Duca fra i suoi ammiratori più per la vasta eco delle sue conquiste innumerevoli che per la sua bellezza: prima che del Duca era infatti stata amante di Bartolomeo Lanfredini, Filippo Strozzi e Giovanni Bandini, tutti uomini in vista della città. Alessandro se ne annoiò ben presto, preso dalle grazie di Alessandrina Acciajuoli; la Mozzi, disperata, aveva in mente di rinconquistare a sè l’amante convincendo il cuoco a servire al Duca una certa vivanda mischiata ad un “filtro d’amore”. Il risultato fu che il cuoco riferì la cosa ad Alessandro, che interpretò la faccenda come un tentativo di avvelenamento, supponendo Filippo Strozzi come mandante.

Il Duca fece dunque rapire nottetempo Alessandra a due suoi confidenti e guardiani, Giomo e l’Unghero, che la trascinarono imbavagliata nelle stalle ducali in piazza San Marco. L’Ademollo, che riporta il fatto nella sua Marietta dei Ricci, dice testualmente che “fu tenuta tre giorni oppressa dalle libidini di quei due turpi sicari, onde confessasse se in quella malìa avevano avuto parte gli Strozzi“. La terza notte i due sgherri del Duca la lasciarono sdraiata in terra dentro il portone del suo palazzo, quasi moribonda. Sopravvisse in effetti ancora pochi giorni alla tremenda disavventura.

Alessandrina de’ Medici, venuta a conoscenza dell’episodio dallo stesso Duca, tremò al pensiero di averlo per amante, ma la sua tribolazione non durò molto, visto che Alessandro presto si annoiò anche di lei, invaghito di Luisa Strozzi, moglie di Luigi Capponi. Impedito nelle sue brame dalla virtù ed onestà di lei, impegnò Marietta Nasi a organizzare nella casa di suo padre Niccolò, sulla piazza de’ Mozzi, una cena ed una veglia, dove avrebbe dovuto invitare anche Luisa.

Si racconta che Alessandro andasse alla festa travestito da monaca, in modo che, senza saperne niente, Luisa rimanesse ad arte sola con lui in una camera, grazie ai buoni uffici della Nasi e di Giuliano Salviati. Fu Francesco Nasi, cugino di Marietta, ad avvertire Luisa Strozzi del complotto ordito alle sue spalle: innamorato con ogni probabilità della nobildonna, voleva sottrarla all’inevitabile stupro cui stava per andare incontro. Avvertita del pericolo, Luisa si allontanò immediatamente dalla festa, mentre Giuliano Salviati si sforzava di trattenerla “comportandosi in modo veramente disonesto che sommamente irritò la Gentildonna“.

Poco dopo, Giuliano Salviati fu pugnalato nel tragitto da Palazzo Medici al suo in Por San Piero. Questo fatto fu cagione della prigionia dei figli di Filippo Strozzi, sospettati quali mandanti, e della morte di Luisa Strozzi, avvelenata in una cena organizzata a casa di Lorenzo Ridolfi suo cognato. Dopo quest tragedie, anche Alessandrina Acciajuoli fu sorpresa da un violentissimo dolore di stomaco, che la condusse a morte in un paio d’ore con gran sospetto che il Duca l’avesse fatta avvelenare.

Considerata la fine violenta riservata a queste nobildonne che avevano avuto la disgrazia di piacergli, si può considerare giusto contrappasso il fatto che suo cugino Lorenzino de’ Medici, che lo assassinerà l’Epifania del 1537, lo avesse attirato nel tranello proprio facendogli credere di aver combinato per lui uno degli “incontri clandestini” di cui andava ghiotto.

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Gli emblemi dei principi fiorentini: le imprese personali dei Medici dal tempietto del Santo Sepolcro

Il tempietto del Santo Sepolcro, collocato nella cappella annessa alla ex-chiesa di san Pancrazio è uno dei veri piccoli gioielli della storia dell’arte di Firenze, tanto più prezioso in quanto veramente poco noto ai più.

Impresa personale di Lorenzo il Magnifico

Impresa personale di Lorenzo il Magnifico: tre anelli col diamante, intrecciati secondo una disposizione triangolare

Ma, aldilà dell’intrinseco valore storico ed artistico, il tempietto presenta una curiosa particolarità della quale trovo interessante parlare: le pareti esterne del tempietto progettato da Leon Battista Alberti, infatti, sono adorne di motivi geometrici e simboli che stuzzicano la fantasia e spingono l’osservatore a chiedersi se dietro agli intrecci di linee disegnati dalle tarsìe marmoree non si celino significati reconditi.

In effetti, delle trenta formelle decorate che adornano il tempietto in cui è sepolto Giovanni Rucellai, quattro sono particolarmente significative. Rappresentano infatti le “imprese personali” dei più illustri membri della stirpe medicea.

Ora, tutti sanno benissimo che lo stemma della famiglia Medici è, seppure con variazioni nel numero, lo scudo con le palle dorate (è per questo che i seguaci della famiglia Medici si chiamavano “Palleschi”). Molto più rari coloro che sanno che ciascuno dei membri della famiglia, che ascendeva al governo della città, si dotava di un proprio “stemma personale”, i cui elementi rappresentavano simboli significativi delle rispettive vicende personali.

Così, l’impresa personale di Cosimo il Vecchio, detto Pater Patriae è costituito da tre piume che convergono al centro di un mazzocchio (il cerchio di feltro che costituiva parte integrante del tipico copricapo rinascimentale, e si poneva in capo a cingere la fronte) tempestato di pietre preziose. L’impresa di Cosimo si trova sulla parete nord del tempietto.

Quella di Piero il Gottoso, figlio di Cosimo, raffigura due piume infilate all’interno di un anello adorno di una grande pietra preziosa. La formella corrispondente si trova sulla parete ovest.

Quello del Magnifico Lorenzo, infine, raffigura tre anelli in tutto identici a quello che compare nell’impresa del padre Piero, intrecciati secondo una disposizione triangolare. L’arme personale del Magnifico si trova al centro della parete est.

Impresa personale di Cosimo il Vecchio

Impresa personale di Cosimo il Vecchio: raffigura tre piume che convergono in un “mazzocchio”

In realtà non c’è accordo unanime fra gli storici sulla effettiva attribuzione dei simboli citati: così, succede talvolta che alcuni studiosi attribuiscano l’impresa recante i tre anelli intrecciati a Cosimo ed il mazzocchio con le tre piume al Magnifico. Questi due simboli sono peraltro combinati fra loro a comporre la decorazione di una formella rotonda che adorna uno dei soffitti di Palazzo Rucellai. In effetti, una precisa attribuzione di ciascuna impresa risulta piuttosto ardua, visto che tali simboli non rappresentano stemmi esclusivi della famiglia Medici: i signori di Firenze infatti non facevano che adottare quale stemma personale complessi di simboli già in voga presso le varie corti italiane. Tipico è il caso dei tre anelli con diamante intrecciati, che sono stati usati come impresa araldica personale anche da membri della famiglia Visconti, dagli Sforza, dai Borromeo e dagli Este.

Difficila anche tentare di decifrare i significati allegorici attribuiti a ciascuna impresa personale: la lettura più lineare sembra proprio quella relativa ai tre anelli intrecciati, che dovrebbero rappresentare le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.

Quello che è sicuro è che, se questi simboli legati alla dinastia medicea si ritrovano sia sul tempietto in cui è sepolto il ricchissimo mercante Giovanni che nel palazzo di famiglia, i Rucellai dovevano avere ottime ragioni per essere riconoscenti ai signori di Firenze. In effetti la continua riproposizione figurativa delle imprese personali dei Medici sembra rappresentare una solenne attestazione di amicizia dei Rucellai nei confronti dei signori di Firenze: dal benvolere della famiglia che aveva in mano le sorti politiche della città dipendeva naturalmente la prosperità dei propri commerci, ed i Rucellai furono abili a conquistare e mantenere il favore e la stima dei principi di Firenze. Il rapporto di amicizia fra le due famiglie venne consolidato nel 1460, allorchè Bernardo Rucellai, figlio del mercante Giovanni, sposò Nannina dei Medici, sorella maggiore del Magnifico.

Impresa personale di Piero il Gottoso

Impresa personale di Piero il Gottoso: due piume inserite all’interno dell’anello col diamante

D’altra parte il fausto matrimonio non faceva che rafforzare un rapporto fra due potenti famiglie reso già solido dalla consonanza dei loro principali esponenti: i Rucellai, Bernardo primo fra tutti, erano infatti noti per il mecenatismo ed il favore riservato alla cultura ed all’arte, così come gli stessi Medici. Non è un caso se all’interno degli Orti Oricellari si riuniva un cenacolo di intellettuali e artisti che, sotto l’egida dei munifici protettori della famiglia Rucellai dettero vita all’Accademia Platonica di Firenze.

Per concludere, un accenno alla quarta formella significativa delle trenta che adornano il Tempietto del Santo Sepolcro: ho infatti parlato delle tre che sono pertinenza della famiglia Medici, ma ve n’è una quarta che rappresenta l’impresa personale di Giovanni Rucellai, colui che è sepolto nel sacello. Raffigura una vela spiegata con le sartìe sciolte al vento, e possiede con ogni probabilità un doppio significato: da un lato allude ai viaggi attraverso i quali la famiglia di mercanti dei Rucellai aveva prosperato; dall’altro rappresenta le sorti stesse della famiglia: la vela sciolta significa che la famiglia Rucellai viaggiava all’epoca “col vento in poppa”, vale a dire che gli affari andavano particolarmente bene.

I Pontefici fiorentini: da Firenze al soglio di Pietro

Se vi chiedessero a bruciapelo quanti sono stati nella storia i cittadini di Firenze ascesi al soglio pontificio, sapreste cosa rispondere? Certamente non è una domanda semplice cui rispondere; ancora più complicato sarebbe elencare i loro nomi e le famiglie di appartenenza. Parlo di famiglie di appartenenza perchè, come facilmente intuibile, non si diventava pontefici senza provenire da una famiglia ricca e potente, e si vedrà che la regola è perfettamente rispettata nel caso dei papi di origine fiorentina.

Papa Leone XI

Papa Leone XI, al secolo Alessandro dei Medici

Ma non ci dilunghiamo oltre, e andiamo al punto: i pontefici provenienti dalla città di Firenze sono stati in tutto cinque. Ma la curiosità vera e propria è che tre di questi provenivano dalla stessa famiglia. Ora, quale famiglia fiorentina poteva dare tre papi alla città gigliata se non quella che state pensando? Sì, avete indovinato, si tratta proprio della famiglia Medici .

Ecco l’elenco dei quattro pontefici fiorentini, con le indicazioni sul nome da laici, quello scelto come papa e la durata del loro regno:

  1. Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, pontefice dal 1513 al 1521
  2. Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici pontefice dal 1523 al 1534
  3. Leone XI, al secolo Alessandro de’ Medici, pontefice dal 1605 fino alla morte avvenuta nel corso dello stesso anno
  4. Urbano VII, al secolo Maffeo Barberini, pontefice dal 1623 al 1644
  5. Clemente XII, a secolo Lorenzo Corsini, pontefice dal 1730 al 1740

Giovanni de’Medici, divenuto papa col nome di Leone X, era il figlio quartogenito del Magnifico Lorenzo, ed ascese al soglio pontificio monetizzando ampiamente il prestigio e la potenza economica accumulata in vita dall’illustre padre.

Giulio, che fu papa come Clemente VII, è ricordato nei libri di storia soprattutto perchè Roma subì, nel corso del suo regno, il proverbiale “Sacco” ad opera dei lanzichenechi al soldo dell’imperatore Carlo V. Figlio di quel Giuliano dei Medici che era perito sotto i colpi di pugnale nel corso della celeberrima congiura dei Pazzi, nacque illegittimo dalla relazione con una popolana di nome Antonietta del Cittadino. Sembra inoltre  che, sebbene spacciasse in giro notizie di segno contrario, suo fosse il figlio mulatto di nome Alessandro nato dalla relazione con una schiava, che salì al potere a Firenze nel 1530 come primo Duca di Firenze.

Di Alessandro de’ Medici si ricorda più che altro la straordinaria brevità del pontificato col nome di Leone XI. Regnò infatti dal 1° al 27 di aprile del 1605, giorno in cui morì, pare, a seguito di una indisposizione dovuta ad una banale infreddatura. Se fossi Carlo Lucarelli, non mancherei di sottolineare l’insolita analogia del caso “Leone XI” con quello di Luciano Albini, papa col nome di Giovanni Paolo I per soli 33 giorni. In entrambi i casi, i pontefici che regnarono così breve tempo si distinsero per la volontà di adempiere la propria missione con un candore che probabilmente urtava le alte gerarchie vaticane, aduse ad avere libertà di mano negli intrallazzi più sconvenienti. N0n si può quindi escludere a priori che Leone XI, così come papa Luciani siano stati in effetti “eliminati” in quanto non “idonei” a ricoprire la carica di pontefice, ovvero, per usare un eufemismo, non sufficientemente “pragmatici”. Nato dalle seconde nozze di Ottaviano dei Medici, Alessandro prese il nome di Leone XI in ossequio a quello scelto dal suo illustre antenato, nonchè primo papa di casa Medici.

Del papa Barberini, basterà ricordare il motto coniato dal popolo romano e tramandato ai posteri: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini“. Il gioco di parole, che accostava in maniera irriverente la famiglia del pontefice ai barbari che a più riprese avevano invaso Roma al declinare dell’impero, stava a sottolineare il fatto che la cupidigia e la voracità con il quale il papa spogliava i monumenti antichi per adornare i suoi palazzi era tanto grande che nemmeno i feroci Visigoti di Alarico nè i Vandali, e nemmeno il famigerato Attila erano arrivati a tanto. Sembra che lo stesso Colosseo venisse usato dal Barberini come cava di materiali da costruzione.

Infine veniamo al papa Corsini, quinto ed ultimo della serie. Si tratta di una personalità alla quale la città di Roma e la storia della Chiesa devono molto. Della sua epopea come  alto prelato prima, e come pontefice poi, bisogna ricordare almeno che a lui si deve la costruzione della fontana di Trevi. Sempre a Lorenzo Corsini si deve la costruzione del Palazzo Corsini alla Lungara, all’epoca adibito a sede della ricchissima biblioteca di famiglia (Lorenzo fu un esperto e voracissimo bibliofilo e grande collezionista di libri), mentre oggi ospita la prestigiosa Accademia dei Lincei.

Il pontefice ed il Duca: due generazioni di figli illegittimi in casa Medici

La presenza nell’albero genealogico di famiglia di numerosi figli illegittimi, in quanto nati fuori dal matrimonio, ad esempio da rapporti con schiave, amanti e concubine, è prerogativa pressochè costante di tutte le famiglie regnanti di ogni tempo e luogo, e non certo del solo principato mediceo. Non stupisce quindi il fatto che si registrino parecchi casi di figli illegittimi anche fra le discendenze della famiglia che ebbe il potere assoluto a Firenze nell’arco di tre secoli.

Spesso i figli illegittimi, proprio perchè frutto di relazioni adulterine, di rapporti con popolane o, nel peggiore dei casi, della frequentazione di prostitute (non dimentichiamo che lo stesso Cosimo I viene ricordato come assiduo cliente dei bordelli d’Oltrarno) venivano relegati al margine della vita familiare o, più spesso, neppure riconosciuti dal padre biologico. Questo significava per il pargolo illegittimo una marginalizzazione rispetto alla conduzione degli affari ed alle posizioni di potere cui aspiravano i rampolli legittimi delle nobili casate.

Particolarmente notevole ed interessante quindi il caso esposto nell’articolo di oggi, in cui si parla di due figli illegittimi che, nonostante la loro condizione di iniziale svantaggio, riuscirono a raggiungere, grazie alla benevolenza del potente gruppo familiare e ad una serie di circostanze favorevoli, l’apice del successo e del potere.

Cardinale Giulio dei Medici

Il Cardinale Giulio dei Medici, futuro papa Clemente VII, nel dettaglio del dipinto di Raffaello

La curiosità è in questo caso doppia: non solo due membri illegittimi della famiglia Medici divennero uno pontefice e l’altro Duca di Toscana, ma, ciò che è meglio, erano padre e figlio: come dire, illegittimi quasi per tradizione familiare. Sto parlando di Giulio dei Medici, figlio di quel Giuliano perito nel corso della congiura dei Pazzi e di Alessandro, primo Duca di Toscana.

Nato in un palazzo in Borgo Pinti, Giulio nacque dalla relazione fra Giuliano, fratello del Magnifico e la popolana Antonia. Vuoi per la condizione sociale della donna, vuoi per la morte prematura avvenuta nel 1478 sotto i pugnali dei Pazzi, Giuliano non aveva sposato Antonietta: per questo motivo Giulio, nato appena un mese dopo l’assassinio del padre, risultava figlio illegittimo.

Giulio fu fortunatamente molto benvoluto sia dallo zio Lorenzo il Magnifico, che dal cugino Giovanni, che sarebbe diventato papa col nome di Leone X. Fu proprio il legame privilegiato col futuro papa che spianò a Giulio l’arrampicata nell’ambito delle gerarchie ecclesistiche, fino a salire egli stesso al soglio di Pietro nel 1523. Quella di Giulio fu quindi una vera eccezione nel panorama dei destini riservati ai figli illegittimi: basti pensare che, alla tenerissima età di soli 10 anni, nel 1488, lo zio Lorenzo gli aveva già ottenuto, da Ferdinando I d’Aragona e dal papa, il possesso di un ricco beneficio, il priorato di Capua dell’Ordine cavalleresco di S. Giovanni.

D’altra parte, Giulio venne ufficialamente riconosciuto quale figlio legittimo di Giuliano e membro a pieno titolo della famiglia Medici già nel 1513: il cugino Leone X desiderava infatti crearlo cardinale, per la quale posizione ostava la condizione di figlio illegittimo. Ecco allora che, come ci riporta il Guicciardini nella sua Storia d’Italia, si istruì un processo verbale in cui, dalle testimonianze dello zio materno e di alcuni religiosi, risultò che “la madre… innanzi che ammettesse agli abbracciamenti suoi il padre Giuliano, aveva avuto da lui secreto consentimento di essere sua moglie”. In pratica si asseverava che il matrimonio “riparatorio” del concepimento extra-matrimoniale, pur programmato, non era avvenuto soltanto a causa della prematura e tragica morte di Giuliano.

Meno lineare, invece, la storia di Alessandro, con il quale si entra peraltro nell’arduo territorio della congettura storica. Per quanto infatti la versione più accreditata lo indichi come figlio illegittimo di Giulio, poi Clemente VII, è passato alla storia come figlio naturale di Lorenzo, duca di Urbino e signore di Firenze fino dal 1513.

Partiamo dai dati certi: di sicuro fu figlio illegittimo di un nobile membro della stirpe medicea, sia stato esso Giulio o Lorenzo; in particolare, i tratti somatici e il carnato intensamente olivastro, uniti ad una chioma ricciuta, rendevano fortemente verosimile la versione che lo vuole nato dalla relazione illegittima con una schiava circassa.

Alessandro dei Medici, primo Duca di Firenze

Alessandro dei Medici, primo Duca di Firenze: si notano bene i lineamenti orientali e l’incarnato mulatto

Da queste così ambigue origini divenne signore della città di Firenze, nonchè primo Duca del territorio gigliato. Il suo insediamento al potere nella città di Firenze segue il famoso assedio del 1529-30, portato contro la Repubblica dalle truppe imperiali di Carlo V. L’allora pontefice Clemente VII, che solo tre anni prima aveva subito il proverbiale sacco di Roma da parte delle soldatesche imperiali, si era riavvicinato in seguito a Carlo V ed aveva brigato in tutti i modi affinchè questi sottomettesse Firenze, ribelle all’Impero, e vi insediasse il mulatto Alessandro. Queste manovre costituiscono uno degli indizi più sicuri che Alessandro fosse figlio di Giulio de Medici. Altro indizio di grande spessore, che toglie a mio avviso ogni ombra di dubbio, è il fatto che Alessandro chiamò l’unico figlio maschio che gli nacque, col nome  di Giulio. Stante l’uso di chiamare il primo figlio maschio col nome del padre, mi sembra pressochè sicuro che Giulio dei Medici debba considerarsi il genitore del Duca Alessandro.

Per essere più precisi, pare che la relazione con la schiava circassa di Giulio, risalisse al periodo del suo porporato. Ma perchè avrebbe spacciato in giro la notizia che Alessandro era figlio di Lorenzo e non suo? Molto probabilmente perchè era molto meno scandaloso attribuirne la paternità ad un parente stretto, ma laico, piuttosto che ammettere la torbida genitura papale. Si obietterà che molti papi prima e dopo Clemente VII avevano avuto figli, in maniera sfacciatamente scoperta (basti pensare a Rodrigo Borgia, papa come Alessandro VI). Nondimeno, un pudore supplementare in Giulio dei Medici potrebbe essere derivato dalla sua già delicata posizione di figlio illegittimo, riconosciuto in maniera pretestuosa (come abbiamo visto sopra) allo specifico scopo di farlo cardinale. In altre parole, sentiva probabilmente che c’era un limite al disgusto della massa dei fedeli nei confronti degli abusi di potere portati dai vertici stessi delle istituzioni ecclesiastiche alle consuetudini più radicate della cristianità.

Concludo, senza diffondermi troppo oltre sull’argomento, con una chicca veramente gustosa: si diceva inizialmente che il ramo dei Medici iniziato da Giuliano dei Medici sembrava votato fatalmente alla filiazione illegittima di padre in figlio. E’ un esagerazione, certamente, ma piacerà senza dubbio al pubblico sapere che non si tratta di un semplice modo di dire: anche l’unico figlio maschio di Alessandro nacque illegittimo ed ebbe a sua volta un figlio illegittimo che chiamò Cosimo. Come si vede, stiamo parlando di almeno quattro generazioni di figli illegittimi della famiglia Medici in linea di discendenza diretta da Giuliano.

Perchè Lorenzo de’ Medici fu detto il Magnifico

Chi legge il titolo dell’ articolo di oggi potrebbe avere la tentazione di pensare che la risposta alla domanda è del tutto scontata: ovvero che Lorenzo de’ Medici venne detto “il Magnifico” per via della sue straordinarie doti politiche ed artistiche. Naturalmente, però, si sbaglierebbero.

Ritratto di Lorenzo il Magnifico eseguito dal Vasari

Ritratto di Lorenzo il Magnifico eseguito dal Vasari: si vede come il Magnifico non fosse tale di aspetto, come evidenziato in particolare dal dettaglio del naso

E’ innegabile che l’ appellativo di “Magnifico” con il quale Lorenzo de’ Medici è passato alla storia appaia quanto mai appropriato in ragione dei meriti che il principe di Firenze acquisì nei soli 43 anni della sua vita: fu banchiere eccellente come tutti i rampolli del suo casato, politico sopraffino in grado di districarsi al meglio nelle complicatissime trame diplomatiche dell’ Italia del suo tempo, al punto che il Machiavelli con felice definizione ebbe a denominarlo “ago della bilancia intra i principi italiani” per la sua capacità di porsi come efficace mediatore e conservatore della pace e dell’ equilibrio sullo scacchiere della penisola, e soprattutto artista mirabilmente versato nella poesia, come i suoi Canti Carnascialeschi e la sua abbondante produzione di Rime squisite stanno a dimostrare.

A questo si aggiunga che Lorenzo ebbe, tra le altre qualità, quella di possedere un raffinato gusto per le arti liberali e la bellezza, e fu per questo generosissimo mecenate a favore di artisti e filosofi del suo tempo. Fu quindi senza dubbio “Magnifico”, nel vero senso della parola, e tuttavia, il celebre appellativo che per antonomasia è ormai inscindibilmente legato al suo nome non gli deriva dalle sue elevate qualità morali e spirituali. Nè da quelle fisiche, di sicuro, se è vero come è vero che Lorenzo fu di aspetto piuttosto sgradevole, per non dire addirittura brutto, come ci testimoniano i dipinti dell’ epoca e le descrizioni dei cronisti.

Busto in terracotta di Andrea del Verrocchio che ritrae Lorenzo il Magnifico

Busto in terracotta di Andrea del Verrocchio che ritrae Lorenzo il Magnifico: anche in questa raffigurazione emerge l' aspetto non bellissimo del principe di Firenze

Ma ecco il vero motivo per cui Lorenzo fu detto “il Magnifico”: nella città di Firenze era uso dare il titolo onorifico di “Magnifico Messere” a coloro che detenevano la carica di Gonfaloniere di Giustizia, ossia il grado più elevato della Repubblica fiorentina. “Magnifici Messeri” erano stati il padre Piero il Gottoso ed il nonno Cosimo il Vecchio, mentre Lorenzo, pur non essendo mai stato Gonfaloniere di Giustizia, visto che era morto a 43 anni mentre per tale carica bisognava averne almeno 45, fu ugualmente “Magnifico Messere” all’ età di ventuno anni poichè, alla morte di Piero, “i principali della città e dello stato” andarono a trovarlo e lo pregarono che “pigliasse la cura della città“.

Ecco allora che l’ esatta dizione per esprimere il titolo onorifico sarebbe stata di chiamare Lorenzo de’ Medici: “il Magnifico Lorenzo”. Nel corso del tempo però, smarrito evidentemente il senso originario dell’ appellativo, i vari scrittori e storici ritennero evidentemente che tale denominazione fosse da attribuirsi alle non comuni doti personali di Lorenzo, e finirono per chiamarlo “Lorenzo il Magnifico”, come verrà chiamato ormai in omnia saecula saeculorum.

Lo stemma dei Medici: le “palle” che cambiano di numero

Stemma della famiglia Medici al tempo di Lorenzo il Magnifico

Stemma della famiglia Medici al tempo di Lorenzo il Magnifico: le palle sono diventate sei, di cui una reca le insegne dei Reali di Francia

Tutta la città di Firenze è praticamente disseminata degli stemmi araldici di quella che è stata per tre secoli almeno la famiglia regnante, ovvero i Medici: si tratta del famoso scudo con le “palle” rosse (in araldica si chiamano “bisanti”) in campo d’ oro. Qual’ è la curiosità? E’ che, girando per Firenze, ci si accorge che i vari stemmi medicei hanno un numero di “palle” che cambia di continuo.

Se da principio infatti, il numero della “palle” nello stemma fu pari ad undici, Giovanni di Bicci lo portò a nove; il figlio Cosimo, detto il Vecchio, ed onorato dai fiorentini come Pater Patriae, lo ridusse a otto, ed il figlio di quest’ ultimo, Piero il Gottoso, arrivò a diminuirlo a sette. Lo stemma di Piero a sette palle prevedeva che quella centrale fosse di colore azzurro con entro disegnati i tre gigli dorati dei Reali di Francia, in seguito al privilegio concesso dal re Luigi XI nel 1465.

L’ ultima diminuzione delle “palle” sullo stemma si ebbe con Lorenzo il Magnifico, la cui arme raffigurava soltanto sei sfere, con alla sommità quella caricata con le insegne dei Reali di Francia.

Quanto alla derivazione del motivo delle “palle” come elemento caratteristico dello stemma mediceo, esistono soltanto leggende e supposizioni, per quanto sapide. Un primo tentativo è stato quello di mettere in connessione le famose “palle” con il cognome della famiglia, individuato come indizio del mestiere originariamente svolto dalla famiglia: sulla base  di questa ricostruzione, lo stemma si dovrebbe appunto al ricordo di un capostipite che, esercitando la professione di medico, aveva come “impresa personale” delle “pillole”, che nel Medioevo erano per l’ appunto tonde e colorate in rosso.

Stemma del Papa Leone X sull' angolo di Palazzo Pucci

Stemma del Papa Leone X, figlio del Magnifico sull' angolo di Palazzo Pucci, sul cantone fra via de' Servi e via de' Pucci: l' impresa medicea è adorna delle chiavi di San Pietro

La tradizione del “capostipite medico” ha dato origine anche ad una leggenda, in base alla quale questo progenitore della famiglia Medici, avrebbe risanato da una grave infermità l’ imperatore Carlo Magno applicandogli le coppette da lui inventate per salassarlo. L’ imperatore, riconoscente, gli avrebbe accordato per impresa proprio queste “coppette” che sarebbero le “palle” che si vedono nello stemma.

Un’ altra suggestiva leggenda, inventata all’ epoca del principato per nobilitare le origini della famiglia regnante di Firenze, narra che i Medici discenderebbero dal mitologico semi-dio Perseo, con il che le “palle” dello stemma rappresenterebbero i pomi da lui racolti negli Orti delle Esperidi; suggestiva anche la leggenda in base alla quale l’ origine dello stemma si deve ad un certo Averardo de’ Medici, cavaliere condotto in Italia da Carlo Magno, che avrebbe ucciso in duello un gigante che infestava il Mugello: ottenendo così non solo vasti possedimenti in quella provincia, ma anche il privilegio di ritenere per suo stemma le impressioni fatte nello scudo dalla mazza ferrata che il gigante adoperava in sua difesa.

Tralasciando le leggende e venendo ad ipotesi più verosimili, si osserva come, in araldica, le “palle” di uno stemma stanno di solito a rappresentare il numero dei nemici uccisi in battaglia da chi le prese come propria insegna. I Medici avrebbero quindi cominciamento da un qualche soldato che, in una battaglia o campagna importante, per esempio nel corso di una Crociata, uccise undici nemici, ovvero il numero di palle che, come detto, stava all’ inizio sullo stemma.

Stemma della Corporazione del Cambio, una delle Arti Maggiori della Firenze medioevale

Stemma della Corporazione del Cambio, una delle Arti Maggiori della Firenze medioevale: da questo sembra derivare lo stemma mediceo

Dulcis in fundo, riporto l’ ipotesi che, fra quelle rammentate dalle fonti storiche, mi appare la più credibile e quella meglio documentata: lo stemma mediceo alluderebbe secondo tale ipotesi alla floridissima e fortunata attività di banchieri svolta dai Medici. In questo contesto, le “palle” dello stemma altro non sarebbero che delle monete. Questa supposizione sarebbe suffragata dalla somiglianza dell’ arme medicea con quella dell’ Arte del Cambio: lo stemma di tale arte consisteva infatti di uno scudo a fondo vermiglio cosparso di “bisanti” d’ oro, ragion per cui appare del tutto coerente che una famiglia arricchitasi con i propri “banchi” di cambiavalute, mutuasse in qualche misura lo stemma da quello della Corporazione corrispondente. I Medici non avrebbero fatto che invertire i colori dello stemma dell’ Arte del Cambio.

Interessante ricordare come la presenza delle pluri-citate “palle” dello stemma divenne cagione per cui i fautori del principato mediceo richiamavano i propri partigiani al grido di “Palle, palle”, come ci viene narrato in proposito della sollevazione popolare contro la famiglia dei Pazzi, rea della celebre congiura del 1478. I sostenitori del partito mediceo venivano dunque chiamati “palleschi”, definizione che assunse particolare importanza in contrapposizione a quella di “piagnoni” affibbiata ai sostenitori della teocrazia instaurata a Firenze dal frate Girolamo Savonarola.

Villa la Topaja: una villa medicea “poco accogliente”

Per quanto conoscessi Villa la Topaja solo per sentito dire, come una di quelle ritratte in epoca Granducale dal pittore Giusto Utens nelle sue celeberrime lunette in esposizione al Museo Firenze com’ era, ho deciso di scoprire qualcosa di più per via del nome singolare, che certo non si addice ad una villa medicea.

Una villa medicea si immagina senz’ altro sfarzosa e riccamente decorata, superba anche se aggredita dagli elementi atmosferici e dal tempo. Topaia, invece, e penso non ci sia bisogno di dirlo, si dice in Toscana di una abitazione che, per la lunga incuria, sia ormai ridotta, appunto, ad ospizio e ricetto di topi. Un edificio quindi logoro, malridotto, squallido, e chi più ne ha più ne metta. Niente che si intoni, naturalmente, con una villa di proprietà dei Signori di Firenze.

Il nome della Villa deriverebbe non, come è stato sostenuto, dall’ essere l’ edificio piccolo e modesto rispetto alle altre ville medicee, in quanto adibito a semplice casino di caccia e foresteria, bensì da una tecnica di giardinaggio decorativo detto “opus topiarum“: la tecnica citata, la cui invenzione viene ascritta da Plinio il Vecchio a Gaio Melzo, cittadino dell’ ordine equestre, consisteva nel potare le piante di bosso secondo precise forme e figure, o far crescere piante rampicanti come le edere su strutture sagomate applicate alla pareti esterne di un edificio.

Così avveniva, a quanto sembra, presso la Villa in questione, le cui pareti esterne erano decorate con queste curiose “piante scolpite”. Bisogna ricordare che la villa costituiva peraltro una specie di orto botanico, e non è quindi inverosimile che certe sperimentazioni stilistiche venissero qui applicate alle piante presenti.

Risolto questo piccolo e gustoso enigma, rimane il cruccio di non poter visitare la villa della Topaia, a differenza delle sue ben più note vicine (la villa di Castello e di Petraia, dalle quali dista non più di qualche centinaio di metri) in quanto è attualmente proprietà privata ed abitata, e non è quindi aperta al pubblico.

Curioso ricordare infine che la villa della Topaja non è l’ unica villa medicea il cui nome dà luogo ad interpretazioni ambigue: essa condivide la sorte infatti con l’ altra, la villa medicea di Lappeggi, il cui nome è ugualmente bizzarro, e di cui pertanto parlo in un altro articolo.

COSIMO: UN NOME MOLTO POPOLARE A FIRENZE

Andando a scavare in quella archeologia del sapere che sono i nomi delle famiglie storiche di Firenze, si possono fare scoperte interessanti: una, in particolare, riguarda la famiglia per eccellenza cui è legato il nome e la storia di Firenze, i Medici.

Nel corso dei tre secoli di signoria su Firenze, si succedono al governo della città quattro principi di nome Cosimo: Cosimo il Vecchio, che instaura il regno mediceo; Cosimo I, primo granduca di Toscana, ed i suoi successori Cosimo II e Cosimo III, anch’ essi granduchi. Il primo, appartenente al ramo principale della famiglia, quello discendente da Giovanni di Bicci de’ Medici, padre di Cosimo il Vechio; gli altri, appartenenti invece ad un ramo cadetto della famiglia, discendente da Lorenzo di Bicci, fratello di Giovanni.

I discendenti di questo ramo dei Medici arriveranno al potere con Cosimo I solo alla morte del duca Alessandro, restaurato al governo dall’ imperatore Carlo V dopo l’ assedio della città del 1527. Curioso ricordare che la tradizione del “Calcio storico ” deriva appunto dalle partite di questo sport giocate dai soldati di Firenze che difendevano la città dalle truppe imperiali.

Il piccolo arcano che si cela dietro al ricorrere del nome “Cosimo” è presto svelato: con l’ attribuzione di tale nominativo, si intendeva infatti onorare i santi Cosma e Damiano, in quanto protettori dei medici, e quindi considerati “santi tutelari” della famiglia omonima. Il nome “Cosimo” sarebbe quindi una variante di “Cosma”, al pari di altre rintracciabili in Italia quali “Cosmè” e “Gusmè”.

I nomi a Firenze sono comunque qualcosa di particolare: molti sono quelli tipici della città, o al massimo delle città circonvicine, oppure quelli che derivano dalle tipiche storpiature dei fiorentini. Nel primo gruppo si annoverano i vari Duccio (diminutivo troncato di Guido), Vieri, Lapo (troncatura di Iacopo) e Cecco (troncatura di Francesco); al secondo gruppo appartengono, ad esempio, quei nomi come Reparata (variante di Liberata), Zanobi (derivato da Zenobio), Iacopo (derivato da Giacomo).