Trombe e campane: l’ aneddoto di Pier Capponi

L’ espressione riportata nel titolo, caduta forse ormai in disuso, se non in senso ironico, quando si vuole in maniera teatrale sottolineare lo sdegno, vero o scherzoso che sia, per un qualche affronto che non può essere sopportato.

Di sicuro è un modo di dire che è divenuto proverbiale proprio in riferimento a situazioni in cui, di fronte all’ arroganza di un potente, ci si ribella facendo presente che la pelle sarà venduta a caro prezzo.

La cosa curiosa è però scoprire come, quando e dove nasce.

A questo proposito bisogna rammentare la vicenda in cui Carlo VIII, re dei francesi, valicò le Alpi con un grande esercito nel 1494, inviando ambasciatori ai principi della penisola per aver libero il passo e vettovaglie, fino al Regno di Napoli, che voleva strappare agli Aragonesi.

Nella sua discesa verso il meridione, Carlo VIII si trovava dover passare per i possedimenti dello Stato di Firenze, ma Piero de’ Medici, signore della città dopo la morte del padre Lorenzo (il Magnifico) nel 1492, era risoluto a stare dalla parte degli Aragonesi, negava ogni cosa e consigliava di resistere ai Francesi.

Carlo, riuscì a strappare con gran fatica Fivizzano ai fiorentini, mentre le fortezze di Sarzana e Sarzanello resistevano, finchè la viltà di Piero de’ Medici non voltò le cose a mal partito. Per paura della calata dell’ esercito francese, infatti, si decise ad arrendersi, consegnando le fortezze di Sarzana e Sarzanello, e pure quella di Pisa; gli promise anche denaro, e la rimozione di ogni impedimento nel suo passaggio in Toscana. La ingominiosa ferita fatta all’ onore della Repubblica produsse una grandissima concitazione in tutta Firenze ed i cittadini iniziarono a tumultuare e a tramare di cacciare dalla città quell’ indegno che, senza consiglio delle autorità, aveva agito avventatamente di sua iniziativa.

E quando Piero arrivò a Firenze per chetare il tumulto, fu invece costretto alla fuga. Il popolo infuriato saccheggiò due palazzi medicei e richiamò le famiglie che erano al confino, come i Neroni e i Pazzi. Nel novembre 1494, la Signoria, accompaganta dal clero cittadino, accoglieva Carlo VIII a Firenze, che faceva ingresso da porta San Frediano. Il dispetto per l’ atteggiamento arrogante del re era tuttavia palpabile. I cittadini più solleciti della libertà della patria avevano radunato nelle proprie case una quantità di loro lavoranti e contadini dalle campagne, pronti ad uscire in armi al primo tocco di campana.

Andato a prendere alloggio presso il Palazzo Medici in via Larga, Carlo inizò a parlamentare con la Signoria e le sue prime domande furono insolentissime, fino al punto di voler essere riconosciuto signore di Firenze. Insospettito da una rissa che aveva avuto luogo presso alla Porta al Prato tra i soldati svizzeri ed il popolo minuto, Carlo si decise successivamente a restringere le sue richieste ad una somma di denaro enorme, dicendo che era l’ ultima concessione che faceva alla Repubblica fiorentina ed infliggendo così una sorta di ultimatum.

Provate a immaginare la scena: la delegazione della Repubblica fiorentina, capeggiata dal Gonfaloniere di Giustizia Pier Capponi, fronteggia la delegazione del re di Francia, Carlo VIII. Questi, con atteggiamenti ed accenti volutamente provocatori rimarca la condizione di superiorità nella quale si trova ed ostenta sicurezza sull’ esito delle trattative. I fiorentini, per contro, tentano di far buon viso a cattivo gioco, e sentono dentro ribollirsi per l’ umiliazione che gli tocca d’ inghiottire. Finalmente, il Capponi, all’ ingiunzione del Re di accettare le condizioni poste, se vuole evitare a Firenze il saccheggio delle truppe francesi che può scatenare con uno squillo di tromba, sbotta, in un èmpito di orgoglio, la frase che è passata in proverbio: “Voi date fiato alle vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane!”.

Con questa espressione, il Capponi faceva riferimento effettivamente ad una delle più consolidate tradizioni di Firenze: le campane suonate a martello indicavano alla popolazione di accorrere perchè una grave calamità incombeva sulla città. In pratica “suonare le campane” significava, per antonomasia, chiamare i cittadini alla difesa in armi della città. Fra tutte le campane, celebre per la sua funzione di richiamo del popolo era la “Martinella”, il campanone posto sulla Torre di Arnolfo in Palazzo Vecchio.

Per la cronaca, pare che il sussulto di orgoglio del Capponi sortisse l’ effetto desiderato, visto che il re si decise, a quel punto, visto l’ impeto dei rappresentanti di Firenze, a venire a più miti consigli, e si accontentò di imporre condizioni meno gravose.

L’ aneddoto, peraltro, contiene anche un insegnamento valido in molte circostanze: non sempre essere arrendevoli è la via migliore da percorrere. C’ è infatti un limite oltre il quale bisogna ribellarsi all’ arroganza di chi, sentendosi in posizione di superiorità, crede di tutto potersi prmettere.

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Pubblicato il 22 dicembre 2011, in Proverbi, detti e modi di dire con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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