In memoria di Carlo Monni: la dedica dell’Ataf

A quasi due anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2013), possiamo fare un piccolo bilancio del lascito “topografico” di Carlo Monni, attore e teatrante, noto soprattutto come spalle del primo Benigni, ma soprattutto “personaggio” intonato sulla ruvida schiettezza toscana.

L’omaggio più evidente al Monni è stata fatta dall’Amministrazione Fiorentina, che ha intitolato al mattatore di campi Bisenzio nientemeno che la fermata capolinea del bus “60”, che fa la spola fra le Cascine e Careggi. Per quanti non sapessero perchè proprio questa fermata gli è stata dedicata, la soluzione è piuttosto semplice: negli ultimi anni il Monni era solito passeggiare per il parco, nella bella stagione, nella classica e vistosa tenuta composta di jeans, sandali e torso nudo con la maglietta in spalla.

La sua costanza nel frequentare il Parco della Cascine e la giovialità nel rispondere a tono alle battute dei passanti che lo riconoscevano, l’avevano fatto diventare il “sindaco delle Cascine”. E così, adesso, l’Ataf 60 parte da Careggi verso l’altro capolinea con la scritta “T1 – Carlo Monni” ben in vista.

Meno noto ma altrettanto lusinghiero per la sua fama in vita, è la petizione che i cittadini di Firenze hanno presentato all’Amministrazione Comunale per un’altra dedica al Monni sempre in zona Cascine: in questo caso, è stato richiesto di intitolargli la piccola arena ad anfiteatro presente nel Parco, sebbene la petizione non abbia ad oggi avuto esito.

Miglior fortuna ha avuto invece “in patria”, cioè a Campi Bisenzio, l’iniziativa per la dedica al Monni del teatro cittadino: il 19 maggio 2014, nel primo anniversario della scomparsa, l’amministrazione cittadina ha deciso di chiamarlo infatti TeatroDante Carlo Monni.

Spera, una pizza da campione del mondo

A Firenze c’è una pizzeria, la Pizzeria Spera di via della Cernaia (fra Fortezza da Basso e Piazza della Vittoria), molto particolare. Vanta infatti una pizza fatta nientemeno da un pizzaiolo “Campione del Mondo della Pizza” e, fatto inusuale nel mondo solitamente”maschile” dei pizzaioli, si tratta pensate un pò di una donna.

Lei è Elena Spera, figlia dello storico titolare Salvatore, che ha fondato e dato il nome alla pizzeria. Elena ha infatti vinto l’11° Campionato del Mondo di Pizza tenutosi a Salsomaggiore Terme dal 15 al 17 aprile 2002, prevalendo su ben 333 concorrenti.

Elena Spera

Uno dei tanti ritagli di giornale nella Pizzeria Spera che rievoca la storica vittoria di Elena

Ha vinto presentando una pizza molto particolare: la sua pizza da “campione del mondo” nella categoria “Pizza Classica” (quella più importante, ndr) si chiama “Pizza Fantasia” (tartufo, porcini, gorgonzola, bufala, Taleggio, radicchio, noci, rucola, pomodoro, provola, ricotta, origano e Parmigiano Reggiano).

Certamente l’importante affermazione nel concorso ha portato grande visibilità e fama alla pizzeria, tuttavia la fama di questa storico locale fiorentino è addirittura antecedente a quel 2002 in cui Elena si è laureata Campione del Mondo della Pizza: gran parte della notorietà di Spera si deve infatti al titolare stesso, Salvatore Spera, napoletano, pizzaiolo ma soprattutto ex-pugile, molto conosciuto in città e vero e proprio “personaggio” ancora attivo in sala, icona ed attrazione al contempo del frequentatissimo locale.

Pizzeria Spera

Ingresso della storica Pizzeria Spera di Firenze

In effetti, nel corso delle lunghissime attese per mettersi a sedere al tavolo (Spera viene infatti preso d’assalto quasi tutti i giorni della settimana, soprattutto da studenti universitari dalle esigue finanze – e non è possibile prenotare), potrete tranquillamente mettervi a leggere i numerosi ritagli di giornale appesi che tappezzano le pareti e che rievocano appunto, oltre alla storica vittoria della pizzaiola Elena, i fasti pugilistici e non solo del “vecchio leone” Salvatore.

P.S.: se leggendo l’articolo vi siete persuasi che la pizzeria Spera mi paga per scrivere bene di loro, “travestendo la pubblicità da curiosità”, vi sbagliate, e ve lo dimostro subito: sono stato a mangiare da Spera a gennaio 2014, e della pizza mangiata mi ricordo che non sono riuscito a digerirla completamente per oltre due giorni. Sì, è vero, con cifra modica si mangia una pizza molto consistente, ma per il mio stomaco è “troppo consistente” e, sinceramente, se mi chiedessero un consiglio, io direi di scegliere un altro posto (tipo San Iacopino nella omonima pizza in zona Novoli – Spera non me ne voglia).

 

La “gabbia per grilli” della Cupola del Duomo

La curiosità di oggi riguarda la famosa Cupola del Brunelleschi, monumento che tutti, fiorentini e turisti hanno visto migliaia di volte, dal vero o in fotografia. Nonostante questo, c’è un particolare architettonico che, pur macroscopico e visibilissimo, non viene mai notato da nessuno, in quanto effettivamente poco conosciuto.

Se, come è probabile, non ci avete mai fatto caso, vi accorgerete oggi che il “tamburo” della Cupola del Duomo, ovvero la base ottagonale su cui poggia la volta brunelleschiana, presenta il ballatoio soltanto su uno degli otto lati, quello che si affaccia su via del Proconsolo. La maggior parte delle persone non se ne accorge anche perchè l’unico lato terminato, è uno di quelli più visibili, cioè forse quello sotto il quale c’è maggior transito di gente (è infatti l’affollatissimo incrocio al canto de’ Bischeri, all’angolo fra via del Proconsolo e via dell’Oriolo).

Cupola del Duomo vista da Torre degli Adimari

La Cupola del Duomo di Firenze vista dalla Torre degli Adimari: tranne un solo lato, il tamburo che regge la cupola è disadorno

Proprio questo troncone di ballatoio sarebbe “la gabbia per grilli” del titolo di oggi, nome che gli deriva da un celebre aneddoto che cerca di spiegare il motivo per cui l’opera è rimasta incompleta.

L’appalto dei lavori per la costruzione del ballatoio della Cupola fu affidato a Baccio d’Agnolo, che progettò per l’occasione il corridoio pensile di cui vediamo oggi il  mozzicone. Secondo la tradizione, fu Michelangelo, che aveva partecipato al concorso con un suo progetto risultato però perdente, a “scoccare una frecciata” all’antagonista, dicendo che il ballatoio in costruzione gli pareva “un gabbia per grilli”, simile a quelle che si usano appunto a questo scopo durante la festa della Rificolona.

In effetti, se si osserva la parte di ballatoio costruita, si nota come, vista da lontano, la sequenza di fitte colonnine che sorregge gli archetti possa effettivamente ricordare le piccole sbarre delle gabbiette.

Sempre secondo l’aneddoto, Baccio d’Agnolo, che era artista particolarmente sensibile e permaloso, restò tanto male per il commento impietoso del grande Michelangelo, da abbandonare la costruzione della sua opera appena cominciata.

dettaglio ballatoio non finito Duomo di Firenze

Dettaglio che mostra l’angolo fra il ballatoio ed il lato “non finito”

E’ chiaro, come si può facilmente supporre, di un evento del tutto immaginario: se anche l’aneddoto fosse stato vero e Baccio d’Agnolo avesse deciso di abbandonare il progetto, l’Opera del Duomo avrebbe comunque portato a termine i lavori sulla base del suo o di un altro progetto. Se il ballatoio è rimasto in fase di costruzione, invece, è chiaro che ci furono in ballo motivazioni ben più importanti rispetto ad un battibecco fra artisti rivali, prima fra tutte i problemi di stabilità che l’enorme peso del ballatoio avrebbe provocato alla Cupola.

Di vero a livello storico c’è l’effettiva contrarietà di Michelangelo al progetto di ballatoio di Baccio d’Agnolo, come dimostrato dai disegni relativi al progetto di completamento del medesimo risalenti al 1516 (quando la prima parte era stata già costruita) e conservasti presso il Museo Casa Buonarroti. Esiste in proposito anche un modello ligneo, custodito presso il Museo dell’Opera del Duomo col numero di inventario n° 144, anche se con dubbi di identificazione rispetto a questo avvenimento.

Modi di dire inventati da Dante Alighieri (a sua insaputa)

La Divina Commedia di Dante Alighieri è diventata nel tempo una vera e propria miniera di citazioni e proverbi, emersi estrapolando singoli versi o addirittura singole locuzioni dal testo del noto poema che illustra l’ordinamento dell’Aldilà. E tutto questo, naturalmente, senza che il Vate potesse minimamente immaginare l’uso per cui sarebbero diventati famosi tali modi di dire.

Sicuramente non stupisce il fatto che la maggior parte dei modi di dire proverbiali tratti dalla Commedia derivi dall’Inferno, la Cantica che, a torto o a ragione, è considerata in assoluto la più riuscita fra le tre e, per questo motivo, è solitamente l’unica che viene approfondita a livello scolastico.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: riferito al libro che, narrando le vicende amorose fra Lancillotto e Ginevra, istiga la passione di Paolo e Francesca, è un modo di dire che indica oggi, umoristicamente, situazioni che hanno favorito il sorgere di relazioni amorose.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza: l’incitamento rivolto da Ulisse ai compagni d’avventura, per spronarli ad intraprendere la pericolosa navigazione vero l’Ignoto, si usa oggi soprattutto come sprone proverbiale per incitare ad un maggiore studio che si dimostra particolarmente “incolto”.

Nel mezzo del cammin di nostra vita: è il verso iniziale della Commedia ed uno degli incipit in assoluto più famosi dell’intera storia della letteratura. Oggi lo si utilizza per sottolineare qualche avvenimento che accade genericamente nel corso della vita, non necessariamente a metà, anche considerato il fatto che con l’aumentare della vita media “il mezzo del cammin” è cambiato rispetto al ‘300.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona: ancora una volta di parla della incontenibile passione che lega, nella Commedia, Paolo e Francesca; allo stesso modo, questo frammento si cita allorchè si vuole segnalare un desiderio o una passione verso qualcosa/qualcuno, assolutamente irresistibile.

 

E quindi uscimmo a riveder le stelle: l’espressione che chiude ciascuna delle cantiche della Commedia, viene utilizzata nei momenti in cui si riesce infine a qualche impresa che è costata tanto pensare, o quando si termina una attività lunga e che è costata parecchia fatica (anche in senso ironico, ad esempio, all’uscita di una gironata lavorativa particolarmente pesante).

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa: espressione di sufficienza con cui Virgilio invita Dante a liquidare gli Ignavi, mantiene tutt’oggi un forte accento di disprezzo nei confronti di persone che si comportano in modi ritenuti deplorevoli.

 

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!: forse la mia preferita in assoluto, perchè perfettamente d’attualità nel nostro paese a più di 700 anni di distanza. Allora come oggi, significa che la situazione politica della Penisola (e dunque anche la sua classe dirigente) è una chiavica.

Senza infamia e senza lode: espressione riferita anch’essa da Dante ai tanto disprezzati Ignavi, viene utilizzata per indicare situazioni, attività, persone o altro, che non presentano caratterizzazioni particolari nè in positivo che in negativo, ponendosi in condizione di assoluta mediocrità.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate: viene utilizzata, spesso in tono scherzoso, con riferimento ad ambienti disagiati/malmessi o situazioni particolarmente ostiche, così come nella Commedia, Dante la usa come ammonimento ai dannati rispetto a quello che li attende all’interno dell’Inferno loro destinato.

L’amor che move il sole e l’altre stelle: espressione riferita alla visione dell’Onnipotente, viene oggi utilizzata, anche in senso ironico o sarcastico, per indicare solitamente personaggi di indiscussa influenza (ad esempio viene detto spesso di politici che hanno particolare rilevanza nelle decisioni complessive).

L’elenco di altre espressioni proverbiali tratte dalla Divina Commedia è consultabile nel bell’articolo pubblicato sul sito de “L’Inkiesta” (http://www.linkiesta.it/espressioni-italiane-dante) che cito doverosamente per avermi fornito lo spunto per il post odierno.

I modi di dire dei quali siamo debitori verso la Dante e la sua Commedia sono però sicuramente molti di più: è dunque sicuramente bene accetta qualsiasi segnalazione di ulteriori espressioni ricavate da tale poema.

Goliardìa fiorentina nell’etichetta: il “Soffocone di Vincigliata”

Chiamereste un vino di vostra produzione “Soffocone”? Bibi Graetz, famoso produttore di vini dell’omonima azienda vitivinicola di Vincigliata l’ha fatto, e ha riprodotto il “concetto” espresso dal nome anche nella corrispondente etichetta.

La cosa curiosa sta nel fatto che, a Firenze, come del resto in molte parti della Toscana, la parola “soffocone” ha un significato piuttosto “sanguigno”, per usare un eufemismo. Sebbene originario della Norvegia, infatti, Graetz ha assorbito la tradizionale goliardìa fiorentina, pensando bene di chiamare questo suo vino con la parola che che designa in modo estremamente colorito e volgare l’atto della fellatio. E provate a indovinare perchè…

E’ stato lo stesso Bibi Graetz a spiegare il motivo di questa sua estrosa scelta: la località di Vincigliata, in cui la tenuta vinicola di sua proprietà sorge, con  centro nel famosissimo castello omonimo a pochi passi da Fiesole, è infatti famosa come luogo dove “infrattarsi”; è nota cioè come ritrovo tipico delle coppiette che si appartano.

soffocone di Vincigliata - Bibi GraetzPer completare l’opera, però, Bibi ha fatto di più: essendo un artista-viticultore, che oltre a produrre vino è anche pittore, disegnatore ed incisore, ha abbinato al nome un’etichetta appropriata: quella ancora oggi visibile su ogni bottiglia di Soffocone di Vincigliata. Anche se incisa all’acquaforte e piuttosto stilizzata, si riconosce agevolmente (almeno una volta saputo il significato del nome) una donna nuda inginocchiata, ed è facile a tale punto immaginare a quale scopo.

Curiosità nella curiosità, questa etichetta ha causato problemi al produttore vinicolo negli USA, dove ha dovuto ritirarla e immettere sul mercato bottiglie con un’etichetta diversa. Negli USA infatti è vietato esporre etichette con riferimenti violenti, sessuali o relativi a sostanze  nocive (come il tabacco) e per conseguenza, dopo esserselo bevuto per diversi anni in santa pace, gli americani hanno infine imposto il cambio di etichetta dopo che l’autorità preposta è venuta a conoscenza del significato della medesima, correlato ovviamente al nome del vino.

Da Bibi Graetz, del resto, una cosa del genere si poteva ben aspettarsela: il vino di punta della sua azienda si chiama infatti “Testamatta”, e ci sono pochi dubbi sul fatto che il pittore-viticoltore volesse con tale nome alludere alla sua estrosa vena immaginativa. D’altra parte, il produttore italo-norvegese non è l’unico nè il primo che applica al vino immaginifici nomi con chiari riferimenti sessuali: sempre in Toscana ricordiamo, fra tutti, il famoso merlot “Topa Nera” del mitico Gino “Fuso” Carmignani di Montecarlo (provincia di Lucca, non Principato di Monaco).

Radio CO.RA, la Resistenza corre sull’etere

Intanto cos’è Radio CO.RA.. E’ una delle pagine più significative della Resistenza partigiana nell’area fiorentina e il nome deriva dalal crasi fra le prime due sillabe di COmmissione RAdio. E’ l’emittente radio clandestina ed itinerante tramite la quale la Resistenza fiorentina fornì agli Alleati informazioni sugli spostamenti e le iniziative delle forze nazifasciste fra il gennaio ed il giugno 1944.

Caratteristica precipua di Radio CO.RA. era quella di non avere una sede precisa: le trasmissioni venivano continuamente effettuate da luoghi diversi per sfuggire alla caccia di nazisti e repubblichini.

Sede Radio CO.RA. in Piazza D'Azeglio

L’ultima sede di Radio CO.RA. in Piazza D’Azeglio

La COmmisione RAdio viene creata dal Servizio Informazioni del Partito d’Azione guidato da Ludovico Ragghianti e Enrico Bocci. Quest’ultimo e il capitano dell’Aeronautica Italo Piccagli guideranno Radio CO.RA.di Firenze, in contatto con la VII Armata degli Alleati di stanza a Bari, con la collaborazione di una ventina di elementi e l’appoggio determinante di Nicola Pasqualin e Renato Levi, due agenti italiani arruolati nell’8° Armata britannica.

La prima trasmissione di prova viene fatta dalla Casa Editrice Bemporad in via de’ Pucci, utilizzando il messaggio convenzionale “l’Arno scorre a Firenze”. Nei cinque mesi di vita della Radio, le trasmissioni avvengono circa due volte al giorno, spostando continuamente la ricetrasmittente di fabbricazione inglese: fra le molte sedi occupate tempo per tempo, ci sono quella in Piazza Indipendenza e quella, l’ultima, in Piazza D’Azeglio.

E’ qui al numero 12, che i nazisti individuano la ricetrasmittente e fanno quindi irruzione il 7 giugno 1944, sorprendendo nell’appartamento lo studente Luigi Morandi, Enrico Bocci, Carlo Campolmi,Giuseppe Cusmano, Maria Luigia Guaita, Guido Focacci, Franco Gilardini e Gilda La Rocca, che vengono tutti arrestati e trasferiti presso Villa Triste, tranne il radio-telegrafista Morandi che riesce a sottrarre una pistola ad un tedesco e a ferirlo a morte prima di essere a sua volta crivellato, morendo due giorni dopo in ospedale.

Nelle ore successive si consegna ai nazisti anche il capitano Italo Piccagli, nel tentativo di scagionare i “civili” che hanno partecipato a Radio CO.RA.. Il capitano dell’Aeronautica viene fucilato nei boschi di Cercina il 12 giugno 1944, assieme ai quattro paracadutisti inviati dall’8° armata per rinforzare le attività del gruppo, ad un ignoto partigiano cecoslovacco e a Anna Maria Enriques Agnoletti, per rappresaglia contro il fratello Enzo, uno dei dirigenti del CLN della Toscana.

Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina

Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina

Gli arrestati in Piazza D’Azeglio vengono prima torturati presso Villa Triste, poi avviati ai lager in Germania, ad eccezione di Enrico Bocci, che viene probabilmente fucilato nei dintorni, anche se il corpo non verrà mai rinvenuto. Nel tragitto verso la Germania, Maria Luigia Guaita e Gilda La Rocca riescono a scappare e a mettersi in salvo.

E’ proprio Gilda La Rocca, una dei sopravvissuti alla retata di Piazza D’Azeglio, a ricordare un curioso aneddoto su Radio CO.RA., in cui rammenta quella volta in cui, trasportando l’apparecchio per le trasmissioni da Corbignano a Piazza Beccaria, l’insolito fardello gli fu portato addirittura da un repubblichino: Gilda veniva infatti con l’autobus, quando un allarme fece fermare la corsa e tutti dovettero scendere. La radio dentro la borsa scozzese di Gilda era assai pesante da portare a mano per tutto il tragitto, circa 3 kilometri, ma fermarsi come facevano gli altri avrebbe significato mancare l’appuntamento con gli Alleati. Ecco che la ragazza decise di mettersi in marcia verso Piazza D’Azeglio a piedi. Fu superata, camminando, da un milite che, vedendola trasportare a fatica la borsa, le propose cavallerescamente di aiutarla ed afferrò senz’altro uno dei manici, mentre Gilda continuava s tenere stretto l’altro. Fortunatamente la giovane partigiana non mancò di presenza di spirito quando, al fine, il soldato della Milizia gli chiese cosa ci fosse dentro la borsa che pesava così tanto. Gilda, infatti, fingendosi impaurita e preoccupata, rispose che c’erano dentro tutti i suoi averi e che l’allarme la metteva sempre in quello stato di agitazione che non gli passava finchè non era in Duomo (notizie raccolte in Enrico Bocci, Una vita per la libertà, a cura di Tumiati-Barbieri, Firenze, Barbera).

In ricordo dell’eroico contributo alla Resistenza di questi partigiani fiorentini rimangono il Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina e il Monumento all’ultima sede di radio CO.RA. a Piazza D’Azeglio.

Inoltre Italo Piccagli, Enrico Bocci, Luigi Morandi e Anna Maria Enriques Agnoletti e gli agenti dell’8° Armata fucilati a Cercina sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Il Pecorone: l’alternativa al Decameron, copiata da Shakespeare

Il “Pecorone”, che ci crediate o no, è, nonostante il nome inusuale, un’opera letteraria. Ma perchè accostare un’opera dal nome così “pecoreccio” nientemeno che al celebratissimo Decameron del Boccaccio? Si può sapere subito. Intanto, l’opera che va sotto il nome di “Pecorone” è anch’essa una raccolta di novelle (cinquanta per la precisione, contro le 100 del Decameron); in secondo luogo, l’autore è anch’esso un Giovanni di Firenze: a differenza del ben più noto Giovanni Boccaccio, tuttavia, del presunto autore del Pecorone non si hanno notizie precise, tant’è che lo scrittore viene appunto denominato nel tempo semplicemente Giovanni Fiorentino, ad indicare che tutto ciò che è dato sapere su di lui è il nome di battesimo e la provenienza.

mercante di venezia ispirato al giannetto del pecorone

Shylock del Mercante di Venezia: l’opera di Shakespeare si ispira alla “Storia di Giannetto” del Pecorone

Le due raccolte di novelle hanno in comune anche un certo qual tenore licenzioso. E’ possibile infatti affermare che anche le novelle raccolta nel Pecorone sono di argomento piuttosto “boccaccesco” ovvero tendenti all’osceno e allo scabroso, soprattutto in materia sessuale. Il che non deve affatto stupire, se si pensa che le novelle ivi raccolte sono desunte in massima parte proprio dalle opere topiche del genere, come Apuleio, il Libro de’ Sette Savi e lo stesso Boccaccio: infatti il Pecorone viene redatto successivamente al tumulto dei Ciompi, mentre il Decameron segue immediatamente la Grande Peste del 1348. Nella trentina di anni che vi intercorrono il Decameron era già divenuto un classico del genere. Il curiosissimo nome di Pecorone deriva all’opera di questo Giovanni Fiorentino da un sonetto posto in apertura dell’opera che, oltre ad indicare l’inizio della stesura nell’anno 1378, spiega come tale appellativo sia adatto ad un libro nel quale le novelle raccolte parleranno di novi barbagianni, ovvero di citrulli inusitati (o stolti, ma meglio sarebbe dire, all’uso toscano, “allocchi”, che vuol dire lo stesso che barbagianni ed è del pari un rapace notturno). Quel che di più interessante mi preme qui sottolineare, è la fortuna riscontrata nel tempo dal “Pecorone” che, sebbene poco noto al pubblico odierno, fu comunque ripreso in più novelle da narrazioni successive: per citare un caso su tutti, la novella di Giannetto viene usata da William Shakespeare come base per costruire la trama del Mercante di Venezia. La preziosa opera novellistica ci è tramandata grazie a tre codici manoscritti, conservati due a Firenze ed uno a Milano: a Firenze, il Laurenziano Rediano, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e il codice magliabechiano II.IV.139 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; a Milano, il codice 85 della Biblioteca Trivulziana. Ecco il link per chi volesse consultare il Pecorone completo.

Gli alieni a Firenze: Ufo avvistati sopra il Franchi

Il più importante caso di avvistamento UFO in Italia è avvenuto proprio a Firenze, ed esattamente sopra lo stadio Artemio Franchi, nel 1954.

Si tratta di un caso particolarmente celebre e rilevante non solo per il numero e l’entità di “oggetti non identificati” avvistati il 27 ottobre di quell’anno ma soprattutto per il numero di testimoni presenti all’avvenimento: lo stormo di presunti dischi volanti appare infatti nei cieli di Firenze sopra lo stadio Franchi, nel primo pomeriggio, momento in cui si stava disputando l’incontro Fiorentina – Pistoiese: ben 12.000 spettatori (più i giocatori e l’arbitro naturalmente!) furono testimoni dell’insolito evento e tale fu lo sbalordimento generato che il match calcistico dovette essere sospeso.

Ufo su Firenze: notizia sul giornale

Avvistamento UFO sullo Stadio di Firenze

Tutto comincia quando, nel primissimo pomeriggio, Alfredo Jacopozzi, studente di ingegneria, chiama la redazione del quotidiano “la Nazione”, per avvisare dell’avvistamento di diversi dischi volanti nei cieli di Firenze. Secondo le testimonianze, i supposti UFO (per un totale di sei) si aggirano anche sui tetti del centro storico, apparendo bianchi, tondi, lucidi e sfrecciando più veloci di un aereo, ma soprattutto, lasciando cadere al loro passaggio “fiocchi” simili alla bambagia. Gli avvistamenti si moltiplicano in tutta la città, mentre le “ragnatele lucenti” continuano a cadere al suolo.

Subito dopo gli oggetti non identificati appaiono sopra lo stadio Franchi, avvenimento che ci rimane vivido nel racconto di Romolo Tuci, presente in quel momento in campo come capitano della Pistoiese. Tuci ricorda come l’attenzione dei calciatori venne attratta all’improvviso dallo strano comportamento degli spettatori che, invece di guardare la partita, stavano col naso per aria a guardare il cielo. Tuci ricorda di aver osservato lui stesso dei piccoli anelli lontani.

A differenza di molti altri casi simili, quello di Firenze risulta particolarmente interessante sia per il numero di testimoni presenti all’evento (basti pensare agli spettatori presenti in quel momento al Franchi), che rendono molto credibile la veridicità dell’avvistamento, sia per la singolare presenza di quella sorta di “bambagia” che fu raccolta sia dallo Jacopozzi che da diversi giornalisti.

I curiosi filamenti bianchi, una volta raccolti in provetta, apparivano simili ai fili del baco da seta, luccicavano e si mostravano appiccicosi aderendo al vetro del contenitore. I reperti vennero analizzati dal professor Giovanni Canneri, direttore dell’Istituto di Chimica Analitica dell’Università di Firenze assieme all’assistente, il professor Danilo Cozzi. Dall’analisi microscopica e spettrografica risultò che si trattava di una sostanza che presentava una notevole resistenza alla trazione e alla torsione oltre che al calore, in ciò molto simile alle fibre di vetro usate come rivestimento dei veicoli spaziali terrestri. Il responso finale fu che la composizione prevalente era Boro, Silicio, Calcio e Magnesio: l’ipotesi fu quella di trovarsi di fronte ad una sorta di pyrex (vetro boro-silicico).

Gli avvistamenti di presunti UFO su Firenze e dintorni si ripeterono nei giorni seguenti, con relativa caduta di filamenti di bambagia lucentissima: Pontassieve, Scarperia, San Mauro a Signa e molte altre località furono interessate, ma soprattutto Calenzano, dove il 29 ottobre, pochi minuti dopo le 13, fu segnalata la caduta degli strani filamenti provocata dal passaggio di un gruppo di UFO diretti verso Firenze passando sopra il Monte Morello.

Notizia bambagia aliena su quotidiano

Notizie sulla “bambagia aliena” apparsa sul giornale nel 1954

Molte furono le ipotesi tirate in ballo per spiegare in maniera scientifica quello che sembra ancora, a distanza di tanti anni, un fatto, ancorchè inspiegabile, sicuramente credibile quanto al suo effettivo avvenimento. Dagli esperimenti aeronautici a quelli nucleari, dai residui spaziali in collisione con l’atmosfera terrestre ad un a fuga di materiale da una vetreria dovuta al vento, le opinioni furono molte, ma a tutt’oggi non è stata raggiunta alcuna conclusione condivisa.

L’edizione della Nazione del giorno successivo, il 28 ottobre 1954, diede molto rilievo all’eccezionale avvenimento, riportando alcuni particolari molti precisi. Secondo la descrizione riportata in cronaca, l’avvistamento si verificò alle 15.27 e non durò più di un minuto, durante il quale “i due oggetti rotondi e lucenti,di colore grigio metallico,si muovevano ad elevata velocità e procedevano in linea retta da Sud a Nord. Si distingue una corona circolare esterna che gira vorticosamente intorno al proprio asse, formato dalla parte centrale di colore più chiaro.

Ad un certo punto il primo oggetto si fermò,pur continuando il proprio moto rotatorio, l’altro prosegue il suo cammino diminuendo la distanza che li separava, giunto perpendicolarmente sulla Torre di Maratona si arrestò mentre il primo riprese la sua corsa procedendo però a scatti zig-zagando.

Ad un tratto però invertirono repentinamente la direzione e ripassarono sulle teste degli spettatori,riattraversando lo stadio in tutta la sua lunghezza e scomparvero verso Sud procedendo ad una velocità superiore a quella di qualunque aereo conosciuto“.

Il segreto della “Pietrificazione” finisce nella tomba

Girolamo Segato, vissuto nel diciottesimo secolo a Firenze, portò nella tomba il segreto del suo procedimento per ottenere l’incorruttibilità dei corpi dopo il decesso. Lo speciale processo, carpito addirittura agli antichi egizi secondo la tradizione, non venne mai rivelato ai posteri dallo studioso per disgusto, a quanto sembra, nei confronti del Granduca di Toscana che gli aveva rifiutato i fondi per proseguire i suoi esperimenti.

La portata della sua attività è ben riassunto nell’epitaffio che decora il sepolcro in cui riposa all’interno di Santa Croce: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

La sua rilevanza deriva infatti dalla sua insolita invenzione, che viene ricordata come “pietrificazione” ma che consiste in realtà in un processo di mineralizzazione di cadaveri, grazie ad un trattamento che consentiva la perfetta conservazione e al contempo, il mantenimento del colore e dell’elasticità dei tessuti organici.

La peculiare formazione di Segato, che lo portò a mettere a punto questa singolare tecnica, sembra doversi riconnettere ai suoi studi di egittologia, che approfondì con visite sul campo nella terra dei Faraoni. In effetti, il processo di “pietrificazione” sembra riconducibile all’antica tecnica dell’imbalsamazione, al punto che, all’epoca, si arrivò addirittura a favoleggiare che Segato raggiungesse i propri risultati dopo aver carpito i segreti della Magia egizia.

Decise di distruggere gli appunti relativi alle sue scoperte circa il processo di “pietrificazione” dopo aver subito il rifiuto del Granduca di finanziare le sue ricerche. Avrebbe forse voluto svelare le sue scoperte in punto di morte ma, a quanto si racconta, morì improvvisamente.

Campioni della pietrificazione di Segato

Campioni della pietrificazione di Segato

Nonostante questo, ci rimangono oggi, presso l’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università degli Studi di Firenze, i campioni dei suoi esperimenti, in cui Segato applicava il processo di mineralizzazione solitamente a parti anatomiche umane, ma anche a cadaveri di pesci, animali. Il più curioso esempio della sua attività è per nientemeno che una fetta di salame pietrificata.

E, a dispetto di tutti gli studi effettuati sulle sue residue realizzazioni conservate a Firenze, il processo di conservazione di Segato, ancora oggi unico nel suo genere, rimane un segreto inviolato.

Rodolfo Siviero, 007 dell’arte nostrana

Rodolfo Siviero è famoso a Firenze soprattutto per aver lasciato in eredità alla collettività l’omonima Casa-Museo in riva all’Arno, stipata all’inverosimile di capolavori dell’arte italiana.

Oggi non parliamo però del Museo, ma dello straordinario personaggio, che fu in vita una sorta di James Bond, dedito alla ricerca e al recupero di opere d’arte italiane trafugate (soprattutto ma non solo) dai nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Viene infatti ricordato principalmente per il suo fondamentale ruolo nella salvaguardia del patrimonio culturale italiano. I suoi metodi sagaci, le sue gesta rocambolesche e le sua abitudini inclini al lusso e alla raffinatezza ne hanno fatto un vero e proprio 007 dell’Arte.

Fiorentino d’adozione (e per vocazione artistica: è a Firenze dai 13 anni perchè desidera divenire critico d’arte), prima aderente al Fascio, quindi partigiano dopo l’8 settembre 1943, si dedica anima e corpo al recupero di quelle opere d’arte che tanto amava. Il suo guerreggiare contro l’occupante tedesco non è fatto di imboscate  e attentati dinamitardi, ma di tesori recuperati o sottratti con l’astuzia alla cupidigia nazista.

La sua attività partigiana consiste infatti nel monitoraggio del famigerato reparto Kunstschutz (“Reparto dell’Arte”), la divisione nazista che si occupa appunto di trafugare verso la Germani le opere d’arte dei territori occupati. Firenze rappresenta naturalmente il luogo ideale in cui fare preda di capolavori artistici, pescati soprattutto da Uffizi e Accademia ma anche da chiese e monasteri.

Covo del gruppo di intelligence di Siviero è la casa di un mercante d’arte ebreo (l’attuale Casa Siviero), la cui attività funge da copertura. I risultati più eclatanti dell’attività di recupero e protezione del patrimonio artistico contro i nazisti sono:

  • l’occultamento in un deposito della Sovrintendenza di tutti i dipinti di De Chirico che il pittore, in fuga con la moglie dai rastrellamenti nazisti, è stato costretto ad abbandonare nella propria villa di San Domenico a Fiesole;
  • il salvataggio dell’Annunciazione di Beato Angelico, richiesto da Hermann Goring in persona, grazie all’ausilio di due frati del convento francescano di Piazza Savonarola;
  • il tracciamento delle operazioni che portano i tedeschi a trafugare da Firenze al castello di campo Tures 200 dipinti degli Uffizi, oltre che le sculture del medesimo museo, dell’Opera del Duomo e di altri musei fiorentini. Grazie a questa attività, gli Alleati ritrovano il bottino e lo restituiscono alla città di Firenze.

La meritoria attività di Siviero non termina nemmeno con l’occupazione nazista: grazie ai meriti acquisiti durante la guerra, Rodolfo ricopre gli incarichi più prestigiosi sempre ligio al suo obiettivo principale, il recupero del patrimonio artistico italiano. Così, nel 1946 è nominato Ministro plenipotenziario da De Gasperi per la missione che lo condurrà in Germania per contrattare con il governo alleato il principio di restituzione dei bottini di guerra; negli Settanta è gratificato della direzione dell’Accademia.

Ma il nocciolo duro della sua missione da 007 dell’Arte avviene nel corso di decenni: dagli anni Cinquanta fino alla sua morte del 1983, infatti, Siviero si occupa sistematicamente per conto del Governo di ricercare e riportare in Italia opere d’arte rubate e/o esportate illegalmente. Nel dopoguerra, Siviero compie una serie di eclatanti recuperi, non meno impressionanti di quelli avvenuti durante la guerra:

  • la Madonna con Bambino di Masaccio viene recuperata ben due volte dall’agente segreto dell’Arte italiana, una prima nel 1947, e una seconda nel 1973;
  • la famosa copia del Discobolo di Mirone e altre 38 preziose opere vengono riportate in patria nel 1948;
  • due tavolette con le Fatiche di Ercole del Pollaiolo vengono rinvenute a Los Angeles nel 1963;
  • nel 1946 ottiene la restituzione di tutte le opere d’arte trafugate dai Musei Napoletani durante la guerra, fra cui la Danae di Tiziano e l’Hermes di Lisippo.

La lista potrebbe allungarsi a dismisura, vista l’attività durata oltre quarant’anni. Chi volesse saperne di più, può leggere il libro edito per Castelvecchi da Francesca Bottari. L’autrice presenta la figura di Rodolfo Siviero in questo video girato dalla Rai.

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