Domenico Veneziano porta a Firenze la “pittura a olio”. Oppure no?

Il Vasari narra, nelle sue voluminose Vite, come il pittore Domenico Veneziano introducesse a Firenze la tecnica della “pittura a olio”, in precedenza del tutto sconosciuta in Toscana. Abituati però alle imprecisioni e agli “svarioni” del Vasari, come nel caso del presunto omicidio di Domenico Veneziano ad opera di Andrea del Castagno, ho creduto bene documentarmi sulla veridicità di quanto affermato dall’artista aretino.

Il Vasari, che era evidentemente uno storiografo particolarmente disattento e usava a piene mani tradizioni leggendarie e vulgate popolari, per quanto inverosimili, ci racconta infatti che il primo pittore a introdurre in Italia la pittura a olio sarebbe stato Antonello da Messina, il quale l’avrebbe appresa dal maestro fiammingo Jan Van Eyck (conosciuto in Italia, volgarmente, anche come Giovanni da Bruggia, dal nome della sua città, Bruges); e che, andato Antonello due volte a Venezia, in quell’occasione insegnò a Domenico l’arte di colorire a olio.

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La luminosità degli incarnati nella pittura a olio di Antonello da Messina: “Ritratto di giovane uomo”

In realtà, risulta che tutte le opere conosciute di Domenico Veneziano, molte delle quali visibili a Firenze, sono state dipinte “a tempera”. Non si conoscono cioè opere del Veneziano dipinte “a olio”. In effetti, se si va a cercare in maniera un minimo circostanziata, risulta che il Veneziano non poteva conoscere la pittura a olio secondo il racconto fatto dal Vasari.

Secondo quanto narrato nelle Vite, Antonello sarebbe stato a Venezia nel 1445 e nel 1470: come ricorda in maniera appropriata lo storico dell’arte Gaetano Milanesi, è impossibile che il Veneziano abbia incontrato in quelle date Antonello da Messina, dato che nel 1445 era già da molti stabilito a Firenze, e nel 1470 era morto da quasi dieci anni.

Il racconto vasariano si presenta anche in questo caso del tutto immaginario. D’altra parte, è bene ricordare, in proposito, che Cennino Cennini, pittore anch’egli, ma passato alla storia soprattutto per aver redatto un celebre Trattato sulla Pittura, illustra con dovizia di particolari nella sua opera sia il modo di ottenere le pitture a olio sia le tecniche per colorire con l’uso di quelle. E, se si considera il fatto che il Cennini muore nel 1440, si vede come sia leggendario anche l’impianto complessivo della narrazione vasariana, laddove parte dal presupposto che, all’epoca in cui si svolge la presunta vicenda di Andrea del Castagno e Domenico Veneziano, la pittura a olio fosse sconosciuta a Firenze.

Dunque non fu Domenico Veneziano a portare la pittura a olio a Firenze; e questa tecnica non era all’epoca di quel maestro sconosciuta in Italia. Anzi a dire il vero, il Vasari sbaglia anche laddove afferma che la pittura a olio fu inventata da Jan Van Eyck, mentre è possibile mostrare, sulla base del già citato Libro dell’Arte di Cennino Cennini, che la tecnica a olio era già conosciuta in Toscana prima di Van Eyck.

Non c’è che dire: in una sola narrazione il Vasari è così riuscito ad accumulare ben tre “svarioni” storici: d’altra parte non possiamo fargliene una grande colpa, visto che non aveva a disposizione, come oggi, Internet per fare le proprie ricerche.

Tarkovskij, il cinema russo di casa a Firenze

Un passaggio notturno del film “Nostalghia” di Tarkovskij in una di queste sere è la migliore occasione per riprendere il filo di una corrispondenza curiosa e molto stretta fra il grande regista sovietico e la città di Firenze.

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Targa dedicata al regista Andreij Tarkovskij sulla facciata di Palazzo Vegni, sua dimora fiorentina

Ricordato per grandi film come ad esempio “Solaris” (che anticipa largamente le situazioni di 2001: Odissea nello spazio) ed il già ricordato Nostalghiaquasi completamente ambientato nella campagna toscana della Val d’Orcia, Tarkovskij incarna nella sua opera, che a sua volta riflette senza ambiguità il suo vissuto, “l’epopea dell’esule”, ovvero dell’artista condannato a vagabondare per il mondo lontano dalla patria.

A partire dall’aprile del 1970 Tarkovskij inizia a scrivere un diario che terrà con continuità sino agli ultimi giorni di vita. Questi diari contengono il resoconto delle traversie burocratiche e delle complesse vicissitudini umane di Tarkovskij e costituiscono senza dubbio, assieme a Scolpire il tempo, dove Tarkovskij definisce la sua idea estetica non solo di cinema, il più importante documento sulla sua vita e le sue opere. In un primo momento dei diari vennero pubblicati alcuni estratti, in traduzione inglese e tedesca, ma sarà solo nel 2002 che uscirà la prima edizione integrale, curata dal figlio, per una piccola casa editrice fiorentina, le Edizioni della Meridiana.

Nell’aprile 1980 riparte per l’Italia per ricevere il David di Donatello per Lo specchio e per terminare il lavoro iniziato l’anno prima. Nel 1982, durante un nuovo soggiorno in Italia, prende la decisione definitiva: non farà mai più ritorno in patria.

È l’inizio di una vita da esule (terzo illustre dopo Aleksandr Solženicyn o Rostropovič), che lo vedrà girare per tutta Europa e per gli Stati Uniti. È comunque in Italia che Tarkovskij trova il maggiore sostegno: il comune di Firenze gli dona un appartamento a Palazzo Gianni-Vegni e gli concede la cittadinanza onoraria nel 1985

La residenza fiorentina che fu del regista russo, all’ultimo piano del palazzo rinascimentale nel centro storico di Firenze, ospita ancora oggi l’archivio in cui sono conservati documenti e memorie del grande artista, oggi gestito dal figlio Andrej. 50 disegni mai pubblicati prima hanno costituito pochi anni orsono il materiale presentato nel corso della mostra “Le case di Andrea Tarkovskij“, in cui venivano presentati, fino al 19 dicembre 2012, schizzi e progetti redatti dal cineasta nella sua veste di “architetto sui generis” per le sue case in Russia. Segno di affetto e stima da parte della comunità fiorentina, la mostra è stata organizzata dalla prestigiosa facoltà di Architettura di Firenze e ambientata presso lo spazio espositivo Galleria dell’architettura italian di Piazza Tasso, gestita dalla medesima.

Per saperne di più sull’Istituto Internazionale Andrea Tarkovskij in Palazzo Vegni, sede dell’archivio del maestro russo e sulle celebrazioni che sono state legate dal Comune di Firenze alla sua figura si può leggere l’articolo relativo all’Omaggio a Tarkovskij che si è tenuto nel 2015.

Un pò di Firenze nei film di Dario Argento

C’è un pò di Firenze (e forse tanto) nei film di Dario Argento. L’ho scoperto riguardando per l’ennesima volta “Profondo Rosso”, in cui recita, nel ruolo della co-protagonista, Daria Nicolodi, attrice di Firenze e futura interprete di molti film “argentiani”.

Daria Nicolodi in una scena di Profondo Rosso di Dario Argento

Daria Nicolodi intepreta la giornalista Gianna Brezzi al fianco di David Hemmings in una scena del film Profondo Rosso di Dario Argento

Nata a Firenze il 19 giugno 1950, infatti, Daria conosce Dario (quando si dice il destino) sul set di Profondo Rosso, l’arcinoto film horror in cui interpreta la giovane giornalista Gianna Brezzi. Moglie e “musa ispiratrice” di Dario Argento, partecipa a molti dei capolavori del maestro dell’horror italiano, come “Suspiria”, “Tenebre”, “Inferno”, “Phaenomena” e “Opera”. Scopro inoltre con l’occasione (gli estimatori di Dario Argento perdoneranno la mia ignoranza in merito) che è la mamma di Asia Argento, di cui fino a oggi conoscevo solo il celebre padre, in quanto maggior estimatore dei classici Bava e Fulci.

Eppure, non si può certo dire che l’attrice fiorentina diventi famosa e “icona dell’horror/thriller anni ’70” solo grazie alla relazione con Dario Argento. Daria Nicolodi è infatti attrice di qualche merito ben prima di sposare il famoso regista romano: prima del 1974 (anno del casting di Profondo Rosso, in cui conosce Dario Argento) recita infatti per registi del calibro di Elio Petri, Francesco Rosi e Carmelo Bene.

Vero è che la talentuosa artista fiorentina rimane legata a doppio filo, nel prosieguo dell sua carriera, a parti di sceneggiati horror/thriller, sicuramente “aiutata” dal rapporto con il famoso regista ma in qualche modo anche “reclusa” in una tipologia di ambientazioni ricorrente. A riprova di questo assunto, nel 1977, due anni dopo il grande successo riscontrato con “Profondo Rosso”, viene infatti chiamata a fare la parte della protagonista “Dora” in un film del “decano” dell’horror non solo all’italiana ma anche internazionale, il grandissimo Mario Bava, ovvero “Shock”.

La chiesa di San Giovanni Battista sull’ Autostrada del Sole: capolavoro del Michelucci

E’ il primo monumento in assoluto che vede la maggior parte dei milioni di persone che arrivano a Firenze in macchina ogni anno: subito al casello Firenze Nord dell’A11, sorge la fantasmagorica chiesa del Michelucci dedicata a San Giovanni Battista, che salta agli occhi anche all’osservatore più distratto per le sue forme del tutto inusitate per un edificio sacro.

Chiesa dell'Autostrada di Giovanni Michelucci

La Chiesa dell’Autostrada progettata da Giovanni Michelucci per celebrare la costruzione dell’Autostrada del Sole

La prima curiosità è legata proprio alla collocazione dell’edificio, che viene eretto nel punto dell’Autostrada del Sole (A1) in cui questa interseca il tratto finale dell’A11 (Firenze-Mare) nelle immediate vicinanze del casello Firenze Nord (anche detto dai fiorentini “Firenze Peretola” per la vicinanza dell’omonima località in cui sorge l’aeroporto cittadino). Nonostante la grande estensione dell’Autostrada A1, la cui ultimazione si voleva celebrare, la chiesa viene costruita proprio nei pressi di Firenze. Privilegio raro ma non casuale: il luogo della chiesa viene scelto perchè esattamente equidistante da Milano e Roma, le principali metropoli che l’A1 finalmente collegava, creando un simbolico ma storico raccordo fra Nord e Sud del paese.

Il secondo elemento che salta all’occhio è rappresentato dalla forma assolutamente insolita per un edificio religioso, tanto che l’opera dell’architetto Michelucci fu tacciata addirittura di “architettura delirante” anche se, in effetti, proprio la particolare modellazione rappresenta il principale motivo della enorme notorietà di cui questa chiesa gode. La sua forma ricorda, nell’alzato, quello di una tenda da campo: il motivo della tenda richiamato nella forma dell’aula principale serve a ricordare le tende usate dalle 12 tribù di Israele: questo perchè, come dall’incontro delle 12 tribù sorgeva la “nazione santa” di Dio, Michelucci intendeva questo spazio liturgico come semplice luogo di incontro fra persone delle più svariate religioni, provenienze e convinzioni. Luogo di passaggio, dunque, in cui per definizione si fermavano ed incontravano tantissime persone in viaggio lungo la Penisola provenienti dai luoghi più diversi.

La chiesa, nominalmente dedicata a San Giovanni Battista, patrono di Firenze, è in realtà una sorta mausoleo-cenotafio dedicato a tutti i lavoratori morti nella costruzione dell’A1. Infatti, nonostante la realizzazione in soli 8 anni, con inaugurazione il 4 ottobre 1964, la costruzione dell’A1 richiese, fra i costi di costruzione, un elevato tributo in termini di “morti bianche”, cioè operai morti sul lavoro: la stima ufficiale, sicuramente per difetto, conta 160 morti, di cui ben 15 nel solo tratto fra Bologna e Firenze, a causa della presenza del viadotto che richiedeva di lavorare su impalcature alte 100 metri. Per questo motivo, la chiesa presenta una lapide commemorativa che recita “ad memoriam qui ceciderunt operariorum” (in memoria degli operai caduti).

Altro elemento curioso, e meno macabro del precedente, è rappresentato dalla scelta dei materiali da costruzione utilizzati: di insolito, infatti, la chiesa non presenta solo la forma, ma anche il colore del tetto, che è verde: si tratta in effetti di lastre metalliche di rame che diventano verdi col processo di ossidazione. Particolari anche gli altri materiali da costruzione impiegati, che furono la nuda pietra “fior d’oro” per i muri perimetrali ed il cemento grezzo per le strutture a vista: queste ultime, considerata la loro notevole importanza nell’ambito della complessiva fisionomia dell’opera, la fanno rientrare di diritto nella corrente architettonica del brutalismo.

 

La chiesa di San Marco Vecchio in via Faentina

chiesa-di-san-marco-vecchio-a-firenzeC’è a Firenze una chiesa denominata San Marco Vecchio, il cui nome incuriosisce per la contrapposizione rispetto alla ben più famosa chiesa di San Marco che dà nome alla piazza utilizzata come importante snodo delle corse Ataf. Il lettore curioso sente quindi la necessità di verificare quale sia effettivamente la “San Marco Nuova” che giustifica questa denominazione.

In effetti, la “nuova chiesa” chiamata San Marco è proprio la famosa basilica, celebre per aver ospitato Girolamo Savonarola negli anni della “teocrazia fiorentina”, che però venne costruita successivamente a quella ancora oggi esistente nei pressi di via Faentina.

Ricordata sin dal 1058, l’attuale chiesa di San Marco Vecchio si chiamava infatti “San Marco al Mugnone”, in rapporto alla vicinanza del piccolo corso d’acqua, tributario dell’Arno, che ancora scorre lungo l’arteria stradale diretta in Romagna. La qualifica di “vecchio” fu invece aggiunta sucessivamente al 1290 quando, eretta l’allora chiesa di San Marco a Cafaggio (quella del Savonarola) si volle rimarcare la primigenìa della più antica.

La chiesetta di San Marco Vecchio è stata purtroppo completamente ristrutturata sia negli interni che nella facciata. Soltanto il tracciato della navata principale è il medesimo della costruzione originaria. Nondimeno ricopre ancora un ruolo di una certa importanza nei dintorni, visto che dà il nome sia al vicino Circolo Tennistico che al binario della ferrovia che si dirige verso la Romagna attraverso il Mugello.

Chi la volesse visitare può prendere come facile riferimento il cancello d’ingresso dell’Area Pettini, il cui accesso si trova immediatamente a destra (per chi guarda) della facciata della chiesa.

La Bottega Teatrale di Vittorio Gassman

bottega teatrale firenze gassman

 

Firenze è la città che fu scelta dal grande Vittorio Gassman per aprire la sua prestigiosa scuola di teatro, la “Bottega Teatrale”. Anche se purtroppo chiusa ormai da diversi anni, una targa collocata nel 2009 sulla facciata della storica sede di Oltrarno ricorda questa esperienza lunga quasi 15 anni.

L’accademia teatrale fondata da Vittorio Gassman a Firenze apre i battenti nel 1979 nello storico quartiere di Oltrarno. La sede storica in cui la scuola teatrale si insediò all’atto della sua fondazione è ancora oggi segnalata da una apposita targa collocata in via Santa Maria 25, una piccola traversa che collega via de’ Serragli a via Romana.

Ad appena 10 numeri civici di distanza dal Teatro Comunale Goldoni, che si trova al numero 15, la Bottega Teatrale Fiorentina, chiusa purtroppo nel 1994 per mancanza di sovvenzioni, ha sfornato fior di talenti sia per lo schermo che il palcoscenico, ospitando, in qualità di insegnanti o titolari di specifici seminari nomi come Eduardo de Filippo, Adolfo Celi, Giorgio Albertazzi, Ettore Scola, Orazio Costa e Roberto Benigni.

Nonostante abbia rappresentato una delle scuole teatrali più ambite in Italia e probabilmente seconda per richieste di accesso soltanto alla celeberrima Silvio D’amico di Roma, la Bottega Teatrale di Gassman ha avuto una esistenza piuttosto tribolata. A causa della cronica dipendenza dai fondi ottenuti dal Comune di Firenze, la scuola ha incontrato numerosi periodi di difficoltà finanziaria che la hanno portata a cambiare sede diverse volte: una prima volta nel 1988 al Teatro Colonna, poi nel 1991 al Fabbrichino di Prato, fino alla chiusura definitiva.

Dopo una breve parentesi avvenuta fra il 1994 ed il 1996, iniziata in San Frediano e conclusasi presso il Teatro Pacini di Pistoia, la Bottega chiude i battenti per l’ultima volta. In tempi recenti è stata poi celebrata con una mostra tematica del dicembre 2012 presso il Teatro Quirino di Roma, dal titolo “Omaggio al Maestro”, in onore del grande “Mattatore” della commedia italiana e fondatore della scuola.

 

In memoria di Carlo Monni: la dedica dell’Ataf

A quasi due anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2013), possiamo fare un piccolo bilancio del lascito “topografico” di Carlo Monni, attore e teatrante, noto soprattutto come spalle del primo Benigni, ma soprattutto “personaggio” intonato sulla ruvida schiettezza toscana.

L’omaggio più evidente al Monni è stata fatta dall’Amministrazione Fiorentina, che ha intitolato al mattatore di campi Bisenzio nientemeno che la fermata capolinea del bus “60”, che fa la spola fra le Cascine e Careggi. Per quanti non sapessero perchè proprio questa fermata gli è stata dedicata, la soluzione è piuttosto semplice: negli ultimi anni il Monni era solito passeggiare per il parco, nella bella stagione, nella classica e vistosa tenuta composta di jeans, sandali e torso nudo con la maglietta in spalla.

La sua costanza nel frequentare il Parco della Cascine e la giovialità nel rispondere a tono alle battute dei passanti che lo riconoscevano, l’avevano fatto diventare il “sindaco delle Cascine”. E così, adesso, l’Ataf 60 parte da Careggi verso l’altro capolinea con la scritta “T1 – Carlo Monni” ben in vista.

Meno noto ma altrettanto lusinghiero per la sua fama in vita, è la petizione che i cittadini di Firenze hanno presentato all’Amministrazione Comunale per un’altra dedica al Monni sempre in zona Cascine: in questo caso, è stato richiesto di intitolargli la piccola arena ad anfiteatro presente nel Parco, sebbene la petizione non abbia ad oggi avuto esito.

Miglior fortuna ha avuto invece “in patria”, cioè a Campi Bisenzio, l’iniziativa per la dedica al Monni del teatro cittadino: il 19 maggio 2014, nel primo anniversario della scomparsa, l’amministrazione cittadina ha deciso di chiamarlo infatti TeatroDante Carlo Monni.

Spera, una pizza da campione del mondo

A Firenze c’è una pizzeria, la Pizzeria Spera di via della Cernaia (fra Fortezza da Basso e Piazza della Vittoria), molto particolare. Vanta infatti una pizza fatta nientemeno da un pizzaiolo “Campione del Mondo della Pizza” e, fatto inusuale nel mondo solitamente”maschile” dei pizzaioli, si tratta pensate un pò di una donna.

Lei è Elena Spera, figlia dello storico titolare Salvatore, che ha fondato e dato il nome alla pizzeria. Elena ha infatti vinto l’11° Campionato del Mondo di Pizza tenutosi a Salsomaggiore Terme dal 15 al 17 aprile 2002, prevalendo su ben 333 concorrenti.

Elena Spera

Uno dei tanti ritagli di giornale nella Pizzeria Spera che rievoca la storica vittoria di Elena

Ha vinto presentando una pizza molto particolare: la sua pizza da “campione del mondo” nella categoria “Pizza Classica” (quella più importante, ndr) si chiama “Pizza Fantasia” (tartufo, porcini, gorgonzola, bufala, Taleggio, radicchio, noci, rucola, pomodoro, provola, ricotta, origano e Parmigiano Reggiano).

Certamente l’importante affermazione nel concorso ha portato grande visibilità e fama alla pizzeria, tuttavia la fama di questa storico locale fiorentino è addirittura antecedente a quel 2002 in cui Elena si è laureata Campione del Mondo della Pizza: gran parte della notorietà di Spera si deve infatti al titolare stesso, Salvatore Spera, napoletano, pizzaiolo ma soprattutto ex-pugile, molto conosciuto in città e vero e proprio “personaggio” ancora attivo in sala, icona ed attrazione al contempo del frequentatissimo locale.

Pizzeria Spera

Ingresso della storica Pizzeria Spera di Firenze

In effetti, nel corso delle lunghissime attese per mettersi a sedere al tavolo (Spera viene infatti preso d’assalto quasi tutti i giorni della settimana, soprattutto da studenti universitari dalle esigue finanze – e non è possibile prenotare), potrete tranquillamente mettervi a leggere i numerosi ritagli di giornale appesi che tappezzano le pareti e che rievocano appunto, oltre alla storica vittoria della pizzaiola Elena, i fasti pugilistici e non solo del “vecchio leone” Salvatore.

P.S.: se leggendo l’articolo vi siete persuasi che la pizzeria Spera mi paga per scrivere bene di loro, “travestendo la pubblicità da curiosità”, vi sbagliate, e ve lo dimostro subito: sono stato a mangiare da Spera a gennaio 2014, e della pizza mangiata mi ricordo che non sono riuscito a digerirla completamente per oltre due giorni. Sì, è vero, con cifra modica si mangia una pizza molto consistente, ma per il mio stomaco è “troppo consistente” e, sinceramente, se mi chiedessero un consiglio, io direi di scegliere un altro posto (tipo San Iacopino nella omonima pizza in zona Novoli – Spera non me ne voglia).

 

La “gabbia per grilli” della Cupola del Duomo

La curiosità di oggi riguarda la famosa Cupola del Brunelleschi, monumento che tutti, fiorentini e turisti hanno visto migliaia di volte, dal vero o in fotografia. Nonostante questo, c’è un particolare architettonico che, pur macroscopico e visibilissimo, non viene mai notato da nessuno, in quanto effettivamente poco conosciuto.

Se, come è probabile, non ci avete mai fatto caso, vi accorgerete oggi che il “tamburo” della Cupola del Duomo, ovvero la base ottagonale su cui poggia la volta brunelleschiana, presenta il ballatoio soltanto su uno degli otto lati, quello che si affaccia su via del Proconsolo. La maggior parte delle persone non se ne accorge anche perchè l’unico lato terminato, è uno di quelli più visibili, cioè forse quello sotto il quale c’è maggior transito di gente (è infatti l’affollatissimo incrocio al canto de’ Bischeri, all’angolo fra via del Proconsolo e via dell’Oriolo).

Cupola del Duomo vista da Torre degli Adimari

La Cupola del Duomo di Firenze vista dalla Torre degli Adimari: tranne un solo lato, il tamburo che regge la cupola è disadorno

Proprio questo troncone di ballatoio sarebbe “la gabbia per grilli” del titolo di oggi, nome che gli deriva da un celebre aneddoto che cerca di spiegare il motivo per cui l’opera è rimasta incompleta.

L’appalto dei lavori per la costruzione del ballatoio della Cupola fu affidato a Baccio d’Agnolo, che progettò per l’occasione il corridoio pensile di cui vediamo oggi il  mozzicone. Secondo la tradizione, fu Michelangelo, che aveva partecipato al concorso con un suo progetto risultato però perdente, a “scoccare una frecciata” all’antagonista, dicendo che il ballatoio in costruzione gli pareva “un gabbia per grilli”, simile a quelle che si usano appunto a questo scopo durante la festa della Rificolona.

In effetti, se si osserva la parte di ballatoio costruita, si nota come, vista da lontano, la sequenza di fitte colonnine che sorregge gli archetti possa effettivamente ricordare le piccole sbarre delle gabbiette.

Sempre secondo l’aneddoto, Baccio d’Agnolo, che era artista particolarmente sensibile e permaloso, restò tanto male per il commento impietoso del grande Michelangelo, da abbandonare la costruzione della sua opera appena cominciata.

dettaglio ballatoio non finito Duomo di Firenze

Dettaglio che mostra l’angolo fra il ballatoio ed il lato “non finito”

E’ chiaro, come si può facilmente supporre, di un evento del tutto immaginario: se anche l’aneddoto fosse stato vero e Baccio d’Agnolo avesse deciso di abbandonare il progetto, l’Opera del Duomo avrebbe comunque portato a termine i lavori sulla base del suo o di un altro progetto. Se il ballatoio è rimasto in fase di costruzione, invece, è chiaro che ci furono in ballo motivazioni ben più importanti rispetto ad un battibecco fra artisti rivali, prima fra tutte i problemi di stabilità che l’enorme peso del ballatoio avrebbe provocato alla Cupola.

Di vero a livello storico c’è l’effettiva contrarietà di Michelangelo al progetto di ballatoio di Baccio d’Agnolo, come dimostrato dai disegni relativi al progetto di completamento del medesimo risalenti al 1516 (quando la prima parte era stata già costruita) e conservasti presso il Museo Casa Buonarroti. Esiste in proposito anche un modello ligneo, custodito presso il Museo dell’Opera del Duomo col numero di inventario n° 144, anche se con dubbi di identificazione rispetto a questo avvenimento.

Modi di dire inventati da Dante Alighieri (a sua insaputa)

La Divina Commedia di Dante Alighieri è diventata nel tempo una vera e propria miniera di citazioni e proverbi, emersi estrapolando singoli versi o addirittura singole locuzioni dal testo del noto poema che illustra l’ordinamento dell’Aldilà. E tutto questo, naturalmente, senza che il Vate potesse minimamente immaginare l’uso per cui sarebbero diventati famosi tali modi di dire.

Sicuramente non stupisce il fatto che la maggior parte dei modi di dire proverbiali tratti dalla Commedia derivi dall’Inferno, la Cantica che, a torto o a ragione, è considerata in assoluto la più riuscita fra le tre e, per questo motivo, è solitamente l’unica che viene approfondita a livello scolastico.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: riferito al libro che, narrando le vicende amorose fra Lancillotto e Ginevra, istiga la passione di Paolo e Francesca, è un modo di dire che indica oggi, umoristicamente, situazioni che hanno favorito il sorgere di relazioni amorose.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza: l’incitamento rivolto da Ulisse ai compagni d’avventura, per spronarli ad intraprendere la pericolosa navigazione vero l’Ignoto, si usa oggi soprattutto come sprone proverbiale per incitare ad un maggiore studio che si dimostra particolarmente “incolto”.

Nel mezzo del cammin di nostra vita: è il verso iniziale della Commedia ed uno degli incipit in assoluto più famosi dell’intera storia della letteratura. Oggi lo si utilizza per sottolineare qualche avvenimento che accade genericamente nel corso della vita, non necessariamente a metà, anche considerato il fatto che con l’aumentare della vita media “il mezzo del cammin” è cambiato rispetto al ‘300.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona: ancora una volta di parla della incontenibile passione che lega, nella Commedia, Paolo e Francesca; allo stesso modo, questo frammento si cita allorchè si vuole segnalare un desiderio o una passione verso qualcosa/qualcuno, assolutamente irresistibile.

 

E quindi uscimmo a riveder le stelle: l’espressione che chiude ciascuna delle cantiche della Commedia, viene utilizzata nei momenti in cui si riesce infine a qualche impresa che è costata tanto pensare, o quando si termina una attività lunga e che è costata parecchia fatica (anche in senso ironico, ad esempio, all’uscita di una gironata lavorativa particolarmente pesante).

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa: espressione di sufficienza con cui Virgilio invita Dante a liquidare gli Ignavi, mantiene tutt’oggi un forte accento di disprezzo nei confronti di persone che si comportano in modi ritenuti deplorevoli.

 

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!: forse la mia preferita in assoluto, perchè perfettamente d’attualità nel nostro paese a più di 700 anni di distanza. Allora come oggi, significa che la situazione politica della Penisola (e dunque anche la sua classe dirigente) è una chiavica.

Senza infamia e senza lode: espressione riferita anch’essa da Dante ai tanto disprezzati Ignavi, viene utilizzata per indicare situazioni, attività, persone o altro, che non presentano caratterizzazioni particolari nè in positivo che in negativo, ponendosi in condizione di assoluta mediocrità.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate: viene utilizzata, spesso in tono scherzoso, con riferimento ad ambienti disagiati/malmessi o situazioni particolarmente ostiche, così come nella Commedia, Dante la usa come ammonimento ai dannati rispetto a quello che li attende all’interno dell’Inferno loro destinato.

L’amor che move il sole e l’altre stelle: espressione riferita alla visione dell’Onnipotente, viene oggi utilizzata, anche in senso ironico o sarcastico, per indicare solitamente personaggi di indiscussa influenza (ad esempio viene detto spesso di politici che hanno particolare rilevanza nelle decisioni complessive).

L’elenco di altre espressioni proverbiali tratte dalla Divina Commedia è consultabile nel bell’articolo pubblicato sul sito de “L’Inkiesta” (http://www.linkiesta.it/espressioni-italiane-dante) che cito doverosamente per avermi fornito lo spunto per il post odierno.

I modi di dire dei quali siamo debitori verso la Dante e la sua Commedia sono però sicuramente molti di più: è dunque sicuramente bene accetta qualsiasi segnalazione di ulteriori espressioni ricavate da tale poema.

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