Archivi categoria: Chiese ed edifici sacri

Curiosità ed aneddoti sulle chiese, i monasteri, i conventi, le basiliche e gli altri edifici sacri di Firenze

La chiesa di San Giovanni Battista sull’ Autostrada del Sole: capolavoro del Michelucci

E’ il primo monumento in assoluto che vede la maggior parte dei milioni di persone che arrivano a Firenze in macchina ogni anno: subito al casello Firenze Nord dell’A11, sorge la fantasmagorica chiesa del Michelucci dedicata a San Giovanni Battista, che salta agli occhi anche all’osservatore più distratto per le sue forme del tutto inusitate per un edificio sacro.

Chiesa dell'Autostrada di Giovanni Michelucci

La Chiesa dell’Autostrada progettata da Giovanni Michelucci per celebrare la costruzione dell’Autostrada del Sole

La prima curiosità è legata proprio alla collocazione dell’edificio, che viene eretto nel punto dell’Autostrada del Sole (A1) in cui questa interseca il tratto finale dell’A11 (Firenze-Mare) nelle immediate vicinanze del casello Firenze Nord (anche detto dai fiorentini “Firenze Peretola” per la vicinanza dell’omonima località in cui sorge l’aeroporto cittadino). Nonostante la grande estensione dell’Autostrada A1, la cui ultimazione si voleva celebrare, la chiesa viene costruita proprio nei pressi di Firenze. Privilegio raro ma non casuale: il luogo della chiesa viene scelto perchè esattamente equidistante da Milano e Roma, le principali metropoli che l’A1 finalmente collegava, creando un simbolico ma storico raccordo fra Nord e Sud del paese.

Il secondo elemento che salta all’occhio è rappresentato dalla forma assolutamente insolita per un edificio religioso, tanto che l’opera dell’architetto Michelucci fu tacciata addirittura di “architettura delirante” anche se, in effetti, proprio la particolare modellazione rappresenta il principale motivo della enorme notorietà di cui questa chiesa gode. La sua forma ricorda, nell’alzato, quello di una tenda da campo: il motivo della tenda richiamato nella forma dell’aula principale serve a ricordare le tende usate dalle 12 tribù di Israele: questo perchè, come dall’incontro delle 12 tribù sorgeva la “nazione santa” di Dio, Michelucci intendeva questo spazio liturgico come semplice luogo di incontro fra persone delle più svariate religioni, provenienze e convinzioni. Luogo di passaggio, dunque, in cui per definizione si fermavano ed incontravano tantissime persone in viaggio lungo la Penisola provenienti dai luoghi più diversi.

La chiesa, nominalmente dedicata a San Giovanni Battista, patrono di Firenze, è in realtà una sorta mausoleo-cenotafio dedicato a tutti i lavoratori morti nella costruzione dell’A1. Infatti, nonostante la realizzazione in soli 8 anni, con inaugurazione il 4 ottobre 1964, la costruzione dell’A1 richiese, fra i costi di costruzione, un elevato tributo in termini di “morti bianche”, cioè operai morti sul lavoro: la stima ufficiale, sicuramente per difetto, conta 160 morti, di cui ben 15 nel solo tratto fra Bologna e Firenze, a causa della presenza del viadotto che richiedeva di lavorare su impalcature alte 100 metri. Per questo motivo, la chiesa presenta una lapide commemorativa che recita “ad memoriam qui ceciderunt operariorum” (in memoria degli operai caduti).

Altro elemento curioso, e meno macabro del precedente, è rappresentato dalla scelta dei materiali da costruzione utilizzati: di insolito, infatti, la chiesa non presenta solo la forma, ma anche il colore del tetto, che è verde: si tratta in effetti di lastre metalliche di rame che diventano verdi col processo di ossidazione. Particolari anche gli altri materiali da costruzione impiegati, che furono la nuda pietra “fior d’oro” per i muri perimetrali ed il cemento grezzo per le strutture a vista: queste ultime, considerata la loro notevole importanza nell’ambito della complessiva fisionomia dell’opera, la fanno rientrare di diritto nella corrente architettonica del brutalismo.

 

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La chiesa di San Marco Vecchio in via Faentina

chiesa-di-san-marco-vecchio-a-firenzeC’è a Firenze una chiesa denominata San Marco Vecchio, il cui nome incuriosisce per la contrapposizione rispetto alla ben più famosa chiesa di San Marco che dà nome alla piazza utilizzata come importante snodo delle corse Ataf. Il lettore curioso sente quindi la necessità di verificare quale sia effettivamente la “San Marco Nuova” che giustifica questa denominazione.

In effetti, la “nuova chiesa” chiamata San Marco è proprio la famosa basilica, celebre per aver ospitato Girolamo Savonarola negli anni della “teocrazia fiorentina”, che però venne costruita successivamente a quella ancora oggi esistente nei pressi di via Faentina.

Ricordata sin dal 1058, l’attuale chiesa di San Marco Vecchio si chiamava infatti “San Marco al Mugnone”, in rapporto alla vicinanza del piccolo corso d’acqua, tributario dell’Arno, che ancora scorre lungo l’arteria stradale diretta in Romagna. La qualifica di “vecchio” fu invece aggiunta sucessivamente al 1290 quando, eretta l’allora chiesa di San Marco a Cafaggio (quella del Savonarola) si volle rimarcare la primigenìa della più antica.

La chiesetta di San Marco Vecchio è stata purtroppo completamente ristrutturata sia negli interni che nella facciata. Soltanto il tracciato della navata principale è il medesimo della costruzione originaria. Nondimeno ricopre ancora un ruolo di una certa importanza nei dintorni, visto che dà il nome sia al vicino Circolo Tennistico che al binario della ferrovia che si dirige verso la Romagna attraverso il Mugello.

Chi la volesse visitare può prendere come facile riferimento il cancello d’ingresso dell’Area Pettini, il cui accesso si trova immediatamente a destra (per chi guarda) della facciata della chiesa.

L’inventore della “Via Crucis” e la “solitudine dell’Incontro”

Inventore è dire troppo, ed è anche parola non perfettamente calzante quando si parla di un rituale liturgico come la “Via Crucis”. Tuttavia rende bene l’idea del ruolo svolto da San Leonardo da Porto Maurizio, il santo ligure che notevoli tracce del suo passaggio e della sua opera ha lasciato nei dintorni di Firenze.

A lui si deve infatti, se non propriamente “l’invenzione” della Via Crucis, quantomeno l‘ideazione del moderno concetto di Via Crucis e la propagazione di questa pratica devozionale fra i fedeli, oltre che la collocazione personale di almeno un centinaio di questi cicli religiosi.

Come è facile immaginare, forme di devozione che ripercorrevano le tappe della Passione di Gesù sono molto più antiche rispetto all’opera di San Leonardo, che vive e predica a cavallo fra Seicento e Settecento (1676-1751): in effetti il concetto di Via Crucis nasce nell’ambiente che ruota attorno a San Francesco d’Assisi, o comunque ai primi francescani, ovvero nella prima  metà del Duecento.

Inizialmente tuttavia, si tratta di qualcosa di molto più impegnativo: la Via Crucis originale infatti, consisteva nel pregare e meditare ripercorrendo le vere tappe che il Cristo aveva percorso durante la Passione. In altre parole, “fare la Via Crucis” significava in origine fare “quella vera”, cioè recarsi in Palestina e ripercorrere i passi delle ultime ore della vita di Gesù: una forma di devozione di particolare impegno e sacrificio, paragonabile a quella che ancora oggi compiono i musulmani recandosi in pellegrinaggio (Hajj) alla Mecca per ripercorrere e “rivivere” gli eventi salienti dell’Islam.

Pratica di raccoglimento sul sacrificio del Cristo, ma allo stesso tempo momento di edificazione dottrinale e di forte coinvolgimento emotivo per il popolino, la Via Crucis come oggi la conosciamo viene diffusa in Europa dai Minori Francescani, proprio in quanto custodi dei Luoghi Santi in Palestina, e rappresenta la soluzione all’enorme problema, sia in termini logistici che economici, di dover andare in Palestina. Cosa che ancora oggi, con i trasporti moderni, risulta estremamente impegnativa oltre che piuttosto pericolosa (figurarsi all’epoca).

San Leonardo dunque, da buon minorita, non fa che riprendere una antica e radicata tradizione del suo Ordine religioso e predicarne la devozione nelle contrade in cui si reca: la sua predicazione in favore della pratica della Via Crucis ottiene un tale successo (grazie alle eccellenti doti oratorie di Leonardo), che il pontefice Benedetto XIV, nel 1741, dovette imporre il limite massimo di una Via Crucis per parrocchia, allo scopo di evitare la diffusione incontrollata di questo rito devozionale.

La figura di san Leonardo, che come accennato, è rimasta famosa nella storia per la sua notevole capacità di oratore e per il suo impegno nella diffusione della Via Crucis, è legata a doppio filo a Firenze e alla Toscana: nella nostra regione, infatti, il santo esplicò buona parte della sua missione religiosa, con particolare riferimento alle zone di Lucca e Pistoia, dove svolge il proprio apostolato negli anni 1743-44, prima di passare dalla Toscana in Corsica.

Convento di San Francesco all'Incontro

Vista aerea del convento di San Francesco sul poggio dell’Incontro

Il monumento che più di ogni altro lega la figura di questo Santo alla Toscana è però a Firenze: si tratta del convento di San Francesco all’Incontro, che si trova attualmente nel Comune di Bagno a Ripoli, a pochi kilometri dalla città gigliata.

Il pre-esistente edificio (la chiesetta e la torre di epoca longobarda), dedicato a San Macario, viene donato a Leonardo dal Granduca Cosimo III de’ Medici. Il predicatore minorita ne prese possesso il 25 marzo 1716, onde fondarvi un ospizio francescano. L’edificio fatto erigere da San Leonardo era estremamente spartano, con cellette minuscole e non intonacate. I lavori si concludevano il maggio del 1717 grazie all’aiuto dei benefattori.

La facciata della chiesa del convento di San Francesco all'Incontro

La facciata della chiesa del convento di San Francesco all’Incontro

Come risulta dalle sue lettere, San Leonardo chiamava questo convento una “solitudine”, in virtù della sua posizione isolata sulla collina dell’Incontro, sulla riva sinistra dell’Arno, fuori da qualsiasi centro abitato: il santo amava particolarmente questi dintorni, dove poteva dedicarsi interamente alla sua missione grazie all’assenza di distrazioni e tentazioni. Purtroppo, la “solitudine dell’Incontro” è oggi la ricostruzione novecentesca dell’edificio francescano, a seguito della completa distruzione derivante dai bombardamenti subiti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Villa e giardino di San Leonardo in Palco

La villa e il giardino del Palco, a Prato: è da sempre conosciuta come “San Leonardo in Palco” per il soggiorno nella villa del grande predicatore

La memoria di San Leonardo da Porto Maurizio è presente nei dintorni di Firenze anche grazie al suo soggiorno nei pressi di Prato, sul poggio della Retaia, presso la monumentale villa del Palco in riva al Bisenzio. La grandiosa residenza, costruita per volere del ricchissimo mercante Francesco Datini, e concessa poi all’Ordine Francescano che la trasformerà in in convento nella seconda metà del Quattrocento, è conosciuta da sempre come “Villa di San Leonardo in Palco” proprio per il soggiorno del grande predicatore in questo luogo.

Un viandante e un Pontormo: il tabernacolo di Boldrone

Tabernacolo di Boldrone

Tabernacolo di Boldrone in località Quarto, incrocio fra via di Boldrone e via dell’Osservatorio

Trovare questa strada è facile: dall’ingresso di Villa della Petraia ci si spinge verso villa Corsini, prima della quale si stacca sulla sinistra via del Boldrone, che arriva dritta fino a Villa la Quiete alle Montalve. La si percorre fino circa a metà, quando incrocia via dell’Osservatorio, e lì si trova un piccolo monumento, ovvero un tabernacolo, da cui comincia la curiosità di oggi.

Si tratta del tabernacolo detto “di Boldrone”: a pianta esagonale, presenta due semicolonne poggiate su un muretto perimetrale di sostegno che disegnano il piccolo loggiato. Anche se non sembra è un monumento di un certo rilievo, e per ben due motivi.

Primo, l’affresco cinquecentesco che adornava il tabernacolo è un dipinto del Pontormo. Il celebre artista di origine empolese aveva dipinto per il tabernacolo uno splendido Crocifisso che ne è stato però distaccato  per essere conservato in migliori condizioni presso l’Accademia del Disegno di Firenze. Il tabernacolo infatti versava, al momento del distacco (1956), in condizioni rovinose e dunque il prezioso affresco rischiava di riuscirne rovinato a causa degli agenti atmosferici.

Crocifisso del Pontormo dal tabernacolo di Boldrone

Crocifisso del Pontormo staccato dal tabernacolo di Boldrone, e oggi conservato all’Accademia di Arti del Disegno

Sull’attribuzione del dipinto ci sono ben pochi dubbi se si presta fede alla lezione del Vasari nella vita, appunto, di Jacopo del Pontormo. Recita infatti il Vasari che: “Vicino al monasterio di Boldrone, in sulla strada che va di lì a Castello, ed in sul canto d’un’altra che saglie al poggio e va a Cercina, cioè due miglia lontano da Fiorenza, fece in un Tabernacolo a fresco un Crocifisso, la nostra Donna che piange, San Giovanni Evangelista, Sant’Agostino e San Giuliano. Le quali tutte figure, non essendo ancora sfogato quel capriccio e piacendogli la maniera tedesca, non sono gran fatto dissimili da quelle che fece alla Certosa“.

A quanto mi risulta, l’affresco risale al 1521-22 ed era composto da un pannello centrale di maggiori dimensioni.(307 x 175 cm), che raffigurava il Crocifisso con la Madonna e l’Evangelista, e di due laterali più piccoli (275 x 127 cm) che raffiguravano ciascuno uno dei due santi citati. I tre pannelli dovevano per forza di cose occupare i tre lati posteriori dell’esagono, quelli cioè a parete intera.

Il piccolo tabernacolo, infatti, presenta sui tre lati anteriori due grate laterali e la porticina inferriata su quella frontale. Il secondo motivo della sua importanza è il richiamo ad un edificio religioso particolarmente importante fino all’Ottocento, da cui l’edicola in discorso e la via stessa prendono il nome: l’eremo di Boldrone.

Loggia dell'antico eremo di Boldrone

Loggiato dell’ex Monastero di San Giovanni Evangelista di Boldrone

Se dal tabernacolo si percorre ancora il braccio di via del Boldrone che si dirige verso villa la Quiete, si incontra dopo pochi metri, sulla sinistra, un’importante portico loggiato a tre fornici, che richiama ad evidenza le forme di  un luogo sacro. Sebbene ridotto ad abitazione civile sin dall’epoca delle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi (1808), resta traccia dell’antico eremo nelle forme esteriori dell’edificio.

L’eremo a sua volta prende il nome da un eremita francese di nome Boldrone che fondò qui, in località Quarto, un eremo, sfruttando il fatto che all’epoca (si parla del XIII secolo) questa zona era aperta campagna ed un luogo molto isolato (ancora oggi si intuisce la stessa pace che deriva da una certa lontananza dai centri abitati). L’eremo divenne in seguito Monastero dei  monaci Camaldolesi (1192), col nome di Monastero di San Giovanni Evangelista di Boldrone e successivamente (almeno dal 1261) passò alle Monache. La sua storia si lega successivamente a quella di Villa la Quiete di cui per secoli rappresenterà la cappella privata per le religiose.

Dell’eremo resta oggi la bella loggia trilobata con archi a tutto sesto, che introduceva alla chiesa e, sulla sinistra del portico (per chi guarda), il portale monumentale del monastero in pietraforte, sormontato da un arco a tutto sesto.

Fuori antico Oratorio, dentro studio di architettura

Oratorio della Madonna del Carro

La facciata dell’Oratorio della Madonna del Carro presso il Borgo di Corbignano

Il titolo in questo caso dice quasi tutto ed evidenzia di per sè il curiosissimo caso dell’antico Oratorio della Madonna del Carro, situato nell’antichissimo borgo di Corbignano, sulla strada che da Ponte a Mensola sale a Settignano.

Chi passa distrattamente lungo la strada, preso dalla bellezza dei contorni, vede da fuori soltanto il classico oratorio col tetto a capanna, come ce ne sono altre migliaia in zona. Il passante curioso, invece, si accorge che le due finestrelle ai lati della porta vengono lasciate aperte e immediatamente ficca il naso dentro la grata esterna per sbirciarne l’interno.

Ovviamente l’aspettativa è di trovarci dentro, nel migliore dei casi, le classiche suppellettili di un piccolo edificio di culto: altari, affreschi etc.. E infatti ci sono! Solo che, assieme agli arredi tipici dell’Oratorio, coesiste uno studio di architettura, con tanto di tavoli, scrivanie, librerie e tutti gli attrezzi del mestiere.

L’impatto visivo è senza dubbio suggestivo: il piccolo studio professionale produce uno stupefacente contrasto con le opere d’arte presenti in loco: sullo sfondo risaltano infatti l’altare maggiore, con una Madonna e Bambino a tutto tondo inserita in una nicchia; oltre all’affresco che campeggia sul soffitto.

Interno dell'Oratorio della Madonna del Carro

Interni dell’Oratorio come appaiono oggi: lo studio di architettura è alloggiato all’interno dell’antico luogo di culto

Lo straordinario stato di conservazione dell’Oratorio, soprattutto per quanto riguarda le opere d’arte all’interno, non è casuale: una targhetta sul davanzale della finestrella a sinistra dell’uscio (per chi guarda) informa del restauro eseguito in anni recenti (2010) dagli stessi titolari dello Studio.

Qualche indicazione supplementare per chi, spinto dal curioso caso dell’edificio che è fuori antico oratorio e dentro studio di architettura, volesse andare a visitarlo, complice l’idea dei titolari di lasciare aperte le finestrelle anche quando lo studio è chiuso: nel punto in cui via di Vincigliata incontra via di Corbignano, si inizia a salire verso Settignano imboccando quest’ultima. Dopo essersi lasciati sulla sinistra il Podere del Buonriposo, di boccacciana memoria (si tratta di un imponente casale rustico), lo stradello raggiunge un piccolo slargo: alla destra un piccolo parcheggio, che guarda verso Settignano; a sinistra l’ingresso al vicolo lastricato che segna l’abitato di Corbignano. E’ proprio sul lato sinistro della strada che sorge l’antico Oratorio.

Un pò di curiosità sull’ex convento di Santa Caterina in via delle Ruote

L’antico convento di Santa Caterina delle Ruote non esiste più. Tutto ciò che rimane del complesso religioso è l’attuale chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore, posta proprio di fronte alla piazzetta di Santa Caterina. A giudicare dalla chiesa di Nostra Signora, anonimo edificio completamente ricostruito a fine Settecento, e dalla pressochè nulla memoria che ne residua nelle guide alla città di Firenze, si direbbe certamente che l’antico convento non ricopra particolare importanza: basta però leggere questo articolo per scoprire che non è così e che sono tante le curiosità, le notizie e gli aneddoti che riguardano questo convento scomparso della città di Firenze.

La ruota del supplizio di Santa Caterina d'Alessandria

La tela del Caravaggio mostra Santa Caterina d’Alessandria accompagnata, secondo l’iconografia tradizionale, dalla “Ruota”, lo strumento con cui venne suppliziata la santa egiziana

Partiamo dal curioso nome: il convento di Santa Caterina delle Ruote era intitolato appunto a Santa Caterina di Alessandria. Le “Ruote” del nome fanno riferimento allo strumento di tortura con il quale, secondo la tradizione, che risale alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, fu suppliziata la santa alessandrina. Secondo la secolare iconografia della chiesa, i santi vengono infatti solitamente rappresentati con un qualche attributo che ne permette l’identificazione: nel caso dei martiri, l’attributo che li contraddistingue è un qualche motivo che richiama le modalità del supplizio (tipico il caso della Santa Lucia che tiene in mano il piattino con gli occhi che le furono cavati).

La memoria del convento scomparso rimane soltanto nella toponomastica della città di Firenze: da una parte, infatti, la via su cui sorge ancora oggi l’attuale chiesa di Nostra Signora, si chiama via Santa Caterina, così come la piazzetta prospiciente; dall’altra, sembra accertato che il nome di Via delle Ruote, la strada che si dirama dalla precedente all’altezza della chiesa di san Giuseppino (che era in antico l’obitorio del convento, da cui i defunti partivano per raggiungere Trespiano), derivi proprio da quello del convento di Santa Caterina delle Ruote.

Il convento fu anche uno degli Istituti di carità fiorentini che davano ricetto ai bambini “esposti dai propri genitori”: nel complesso di Santa Caterina aveva infatti luogo il cosiddetto “spedalino degli Abbandonati”, che svolgeva funzioni del tutto analoghe a quelle del più celebre Istituto  degli Innocenti. Per razionalizzare l’opera di assistenza di tutti questi istituti, lo Spedale degli Abbandonati fu successivamente accorpato allo Spedale del Bigallo.

Dopo la soppressione dei monasteri e dei conventi, operata dai Lorena sul principiare dell’Ottocento, il convento di Santa Caterina delle Ruote divenne collegio per le “zitelle povere”, ovvero fanciulle indigenti già in età da marito, ma ancora non sposate, e poi sede della Manifattura Tabacchi granducale.

E’ proprio in quest’ultima veste che molti cronisti indicano l’ex convento di Santa Caterina delle Ruote come il luogo in cui nacque, in maniera del tutto casuale, il famoso sigaro toscano. E’ infatti nella manifattura tabacchi di Santa Caterina che viene dai più ambientato il celebre aneddoto del tabacco inzuppato dall’acquazzone agostano.

La simbologia delle “linee spezzate” nella chiesa di Santo Stefano al Ponte

La chiesa di Santo Stefano al Ponte, una delle più antiche ed illustri di Firenze, presenta una curiosa peculiarità, molto rara a trovarsi, sopratutto in Toscana.

Altare maggiore della chiesa di Santo Stefano al Ponte

Altare maggiore della chiesa di Santo Stefano al Ponte: l’arco che sovrasta l’altare maggiore è formato da sette “spezzate”, che approssimano il classico arco “a tutto sesto”

Oltre ad essere una delle chiese più insigni della Firenze antica, una di quelle che già esistevano all’interno della prima cerchia muraria, infatti, gli interni di Santo Stefano al Ponte presentano una caratteristica architettonica che a prima vista può passare inosservata, ma che risulta successivamente piuttosto inconsueta e notevole.

Si tratta delle “linee spezzate” di cui si parla nel titolo dell’articolo: gli interni dell’antichissima chiesa, infatti, furono completamente ristrutturati a cavallo fra il ‘500 ed il ‘600, e fu in quell’occasione che venne deciso di usare, al posto dei classici moduli architettonici circolari, moduli completamente basati su sequenze di “linee spezzate”.

Tanto per intenderci, dentro la chiesa non trovate un arco a tutto sesto “normale”, vale a dire un semicerchio, bensì soltanto la sua approssimazione disegnata con una sequenza di linee spezzate. Tipico esempio l’arco che sovrasta l’altare maggiore, costituito da sette linee spezzate.

L’intento dei costruttori era quello di proporre moduli che, tramite linee spezzate, approssimassero il cerchio: da un punto di vista geometrico infatti, un cerchio si può concepire come un poligono regolare in cui il numero di lati tende all’infinito. Il cerchio, dunque, da un punto di vista matematico, rappresenta un “caso limite” fra i poligoni regolari.

Cupola della chiesa di Santoi Stefano al Ponte

Cupola della chiesa di Santo Stefano al Ponte: il “lume” della struttura è costituito da un dodecaedro, poligono regolare con dodici facce

“Ma perchè tutto questo?”, vi starete certamente chiedendo. La scelta stilistica racchiude in sè, in effetti, un preciso sottinteso simbolico di natura teologica, perfettamente adatto all’ambiente al quale è applicato: la sequenza di spezzate che approssima il cerchio in maniera sempre migliore, al crescere del numero di facce, senza però poter mai arrivare a sovrapporsi perfettamente al cerchio, se non all’infinito, è metafora limpidissima degli sforzi del fedele che tende a farsi “imitazione di Cristo”. La tensione verso la perfezione del Cristo è un faro che guida il progresso spirituale del cristiano; tuttavia, da un punto di vista teologico, rimane un traguardo, per tornare alla metafora matematica espressa dai costruttori, “raggiungibile soltanto all’infinito”.

Detto in una battuta, il concetto espresso dalla trovata architettonica utilizzata in Santo Stefano in Ponte si traduce nel classico aforisma “la perfezione non è di questo mondo; cercare di raggiungerla, sì”.

Particolarmente scenografiche le aperture della cupola: in tal caso, la tradizionale forma circolare è sostitutita da un dodecaedro (poligono regolare a 12 facce), così come gli archi a tutto sesto sono rappresentati da semi-dodecaedri (una spezzata, come accennato sopra, di sette facce). Anche gli ocelli che si aprono nelle pareti sono modellati in forma di dodecaedri.

Se capitate all’Auditorium che ha sede nella chiesa oggi sconsacrata, per uno dei tanti concerti o mostre che vi organizzano, fateci caso, e divertitevi a scoprire nei dettagli tutte le manifestazioni di questa stupefacente simbologia matematico-mistico-architettonica.

Sagrestia Vecchia di San Lorenzo vs Sacello di Santa Trinita: la sfida a suon di fiorini per la più bella sepoltura

Nella sfida secolare che vide contrapposte due delle famiglie in assoluto più potenti della storia fiorentina, ovvero Strozzi e Medici, non ci furono soltanto scontri militari o politici: la partita si giocava anche, e soprattutto , sul piano della potenza economica e finanziaria, che si riverberava in una spasmodica corsa, a suon di fiorini d’oro, a chi, con opere di mecenatismo, con palazzi e dimore più splendidi, e con feste e banchetti più ricchi, sfoggiava il tenore di vita più alto per manifestare il proprio predominio.

La lotta per  mostrarsi superiori da un punto di vista economico e finanzario coinvolgeva non da ultimo l’aspirazione ad esibire cappelle e monumenti funerari più prestigiose degli avversari: si trattava di una lizza, quindi, che non si limitava alla vita quotidiana, ma anche ai simulacri della dipartita eterna.

Campo di battaglia particolarmente agonistico era in particolare quello del patronato delle chiese, che le principali famiglie fiorentine facevano a gara a dotare di opere d’arte dei più rinomati maestri: chi patronava la chiesa più adorna e magnifica rendeva evidente in maniera incontestabile la propria superiore opulenza. Così, dopo essersi sfidate per il palazzo di famiglia più elegante e raffinato (gli Strozzi con la residenza di Piazza dei Sassetti ed i Medici con  il palazzo in via Larga), le due cospicue consorterie fiorentine inziarono a sgomitare per aggiudicarsi i più grandi artisti onde ampliare ed abbellire le chiese di cui erano patrone: i Medici patronavano la Basilica di San Lorenzo, mentre gli Strozzi quella di Santa Trinita, eletta evidentemente, ciascuna, per motivi di prossimità alle rispettive dimore.

La curiosità di oggi è proprio questa: la famiglia dei Medici commissionò al Brunelleschi la progettazione della famosa Sagrestia Vecchia, oggi facente parte del Museo delle Cappelle Medicee, per rispondere colpo su colpo, e possibilmente sopravanzare, lo splendore e l’opulenza dei rivali Strozzi, costruendo un mausoleo funerario ancora più prestigioso di quello fatto progettare da questi in Santa Trinita da Lorenzo Ghiberti.

Il fatto che le due più potenti famiglie e ricche famiglie di Firenze si disputasero la preminenza in città a colpi di denari sonanti non deve certo meravigliare, in un contesto eminentemente mercantile, come Firenze, in cui la ricchezza ed il successo commerciale più di ogni altra cosa conferivano prestigio e quarti di nobiltà. Ciò che più di tutto ho travato curioso, e degno di essere condiviso con i lettori, è la triplice sfida che si nasconde dietro la corsa all’abbellimento delle chiese patronate.

Così, il primo livello della sfida fra le famiglie Strozzi e Medici trascende in un secondo, relativo al tentativo di dotare la chiesa patronata della più monumentale cappella di famiglia, ed in un terzo, riferito all’accapparramento degli artisti di maggior prestigio.

Si vede così che, non solo Medici e Strozzi gareggiavano fra loro per la primazia, ma, in questa loro sfida coinvolgevano quella fra chiese (Santa Trinita vs San Lorenzo) e quella fra artisti (Ghiberti vs Brunelleschi). Particolarmente interessante ricordare, a quest’ultimo proposito, che Ghiberti e Brunelleschi, acerrimi rivali già all’epoca del concorso per la Porte del Battistero e per l’erezione della Cupola del Duomo, mettendosi al servizio delle due parti in lizza, non facevano che rinnovare la loro personalissima disfida artistica.

Tutto comincia attorno al 1420 quando Giovanni di Bicci dei Medici commissiona a Filippo Brunelleschi la progettazione della Sagrestia Vecchia, come cappella funeraria destinata a sepoltura funeraria per sè e la moglie Piccarda Bueri. La cappella è terminata nel 1428, come risulta da una iscrizione sul pergamo della lanterna della cupola. La Sagrestia Vecchia, intitolata a San Giovanni Battista, costituisce la risposta, in termini di prestigio familiare, al patriarca della potente famiglia rivale, Palla Strozzi, che già nel 1418 aveva fatto costruire in Santa Trinita una splendida cappella per le sepolture della propri congiunti, progettata nientemeno che da Lorenzo Ghiberti.

La “prima” dell’Amleto e la nascita di Stenterello a Borgo Ognissanti

L'altare della attuale chiesa Evangelica Battista di Firenze

L’altare della attuale chiesa Evangelica Battista di Firenze: l’abside esagonale rialzato riprende l’originario proscenio del teatro di Ognissanti

Oggi parlo di un edificio situato in Borgo Ognissanti, che presenta una storia densa di avvenimenti e, di conseguenza, offre più di una curiosità al lettore avido di nuove scoperte sulla città di Firenze.

Oggi come oggi, passando per Borgo Ognissanti non lo si nota affatto ed anzi l’aspetto esteriore di questo edificio non corrisponde nè alla sua funzione attuale, nè a quella che svolgeva in precedenza. In effetti, il pedone che cammina lungo la centralissima via fiorentina vede da fuori soltanto un portone del tutto anonimo, sormontato da un comunissimo arco a tutto sesto.

Solo il pedone attento scorge sullo stipite della porta una scritta incisa in caratteri rossi che dice “Chiesa Evangelica”. Per quanto possa sembrare strano, dentro il portone non c’è il vano scale di un qualsiasi condominio, bensì l’aula piuttosto spaziosa del luogo di culto in cui officia le proprie funzioni la comunità Evangelica Battista di Firenze.

Ma il meglio deve ancora venire, e, per scoprirlo, è necessario entrare dentro l’attuale chiesa evangelica: il visitatore non può non accorgersi, stranito, della strana forma e delle inconsuete architetture di questa struttura religiosa. La sua forma allungata ed ovoidale si accompagna ad un ballatoio che, descrivendo un “ferro di cavallo” e sorretto da colonne, gira tutto attorno, per terminare ai lati dell’altare.

Forse l’architetto voleva riproporre in chiave moderna l’antico concetto del gineceo che si trova nella più antiche chiese romaniche? Niente affatto. Forma e ballatoio dipendono direttamente da quella che era l’originaria funzione dello stabile, ossia quella di teatro. Il ballatoio altro non era che il palco rialzato per gli spettatori, disposti come consueto secondo la classica forma a “ferro di cavallo”.Interessante anche notare come l’altare rialzata non faccia che ricalcare scenograficamente l’antico proscenio del teatro.

La lapide di fianco al portone della Chiesa Evangelica Battista di Firenze

La lapide di fianco al portone della Chiesa Evangelica Battista di Firenze: rammenta la creazione di Stenterello ad opera di Luigi del Buono

Prima di diventare chiesa infatti, questo edificio venne fondato come luogo di rappresentazione teatrale dall’Accademia dei Solleciti, fondata da sette cittadini riuniti in società nel 1778.

Questo teatro poteva contenere fino a 1400 persone e vanta un primato di tutto rilievo: è qui che, nel 1791, venne rappresentato per la prima volta in Italia l’Amleto di Shakespeare. Fatto anch’esso piuttosto curioso, se si pensa che il Teatro di Ognissanti era famoso più che altro per le rappresentazioni di commedie popolari particolarmente sboccate che avevano per protagonista la famosa maschera di Stenterello.

Stando alla lapide apposta dal Comune a lato del portone di ingresso, sembra anzi che proprio il Teatro fondato dall’ Accademia dei Solleciti sia stato il luogo in cui Luigi del Buono creò la celebre maschera carnascialesca fiorentina.

Edifici di pregio per le chiese protestanti a Firenze

La chiesa di San Jacopo tra' Fossi, oggi sede della Chiesa Metodista di Firenze

La chiesa di San Jacopo tra’ Fossi, oggi sede della Chiesa Metodista di Firenze

Cos’ hanno in comune alcune delle più importanti chiese cristiane protestanti presenti nella città di Firenze? Sto parlando delle comunità che fanno capo alla Chiesa di Cristo, a quella Evangelica Metodista, a quella Evangelica dei Fratelli e a quella Battista.

La risposta al quesito è la curiosità di oggi, e consiste nel fatto che ciascuna di queste comunità protestanti ha ottenuto dal Comune l’assegnamento di alcuni dei più prestigiosi luoghi di culto fiorentini.

Cominciamo dalla Chiesa di Cristo, che officia oggi in via San Donato a Novoli. Questa comunità svolge le proprie funzioni liturgiche nello splendido Odeon neo-classico costruito dai principi Demidoff nell’800 come cappella di rito ortodosso, annessa alla loro magnifica Villa.

Passiamo quindi alla chiesa Evangelica Metodista, che utilizza come luogo di culto nientemeno che i locali di quella che fu un tempo la chiesa di San Jacopo tra i Fossi: così fu chiamata quando i fossi che la circondavano, rendendola un’isola, esistevano ancora, mentre oggi se ne intravede soltanto la facciata su via de’ Benci addossata al Lochness, uno dei locali della movida fiorentina a Santa Croce.

Interno della chiesa battista di Firenze in Borgo Ognissanti

Interno della chiesa battista di Firenze in Borgo Ognissanti: l’ interno curvilineo mostra ancora chiaramente la sua originaria funzione di teatro

Il caso della chiesa Evangelica dei Fratelli è un pò diverso. Essa sorge in via della Vigna Vecchia e, in effetti, è costruzione risalente all’ 800 che non presenta di per sè particolari motivi di pregio artistico-culturale. Merita una menzione tuttavia per la continuità temporale con la quale il sito su cui sorge la chiesa ha svolto la funzione di luogo di culto. Dove si trova oggi la chiesa evangelica, infatti, esisteva un tempo la scomparsa chiesa di Sant’Apollinare, di origine addiritura bizantina. Il sito venne completamente stravolto dalla costruzione dell’ enorme complesso del convento di San Filippo Neri, in seguito Tribunale di Firenze.

Veniamo infine alla sede del culto battista: esso si svolge in Borgo Ognissanti nei locali di quella che fu il teatro dell’Accademia dei Solleciti, di cui conserva all’ interno la forma oblunga e curvilinea che ne denuncia in maniera esplicita l’ originaria funzione scenica.