Madonna delle Arpie o delle Cavallette? Un enigma firmata Andrea del Sarto

La mostra su Rosso Fiorentino e Pontormo in corso a Palazzo Strozzi è stata l’occasione per rivedere un dipinto non solo pregevole artisticamente ma anche curioso: si tratta della tavola che viene tradizionalmente denominata “Madonna delle Arpie“.

Il capolavoro di Andrea del Sarto prende l’insolito appellativo da un particolare della tela: essa raffigura infatti al centro una Madonna con Bambino che si erge su un piedistallo, il cui basamento è adorno di ambigue figurette zoo-antropomorfe. Si tratta di figure alate e dalle zampe belluine ma con con volto e braccia umane e, a motivo di queste loro caratteristiche vengono identificate già dal Vasari con le celebri figure mitologiche che infestavano la Troade.

madonna arpie andrea del sarto

In effetti l’identificazione è verisimigliante, e certamente si è ritenuto nel tempo che l’inserzione del motivo mitologico all’interno del dipinto avesse semplice valenza decorativa, dovendosi imputare, al più, al bizzarro estro del celebre pittore la scelta dei curiosi personaggi leggendari, che nei secoli sono stati interpretati anche come sfingi.

Nel 1984, lo studioso Antonio Natali ha proposto una convincente interpretazione del significato del dipinto, che spiega in effetti in maniera credibile anche la natura delle curiose  figurette. Secondo lo studioso, gli esseri alati che adornano il podio della Madonna non sono Arpie bensì “cavallette” o “locuste”: il riferimento è ad un passo dell’Apocalisse (IX, 7-10) secondo il quale locuste con facce “di uomini” e “capelli simili a quelli delle donne”, dunque antropomorfe, saliranno dall’Abisso alla fine dei tempi per torturare gli uomini.

La nuova identificazione con le locuste dell’Apocalisse appare pienamente giustificata dalla presenza nel dipinto (alla destra della Vergine per chi guarda) di San Giovanni, tradizionalmente considerato autore del testo escatologico per eccellenza. L’intuizione del Natali è corroborata in maniera solida dall’atteggiamento dal santo che, tenendo in mano un libro, vi accosta una mano nell’atto di indicare un passo con dito: non è azzardato ritenere che il libro in questione sia appunto l’Apocalisse e l’ipotetico passo cui accenna il Santo rappresenti il “vero soggetto” del quadro.

La critica ha infatti ricostruito una serie di elementi che tendono verso una comune matrice narrativa. Se è vero che la presenza e l’atto dell’evangelista alludono alla fine dei tempi, allo stesso tema farebbero appunto riferimento le locuste presenti sul podio e le nuvolette di fumo ben visibili nel dipinto che rappresenterebbero in questo quadro le esalazioni mefitiche dell’Abisso che viene serrato dopo l’Armageddon.

In quest’ottica si spiegherebbe anche la presenza sul lato sinistro del dipinto di San Francesco, al posto del quale doveva figurare originariamente un San Bonaventura, secondo l’originaria richiesta del committente, ovvero le monache del convento di San Francesco de’Macci. L’ipotesi è che il santo di Assisi esemplifichi coloro che rimarranno indenni, al termine del Giudizio, dalla “morte secunda”, ovvero la dannazione come la definiva nel Cantico delle Creature.

 

Dalla pallacorda nasce il tennis: a Firenze, non a Wimbledon


gioco pallacorda
Il tennis moderno nasce certamente in Inghilterra, e Wimbledon è il primo grande torneo in cui vengono applicate le regole ancora oggi in vigore. Pochi però sanno che il vocabolo “tennis” viene utilizzato per la prima volta, a livello storico, proprio a Firenze, dove già nel Trecento si giocava l’antesignano del principale sport di racchetta, cioè la pallacorda.

Curiosamente infatti, la parola “tennis” non ha origine anglosassone bensì francese: in  Francia e in Italia infatti, così come in Spagna, si giocava già a cavallo fra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo ad un gioco molto simile al tennis odierno, ovvero la pallacorda, che faceva uso di una strumentazione e di regole molto simili a quella ancora oggi utilizzate per lo squash.

Cosa c’entra però, specificamente, Firenze? C’entra perchè è il luogo in cui per la prima volta compare in documento scritto, ancora oggi consultabile, una forma arcaica per indicare questo sport che poi, nel tempo, verrà modificata con il passaggio della Manica fino all’attuale forma di “tennis”.

Come ricorda infatti la stessa Wikipedia, la prima occorrenza della parola “tennis”, nella sua forma antiquata “Tenes”, si trova infatti nella Cronica di Firenze di Donato Velluti in cui si descrive l’evento che ne sarebbe stata l’origine: la visita, nel 1325, di alcuni cavalieri francesi a Firenze. Infatti, essi, giocando ad una versione evoluta dell’italiana pallacorda, avevano l’uso di avvisare colui che riceveva la palla gridando “tenez!” (in francese, “tenete!”).

Di seguito si riporta il passo originale (e subito dopo il medesimo in un italiano contemporaneo) della Cronica in cui il termine “tennis” (o meglio, tenes) fa la sua comparsa:

“Tommaso di Lippaccio fu cherico benefiziato oltr’a monti, bello della persona, e grande, ardito come un leone; vendè il detto benefizio e tornossi di qua essendoci venuti 500 cavalieri franceschi, che fu della bella, e buona gente vidi mai, e aveano grande soldo, tutti gentiluomini, e grandi Baroni, tra’ quali vidi uno, ch’era maggiore tutto il capo, e il collo, che niuno grande uomo, e ‘l piede lungo più di mezzo braccio, e quasi tutti furono morti nella sconfitta di Altopascio; giucava tutto il dì alla palla con loro, e di quello tempo si cominciò a giucare di qua a tenes… “(in un italiano di oggi suonerebbe così: “Tommaso di Lippaccio fu un religioso dotato di benefizio in Francia, bello di persona e di grandi dimensioni, nonchè coraggioso come un leone; vendette il suddetto benefizio e tornò in Italia in occasione della venuta di 500 cavalieri francesi, che furono gente bella e buona quant’altra mai, e piena di soldi, e di gentili costumi. Fra di essi ne vidi uno, che sopravanzava di tutta la testa e del collo qualsiasi uomo avessi mai visto, con un  piede lungo più di mezzo braccio, e quasi tutti furono uccisi nella sconfitta di Altopascio; giocava tutto il giorno a pallacorda con loro, e fu in quel tempo che si iniziò qui a praticare il tennis”).

In pratica, l’uso di sentire i francesi che dicevano “tenez” porta il popolo fiorentino ad appropriarsi del termine per indicare questo sport, anche se con una storpiatura che sa di latinismo (in effetti in latino tenes=tieni).

Non dimentichiamo in proposito la grande diffusione che la pallacorda e sport affini hanno conservato nel tempo a Firenze: non solo infatti è presente ancora oggi il campo di gioco appositamente adibito, ossia lo Sferisterio delle Cascine, ma sino a fine Ottocento ne erano presenti altri due molto frequentati: uno alle Cure e l’altro fuori Porta a Pinti, purtroppo poi esclusi da successivi piani regolatori.

La città di Firenze è quindi sempre stata all’avanguardia, come dimostra questo aneddoto, nel recepire le novità dello sport o addirittura nel crearle, come dimostra il caso del tennis ma, ancora di più, quello ormai arci-famoso in tutto il mondo, del calcio, la cui denominazione deriva appunto dalla famosissima tenzone che si tiene ogni anno in Piazza Santa Croce dal lontano 1530.

Palazzo di Giustizia di Novoli vs Città Futurista

Il nuovissimo Palazzo di Giustizia di Firenze salta agli occhi di chi arriva a Firenze (e anche di chi ci abita), sia perchè si trova sul viale Guidoni, la principale “porta d’accesso” alla città, ma anche per quelle sue architetture così inusuali nella città che è stata simbolo del Rinascimento e, in generale, rispetto all’idea che siamo soliti farci di un edificio adibito a tribunale: sembra certamente uno dei grattacieli strampalati di ferro e vetro che siamo abituati ad associare alla Gotham City di Batman, città disegnata con chiari intenti di prefigurare una città del futuro della civiltà occidentale post-industriale.

Palagiustizia

 

Rivederlo in questi giorni mi ha fatto ripensare ad una eccellente mostra sui principali esponenti del Futurismo, che visitai al palazzo Ducale di Genova agli inizi del 1998. La mostra, che si teneva dal 17 dicembre 1997 all’8 marzo 1998, proponeva fra l’altro l’opera completa di Antonio Sant’Elia,  geniale architetto che, nella sua pur breve vita (muore nel 1916 sul Carso, a soli 28 anni, sul fronte che opponeva l’Italia all’Austria-Ungheria nel corso della Prima Guerra Mondiale), propone soluzioni avveniristiche per quella che immagina come “città futurista”.

Ecco la foto che ho rivisto in questi giorni e che mi ha fatto pensare al palazzo di Giustizia di Novoli:

santelia

Anche se, ad onor del vero, gli arditissimi edifici partoriti dalla mente immaginifica di Sant’Elia mi paiono di caratura ben superiore al nuovo Tribunale di Firenze, le assonanze stilistiche ed architettoniche risultano piuttosto chiare: intanto, nella scelta dei materiali, in cui il mix di ferro, cemento armato e vetro allude ad un concetto di ultra-modernità di una civilità occidentale iper-industrializzata e, in secondo luogo, certamente, per le linee diagonali e le geometrie aguzze che si lanciano contro il cielo, in un susseguirsi di guglie, grattacieli e ciminiere che ora come allora ci riporta alla mente le atmosfere cinematografiche della Marvel.

Ci sono anche, per contro, alcune differenze lapalissiane: il contesto, per principiare. Mentre il Palazzo di Giustizia di Firenze si erge pressochè isolato nella sua altezza in mezzo al parco di San Donato, e quindi spicca sulla superficie quasi piatta che si trova all’intorno, la città futurista di Sant’Elia propone un continuum di costruzioni che integra senza soluzione di continuità edifici, grattacieli, piani stradali, marciapiedi e gallerie/sottopassi, arrivando a prevedere un insediamento in cui non esiste “dentro” e “fuori” ed è invece possibile spostarsi rimanendo sempre all’interno degli spazi abitativi. In questo senso la città diviene per definizione “artefatto” integrale.

Altra differenza che salta all’occhio attento, è l’estrema anti-funzionalità delle forme e delle connessioni architettoniche dei volumi del Palazzo di Giustizia, in contrapposizione con l’iper-razionalismo insito nella concetto di efficienza esasperata che l’architettura futurista pretendeva in opposizione al caos funzionale dei centri urbani dell’epoca. Così come la Città Futurista risente positivamente dell’apporto razionalista tipico del periodo fascista (corrente in cui Sant’Elia si inserisce a pieno titolo), con i suoi concetti di “città pensata” ed aliena da ogni tipo di “spreco” in termini di linee, funzionalità ed efficienza, inversamente il Palazzo di Giustizia che, pur costruito negli anni 2000 nasce già vecchio su progetti che prendono le mosse addirittura negli anni ’60 del Novecento, risulta in un accozzaglia di volumi che, a fini meramente estetici, sacrifica la funzionalità e la praticità degli spazi, così importante soprattutto in un edificio di pubblica utilità: celebri sono diventate, nel giro di pochi mesi, e a titolo di mero esempio fra mille altri possibili, le stanze ad “angolo acuto” in cui è impossibile inserire convenientemente mobilio di sorta.

Chi volesse approfondire ulteriori curiosità sul nuovo Tribunale di Firenze, che è entrato di prepotenza, piaccia o non piaccia, a far parte della sky-line di Firenze, allo stesso modo del Duomo e di palazzo Vecchio, potrà leggere un articolo precedente specificamente dedicato al palazzo di Giustizia a Novoli.

La pensilina di Toraldo di Francia: un’epopea da Italia ’90 alla demolizione

Chi non ricorda la “pensilina di Toraldo di Francia”? Sicuramente molti la ricordano, soprattutto per averla sentita decine di volte in bocca all’allora sindaco Renzi, che inveiva contro quello che riteneva evidentemente uno “sfregio architettonico” alla bella Fiorenza, che doveva fungere in quegli anni da palcoscenico tirato a lustro per la sua folgorante ascesa politica. Si tratta della pensilina costruita sul marciapiede antistante il “fabbricato Viaggiatori” della stazione S.M.N. che fungeva fino ad anni recenti da Terminal per la maggior parte dei bus cittadini gestiti dall’A.T.A.F..

Per chi non la ricordasse, o non sapesse proprio di che si tratta, ecco come si presentava questa pensilina che in Via Valfonda, proprio all’uscita dalla stazione Santa maria Novella, fungeva da “diaframma” rispetto agli edifici sul marciapiede dove di trovava il McDonald (oggi c’è anche il Burger King all’altro capo, dove prima c’era la Stazione della Lazzi):

pensilina_toraldo_francia

Ve la ricordate ora? Sono sicuro di sì…e probabilmente ricordate anche le file di motorini innumeri e di biciclette sciancate che l’assiepavano, le sue striscie di marmo bicolore sbiadite, i materassi che che la mattina testimoniavano come la notte si trasformasse in dormitorio per molti senza-tetto e i cumuletti di spazzatura nascosti alla meglio negli angoletti più riposti (ma neanche troppo).

E poi l’edicola dei giornali (quella c’è ancora assieme ai pini giganteschi) e il gabbiotto dell’Ataf dove i biglietti non li faceva nessuno perchè si faceva prima a pigliarli all’edicola adiacente…

E, ancora, i numerosi quanto immancabili graffiti ma soprattutto, infine, il doppio filare di pilastri scuri che sorreggevano la duplice pensilina.

Ora ve la ricordate, sì? Però non c’è più, perchè è la Pensilina stata demolita, a partire dal 9 agosto 2010, con un intervento arrivato dopo anni e anni di polemiche dovute sia al degrado che si era formato sotto le sue generose tettoie, sia per la supposta incongruenza architettonica che caratterizzava il modernissimo artefatto in rapporto ai “capolavori” prospicienti: da un lato le linee razionaliste della Stazione progettata dal Michelucci e dal suo “Gruppo Toscano”, dall’altro il gotico reverendissimo della basilica di Santa Maria Novella.

Eppure, non è durata molto: fu progettata in vista (e coi soldi) dei Mondiali di calcio “Italia ’90”, in occasione dei quali Firenze col suo stadio rappresentava una delle città in cui disputare le gare. La progettazione, affidata ad un architetto di un certo rilievo (Cristiano Toraldo di Francia, in collaborazione con Andrea Noferi) viene infatti principiata nel 1987 e terminata per l’appunto nel 1990.

L’opera veniva descritta come “un doppio portico [che] si divarica lungo le due direzioni – una parallela alla via Valfonda, l’altra al Fabbricato viaggiatori della Stazione – concluso alle estremità da testate che intendono riferirsi al contesto. Il lato porticato è riservato alle fermate, mentre sul lato opposto e nelle testate si trovano servizi commerciali e turistici. La struttura del portico è metallica, la copertura reticolare rivestita in alluminio; le colonne portanti sono rivestite da fasce marmoree bicolori analogamente alle architetture di testata, coperte da lucernari in vetro e rame”.

Tanto vituperata, bisogna rammentare a sua discolpa che il degrado e la fatiscenza in cui versava non erano certo colpa della struttura in sè, quanto piuttosto della mancanza di manutenzione, pulizia e controllo da parte delle autorità preposte anche se, per poterla più facilmente rimuovere, è stato facile convincere l’opinione pubblica che la pensilina di per sè “favoriva” l’annidarsi di situazioni di sporcizia e degrado: in pratica, si tratta di un caso unico al mondo: la pensilina trasformata in “untore” di manzoniana memoria.

E così, panacea di tutti i mali, è stata rimossa, liberando i grandiosi pini dall’abbraccio delle lamiere da cui spuntavano fino al 2010, ripavimentando tutta l’area e adottando il “pugno duro” contro ogni forma di sosta da parte biciclette e motorini. Di riconoscibile rispetto al “prima” c’è rimasta soltanto l’edicola (come già osservato), ed oggi l’area antistante l’uscita dalla Stazione lato via Valfonda appare così:

 

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Curiosità nella curiosità, l’edicola che ancora oggi si vede là dove prima stava la Pensilina di Toraldo di Francia è diventata “abusiva” a seguito (e per effetto) dei lavori di risistemazione dell’area. Come riportato infatti nell’articolo di sitodifirenze.it, da cui è tratta l’immagine, il titolare dal 3 luglio 2011 non è in più possesso della Cosap (la Concessione di occupazione del suolo pubblico).

In pratica, una volta rimossa la Pensilina, anche l’edicola (che sta lì addirittura dal lontano 1966) è stata ritenuta “incompatibile” con il progetto di lavori programmati e di conseguenza ed è stato quindi proposto al sig. Lorenzo Ciampi (così si chiama il titolare) di spostarsi davanti al numero civico 2. Nelle more della concessione del permesso però, il Comune si è mosso per la demolizione dello storico chiosco, nonostante la proroga della Cosap promessa in data 7 luglio 2011.

Così, senza ancora l’autorizzazione per spostarsi, l’edicola si è trovata di fatto “sfrattata”, tant’è che la Polizia Municipale ha provveduto all’epoca a staccare la fornitura della corrente elettrica per “sollecitare” i titolari a sloggiare. Sicchè, l’edicola è rimasta lì, a resistere nonostante tutto, ma con l’improba difficoltà di dover chiudere all’imbrunire per mancanza di luce.

Della tanto vituperata pensilina ricordiamo almeno, mi sembra doveroso, due cose positive: il fatto che, quando pioveva a dirotto, chi usciva dalla Stazione aveva piacere di ripararcisi sotto, in attesa dei bus che all’epoca facevano “terminal” su quel marciapiede (e non era poca cosa, a pensarci bene); e poi quel nome ambiguo, ma straordinariamente evocativo che, finchè non ho approfondito la questione, mi faceva (e “Vi” faceva, ammettetelo…) pensare ad un monumento riferito ad un qualche re o nobiluomo gallico, con quel “Toraldo di Francia” altisonante ed epico, che sembrava assonare l’Orlando ariostesco.

 

 

 

Domenico Veneziano porta a Firenze la “pittura a olio”. Oppure no?

Il Vasari narra, nelle sue voluminose Vite, come il pittore Domenico Veneziano introducesse a Firenze la tecnica della “pittura a olio”, in precedenza del tutto sconosciuta in Toscana. Abituati però alle imprecisioni e agli “svarioni” del Vasari, come nel caso del presunto omicidio di Domenico Veneziano ad opera di Andrea del Castagno, ho creduto bene documentarmi sulla veridicità di quanto affermato dall’artista aretino.

Il Vasari, che era evidentemente uno storiografo particolarmente disattento e usava a piene mani tradizioni leggendarie e vulgate popolari, per quanto inverosimili, ci racconta infatti che il primo pittore a introdurre in Italia la pittura a olio sarebbe stato Antonello da Messina, il quale l’avrebbe appresa dal maestro fiammingo Jan Van Eyck (conosciuto in Italia, volgarmente, anche come Giovanni da Bruggia, dal nome della sua città, Bruges); e che, andato Antonello due volte a Venezia, in quell’occasione insegnò a Domenico l’arte di colorire a olio.

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La luminosità degli incarnati nella pittura a olio di Antonello da Messina: “Ritratto di giovane uomo”

In realtà, risulta che tutte le opere conosciute di Domenico Veneziano, molte delle quali visibili a Firenze, sono state dipinte “a tempera”. Non si conoscono cioè opere del Veneziano dipinte “a olio”. In effetti, se si va a cercare in maniera un minimo circostanziata, risulta che il Veneziano non poteva conoscere la pittura a olio secondo il racconto fatto dal Vasari.

Secondo quanto narrato nelle Vite, Antonello sarebbe stato a Venezia nel 1445 e nel 1470: come ricorda in maniera appropriata lo storico dell’arte Gaetano Milanesi, è impossibile che il Veneziano abbia incontrato in quelle date Antonello da Messina, dato che nel 1445 era già da molti stabilito a Firenze, e nel 1470 era morto da quasi dieci anni.

Il racconto vasariano si presenta anche in questo caso del tutto immaginario. D’altra parte, è bene ricordare, in proposito, che Cennino Cennini, pittore anch’egli, ma passato alla storia soprattutto per aver redatto un celebre Trattato sulla Pittura, illustra con dovizia di particolari nella sua opera sia il modo di ottenere le pitture a olio sia le tecniche per colorire con l’uso di quelle. E, se si considera il fatto che il Cennini muore nel 1440, si vede come sia leggendario anche l’impianto complessivo della narrazione vasariana, laddove parte dal presupposto che, all’epoca in cui si svolge la presunta vicenda di Andrea del Castagno e Domenico Veneziano, la pittura a olio fosse sconosciuta a Firenze.

Dunque non fu Domenico Veneziano a portare la pittura a olio a Firenze; e questa tecnica non era all’epoca di quel maestro sconosciuta in Italia. Anzi a dire il vero, il Vasari sbaglia anche laddove afferma che la pittura a olio fu inventata da Jan Van Eyck, mentre è possibile mostrare, sulla base del già citato Libro dell’Arte di Cennino Cennini, che la tecnica a olio era già conosciuta in Toscana prima di Van Eyck.

Non c’è che dire: in una sola narrazione il Vasari è così riuscito ad accumulare ben tre “svarioni” storici: d’altra parte non possiamo fargliene una grande colpa, visto che non aveva a disposizione, come oggi, Internet per fare le proprie ricerche.

Tarkovskij, il cinema russo di casa a Firenze

Un passaggio notturno del film “Nostalghia” di Tarkovskij in una di queste sere è la migliore occasione per riprendere il filo di una corrispondenza curiosa e molto stretta fra il grande regista sovietico e la città di Firenze.

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Targa dedicata al regista Andreij Tarkovskij sulla facciata di Palazzo Vegni, sua dimora fiorentina

Ricordato per grandi film come ad esempio “Solaris” (che anticipa largamente le situazioni di 2001: Odissea nello spazio) ed il già ricordato Nostalghiaquasi completamente ambientato nella campagna toscana della Val d’Orcia, Tarkovskij incarna nella sua opera, che a sua volta riflette senza ambiguità il suo vissuto, “l’epopea dell’esule”, ovvero dell’artista condannato a vagabondare per il mondo lontano dalla patria.

A partire dall’aprile del 1970 Tarkovskij inizia a scrivere un diario che terrà con continuità sino agli ultimi giorni di vita. Questi diari contengono il resoconto delle traversie burocratiche e delle complesse vicissitudini umane di Tarkovskij e costituiscono senza dubbio, assieme a Scolpire il tempo, dove Tarkovskij definisce la sua idea estetica non solo di cinema, il più importante documento sulla sua vita e le sue opere. In un primo momento dei diari vennero pubblicati alcuni estratti, in traduzione inglese e tedesca, ma sarà solo nel 2002 che uscirà la prima edizione integrale, curata dal figlio, per una piccola casa editrice fiorentina, le Edizioni della Meridiana.

Nell’aprile 1980 riparte per l’Italia per ricevere il David di Donatello per Lo specchio e per terminare il lavoro iniziato l’anno prima. Nel 1982, durante un nuovo soggiorno in Italia, prende la decisione definitiva: non farà mai più ritorno in patria.

È l’inizio di una vita da esule (terzo illustre dopo Aleksandr Solženicyn o Rostropovič), che lo vedrà girare per tutta Europa e per gli Stati Uniti. È comunque in Italia che Tarkovskij trova il maggiore sostegno: il comune di Firenze gli dona un appartamento a Palazzo Gianni-Vegni e gli concede la cittadinanza onoraria nel 1985

La residenza fiorentina che fu del regista russo, all’ultimo piano del palazzo rinascimentale nel centro storico di Firenze, ospita ancora oggi l’archivio in cui sono conservati documenti e memorie del grande artista, oggi gestito dal figlio Andrej. 50 disegni mai pubblicati prima hanno costituito pochi anni orsono il materiale presentato nel corso della mostra “Le case di Andrea Tarkovskij“, in cui venivano presentati, fino al 19 dicembre 2012, schizzi e progetti redatti dal cineasta nella sua veste di “architetto sui generis” per le sue case in Russia. Segno di affetto e stima da parte della comunità fiorentina, la mostra è stata organizzata dalla prestigiosa facoltà di Architettura di Firenze e ambientata presso lo spazio espositivo Galleria dell’architettura italian di Piazza Tasso, gestita dalla medesima.

Per saperne di più sull’Istituto Internazionale Andrea Tarkovskij in Palazzo Vegni, sede dell’archivio del maestro russo e sulle celebrazioni che sono state legate dal Comune di Firenze alla sua figura si può leggere l’articolo relativo all’Omaggio a Tarkovskij che si è tenuto nel 2015.

Un pò di Firenze nei film di Dario Argento

C’è un pò di Firenze (e forse tanto) nei film di Dario Argento. L’ho scoperto riguardando per l’ennesima volta “Profondo Rosso”, in cui recita, nel ruolo della co-protagonista, Daria Nicolodi, attrice di Firenze e futura interprete di molti film “argentiani”.

Daria Nicolodi in una scena di Profondo Rosso di Dario Argento

Daria Nicolodi intepreta la giornalista Gianna Brezzi al fianco di David Hemmings in una scena del film Profondo Rosso di Dario Argento

Nata a Firenze il 19 giugno 1950, infatti, Daria conosce Dario (quando si dice il destino) sul set di Profondo Rosso, l’arcinoto film horror in cui interpreta la giovane giornalista Gianna Brezzi. Moglie e “musa ispiratrice” di Dario Argento, partecipa a molti dei capolavori del maestro dell’horror italiano, come “Suspiria”, “Tenebre”, “Inferno”, “Phaenomena” e “Opera”. Scopro inoltre con l’occasione (gli estimatori di Dario Argento perdoneranno la mia ignoranza in merito) che è la mamma di Asia Argento, di cui fino a oggi conoscevo solo il celebre padre, in quanto maggior estimatore dei classici Bava e Fulci.

Eppure, non si può certo dire che l’attrice fiorentina diventi famosa e “icona dell’horror/thriller anni ’70” solo grazie alla relazione con Dario Argento. Daria Nicolodi è infatti attrice di qualche merito ben prima di sposare il famoso regista romano: prima del 1974 (anno del casting di Profondo Rosso, in cui conosce Dario Argento) recita infatti per registi del calibro di Elio Petri, Francesco Rosi e Carmelo Bene.

Vero è che la talentuosa artista fiorentina rimane legata a doppio filo, nel prosieguo dell sua carriera, a parti di sceneggiati horror/thriller, sicuramente “aiutata” dal rapporto con il famoso regista ma in qualche modo anche “reclusa” in una tipologia di ambientazioni ricorrente. A riprova di questo assunto, nel 1977, due anni dopo il grande successo riscontrato con “Profondo Rosso”, viene infatti chiamata a fare la parte della protagonista “Dora” in un film del “decano” dell’horror non solo all’italiana ma anche internazionale, il grandissimo Mario Bava, ovvero “Shock”.

La chiesa di San Giovanni Battista sull’ Autostrada del Sole: capolavoro del Michelucci

E’ il primo monumento in assoluto che vede la maggior parte dei milioni di persone che arrivano a Firenze in macchina ogni anno: subito al casello Firenze Nord dell’A11, sorge la fantasmagorica chiesa del Michelucci dedicata a San Giovanni Battista, che salta agli occhi anche all’osservatore più distratto per le sue forme del tutto inusitate per un edificio sacro.

Chiesa dell'Autostrada di Giovanni Michelucci

La Chiesa dell’Autostrada progettata da Giovanni Michelucci per celebrare la costruzione dell’Autostrada del Sole

La prima curiosità è legata proprio alla collocazione dell’edificio, che viene eretto nel punto dell’Autostrada del Sole (A1) in cui questa interseca il tratto finale dell’A11 (Firenze-Mare) nelle immediate vicinanze del casello Firenze Nord (anche detto dai fiorentini “Firenze Peretola” per la vicinanza dell’omonima località in cui sorge l’aeroporto cittadino). Nonostante la grande estensione dell’Autostrada A1, la cui ultimazione si voleva celebrare, la chiesa viene costruita proprio nei pressi di Firenze. Privilegio raro ma non casuale: il luogo della chiesa viene scelto perchè esattamente equidistante da Milano e Roma, le principali metropoli che l’A1 finalmente collegava, creando un simbolico ma storico raccordo fra Nord e Sud del paese.

Il secondo elemento che salta all’occhio è rappresentato dalla forma assolutamente insolita per un edificio religioso, tanto che l’opera dell’architetto Michelucci fu tacciata addirittura di “architettura delirante” anche se, in effetti, proprio la particolare modellazione rappresenta il principale motivo della enorme notorietà di cui questa chiesa gode. La sua forma ricorda, nell’alzato, quello di una tenda da campo: il motivo della tenda richiamato nella forma dell’aula principale serve a ricordare le tende usate dalle 12 tribù di Israele: questo perchè, come dall’incontro delle 12 tribù sorgeva la “nazione santa” di Dio, Michelucci intendeva questo spazio liturgico come semplice luogo di incontro fra persone delle più svariate religioni, provenienze e convinzioni. Luogo di passaggio, dunque, in cui per definizione si fermavano ed incontravano tantissime persone in viaggio lungo la Penisola provenienti dai luoghi più diversi.

La chiesa, nominalmente dedicata a San Giovanni Battista, patrono di Firenze, è in realtà una sorta mausoleo-cenotafio dedicato a tutti i lavoratori morti nella costruzione dell’A1. Infatti, nonostante la realizzazione in soli 8 anni, con inaugurazione il 4 ottobre 1964, la costruzione dell’A1 richiese, fra i costi di costruzione, un elevato tributo in termini di “morti bianche”, cioè operai morti sul lavoro: la stima ufficiale, sicuramente per difetto, conta 160 morti, di cui ben 15 nel solo tratto fra Bologna e Firenze, a causa della presenza del viadotto che richiedeva di lavorare su impalcature alte 100 metri. Per questo motivo, la chiesa presenta una lapide commemorativa che recita “ad memoriam qui ceciderunt operariorum” (in memoria degli operai caduti).

Altro elemento curioso, e meno macabro del precedente, è rappresentato dalla scelta dei materiali da costruzione utilizzati: di insolito, infatti, la chiesa non presenta solo la forma, ma anche il colore del tetto, che è verde: si tratta in effetti di lastre metalliche di rame che diventano verdi col processo di ossidazione. Particolari anche gli altri materiali da costruzione impiegati, che furono la nuda pietra “fior d’oro” per i muri perimetrali ed il cemento grezzo per le strutture a vista: queste ultime, considerata la loro notevole importanza nell’ambito della complessiva fisionomia dell’opera, la fanno rientrare di diritto nella corrente architettonica del brutalismo.

 

La chiesa di San Marco Vecchio in via Faentina

chiesa-di-san-marco-vecchio-a-firenzeC’è a Firenze una chiesa denominata San Marco Vecchio, il cui nome incuriosisce per la contrapposizione rispetto alla ben più famosa chiesa di San Marco che dà nome alla piazza utilizzata come importante snodo delle corse Ataf. Il lettore curioso sente quindi la necessità di verificare quale sia effettivamente la “San Marco Nuova” che giustifica questa denominazione.

In effetti, la “nuova chiesa” chiamata San Marco è proprio la famosa basilica, celebre per aver ospitato Girolamo Savonarola negli anni della “teocrazia fiorentina”, che però venne costruita successivamente a quella ancora oggi esistente nei pressi di via Faentina.

Ricordata sin dal 1058, l’attuale chiesa di San Marco Vecchio si chiamava infatti “San Marco al Mugnone”, in rapporto alla vicinanza del piccolo corso d’acqua, tributario dell’Arno, che ancora scorre lungo l’arteria stradale diretta in Romagna. La qualifica di “vecchio” fu invece aggiunta sucessivamente al 1290 quando, eretta l’allora chiesa di San Marco a Cafaggio (quella del Savonarola) si volle rimarcare la primigenìa della più antica.

La chiesetta di San Marco Vecchio è stata purtroppo completamente ristrutturata sia negli interni che nella facciata. Soltanto il tracciato della navata principale è il medesimo della costruzione originaria. Nondimeno ricopre ancora un ruolo di una certa importanza nei dintorni, visto che dà il nome sia al vicino Circolo Tennistico che al binario della ferrovia che si dirige verso la Romagna attraverso il Mugello.

Chi la volesse visitare può prendere come facile riferimento il cancello d’ingresso dell’Area Pettini, il cui accesso si trova immediatamente a destra (per chi guarda) della facciata della chiesa.

La Bottega Teatrale di Vittorio Gassman

bottega teatrale firenze gassman

 

Firenze è la città che fu scelta dal grande Vittorio Gassman per aprire la sua prestigiosa scuola di teatro, la “Bottega Teatrale”. Anche se purtroppo chiusa ormai da diversi anni, una targa collocata nel 2009 sulla facciata della storica sede di Oltrarno ricorda questa esperienza lunga quasi 15 anni.

L’accademia teatrale fondata da Vittorio Gassman a Firenze apre i battenti nel 1979 nello storico quartiere di Oltrarno. La sede storica in cui la scuola teatrale si insediò all’atto della sua fondazione è ancora oggi segnalata da una apposita targa collocata in via Santa Maria 25, una piccola traversa che collega via de’ Serragli a via Romana.

Ad appena 10 numeri civici di distanza dal Teatro Comunale Goldoni, che si trova al numero 15, la Bottega Teatrale Fiorentina, chiusa purtroppo nel 1994 per mancanza di sovvenzioni, ha sfornato fior di talenti sia per lo schermo che il palcoscenico, ospitando, in qualità di insegnanti o titolari di specifici seminari nomi come Eduardo de Filippo, Adolfo Celi, Giorgio Albertazzi, Ettore Scola, Orazio Costa e Roberto Benigni.

Nonostante abbia rappresentato una delle scuole teatrali più ambite in Italia e probabilmente seconda per richieste di accesso soltanto alla celeberrima Silvio D’amico di Roma, la Bottega Teatrale di Gassman ha avuto una esistenza piuttosto tribolata. A causa della cronica dipendenza dai fondi ottenuti dal Comune di Firenze, la scuola ha incontrato numerosi periodi di difficoltà finanziaria che la hanno portata a cambiare sede diverse volte: una prima volta nel 1988 al Teatro Colonna, poi nel 1991 al Fabbrichino di Prato, fino alla chiusura definitiva.

Dopo una breve parentesi avvenuta fra il 1994 ed il 1996, iniziata in San Frediano e conclusasi presso il Teatro Pacini di Pistoia, la Bottega chiude i battenti per l’ultima volta. In tempi recenti è stata poi celebrata con una mostra tematica del dicembre 2012 presso il Teatro Quirino di Roma, dal titolo “Omaggio al Maestro”, in onore del grande “Mattatore” della commedia italiana e fondatore della scuola.

 

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