Archivi categoria: Personaggi illustri

Storia dei personaggi illustri nati e vissuti a Firenze, oppure che hanno operato e lasciato alla città opere d’ arte. Rientrano nella categoria personaggi le cui storia è comunque intrecciata con quella di Firenze

Tarkovskij, il cinema russo di casa a Firenze

Un passaggio notturno del film “Nostalghia” di Tarkovskij in una di queste sere è la migliore occasione per riprendere il filo di una corrispondenza curiosa e molto stretta fra il grande regista sovietico e la città di Firenze.

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Targa dedicata al regista Andreij Tarkovskij sulla facciata di Palazzo Vegni, sua dimora fiorentina

Ricordato per grandi film come ad esempio “Solaris” (che anticipa largamente le situazioni di 2001: Odissea nello spazio) ed il già ricordato Nostalghiaquasi completamente ambientato nella campagna toscana della Val d’Orcia, Tarkovskij incarna nella sua opera, che a sua volta riflette senza ambiguità il suo vissuto, “l’epopea dell’esule”, ovvero dell’artista condannato a vagabondare per il mondo lontano dalla patria.

A partire dall’aprile del 1970 Tarkovskij inizia a scrivere un diario che terrà con continuità sino agli ultimi giorni di vita. Questi diari contengono il resoconto delle traversie burocratiche e delle complesse vicissitudini umane di Tarkovskij e costituiscono senza dubbio, assieme a Scolpire il tempo, dove Tarkovskij definisce la sua idea estetica non solo di cinema, il più importante documento sulla sua vita e le sue opere. In un primo momento dei diari vennero pubblicati alcuni estratti, in traduzione inglese e tedesca, ma sarà solo nel 2002 che uscirà la prima edizione integrale, curata dal figlio, per una piccola casa editrice fiorentina, le Edizioni della Meridiana.

Nell’aprile 1980 riparte per l’Italia per ricevere il David di Donatello per Lo specchio e per terminare il lavoro iniziato l’anno prima. Nel 1982, durante un nuovo soggiorno in Italia, prende la decisione definitiva: non farà mai più ritorno in patria.

È l’inizio di una vita da esule (terzo illustre dopo Aleksandr Solženicyn o Rostropovič), che lo vedrà girare per tutta Europa e per gli Stati Uniti. È comunque in Italia che Tarkovskij trova il maggiore sostegno: il comune di Firenze gli dona un appartamento a Palazzo Gianni-Vegni e gli concede la cittadinanza onoraria nel 1985

La residenza fiorentina che fu del regista russo, all’ultimo piano del palazzo rinascimentale nel centro storico di Firenze, ospita ancora oggi l’archivio in cui sono conservati documenti e memorie del grande artista, oggi gestito dal figlio Andrej. 50 disegni mai pubblicati prima hanno costituito pochi anni orsono il materiale presentato nel corso della mostra “Le case di Andrea Tarkovskij“, in cui venivano presentati, fino al 19 dicembre 2012, schizzi e progetti redatti dal cineasta nella sua veste di “architetto sui generis” per le sue case in Russia. Segno di affetto e stima da parte della comunità fiorentina, la mostra è stata organizzata dalla prestigiosa facoltà di Architettura di Firenze e ambientata presso lo spazio espositivo Galleria dell’architettura italian di Piazza Tasso, gestita dalla medesima.

Per saperne di più sull’Istituto Internazionale Andrea Tarkovskij in Palazzo Vegni, sede dell’archivio del maestro russo e sulle celebrazioni che sono state legate dal Comune di Firenze alla sua figura si può leggere l’articolo relativo all’Omaggio a Tarkovskij che si è tenuto nel 2015.

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Un pò di Firenze nei film di Dario Argento

C’è un pò di Firenze (e forse tanto) nei film di Dario Argento. L’ho scoperto riguardando per l’ennesima volta “Profondo Rosso”, in cui recita, nel ruolo della co-protagonista, Daria Nicolodi, attrice di Firenze e futura interprete di molti film “argentiani”.

Daria Nicolodi in una scena di Profondo Rosso di Dario Argento

Daria Nicolodi intepreta la giornalista Gianna Brezzi al fianco di David Hemmings in una scena del film Profondo Rosso di Dario Argento

Nata a Firenze il 19 giugno 1950, infatti, Daria conosce Dario (quando si dice il destino) sul set di Profondo Rosso, l’arcinoto film horror in cui interpreta la giovane giornalista Gianna Brezzi. Moglie e “musa ispiratrice” di Dario Argento, partecipa a molti dei capolavori del maestro dell’horror italiano, come “Suspiria”, “Tenebre”, “Inferno”, “Phaenomena” e “Opera”. Scopro inoltre con l’occasione (gli estimatori di Dario Argento perdoneranno la mia ignoranza in merito) che è la mamma di Asia Argento, di cui fino a oggi conoscevo solo il celebre padre, in quanto maggior estimatore dei classici Bava e Fulci.

Eppure, non si può certo dire che l’attrice fiorentina diventi famosa e “icona dell’horror/thriller anni ’70” solo grazie alla relazione con Dario Argento. Daria Nicolodi è infatti attrice di qualche merito ben prima di sposare il famoso regista romano: prima del 1974 (anno del casting di Profondo Rosso, in cui conosce Dario Argento) recita infatti per registi del calibro di Elio Petri, Francesco Rosi e Carmelo Bene.

Vero è che la talentuosa artista fiorentina rimane legata a doppio filo, nel prosieguo dell sua carriera, a parti di sceneggiati horror/thriller, sicuramente “aiutata” dal rapporto con il famoso regista ma in qualche modo anche “reclusa” in una tipologia di ambientazioni ricorrente. A riprova di questo assunto, nel 1977, due anni dopo il grande successo riscontrato con “Profondo Rosso”, viene infatti chiamata a fare la parte della protagonista “Dora” in un film del “decano” dell’horror non solo all’italiana ma anche internazionale, il grandissimo Mario Bava, ovvero “Shock”.

In memoria di Carlo Monni: la dedica dell’Ataf

A quasi due anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2013), possiamo fare un piccolo bilancio del lascito “topografico” di Carlo Monni, attore e teatrante, noto soprattutto come spalle del primo Benigni, ma soprattutto “personaggio” intonato sulla ruvida schiettezza toscana.

L’omaggio più evidente al Monni è stata fatta dall’Amministrazione Fiorentina, che ha intitolato al mattatore di campi Bisenzio nientemeno che la fermata capolinea del bus “60”, che fa la spola fra le Cascine e Careggi. Per quanti non sapessero perchè proprio questa fermata gli è stata dedicata, la soluzione è piuttosto semplice: negli ultimi anni il Monni era solito passeggiare per il parco, nella bella stagione, nella classica e vistosa tenuta composta di jeans, sandali e torso nudo con la maglietta in spalla.

La sua costanza nel frequentare il Parco della Cascine e la giovialità nel rispondere a tono alle battute dei passanti che lo riconoscevano, l’avevano fatto diventare il “sindaco delle Cascine”. E così, adesso, l’Ataf 60 parte da Careggi verso l’altro capolinea con la scritta “T1 – Carlo Monni” ben in vista.

Meno noto ma altrettanto lusinghiero per la sua fama in vita, è la petizione che i cittadini di Firenze hanno presentato all’Amministrazione Comunale per un’altra dedica al Monni sempre in zona Cascine: in questo caso, è stato richiesto di intitolargli la piccola arena ad anfiteatro presente nel Parco, sebbene la petizione non abbia ad oggi avuto esito.

Miglior fortuna ha avuto invece “in patria”, cioè a Campi Bisenzio, l’iniziativa per la dedica al Monni del teatro cittadino: il 19 maggio 2014, nel primo anniversario della scomparsa, l’amministrazione cittadina ha deciso di chiamarlo infatti TeatroDante Carlo Monni.

Il segreto della “Pietrificazione” finisce nella tomba

Girolamo Segato, vissuto nel diciottesimo secolo a Firenze, portò nella tomba il segreto del suo procedimento per ottenere l’incorruttibilità dei corpi dopo il decesso. Lo speciale processo, carpito addirittura agli antichi egizi secondo la tradizione, non venne mai rivelato ai posteri dallo studioso per disgusto, a quanto sembra, nei confronti del Granduca di Toscana che gli aveva rifiutato i fondi per proseguire i suoi esperimenti.

La portata della sua attività è ben riassunto nell’epitaffio che decora il sepolcro in cui riposa all’interno di Santa Croce: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

La sua rilevanza deriva infatti dalla sua insolita invenzione, che viene ricordata come “pietrificazione” ma che consiste in realtà in un processo di mineralizzazione di cadaveri, grazie ad un trattamento che consentiva la perfetta conservazione e al contempo, il mantenimento del colore e dell’elasticità dei tessuti organici.

La peculiare formazione di Segato, che lo portò a mettere a punto questa singolare tecnica, sembra doversi riconnettere ai suoi studi di egittologia, che approfondì con visite sul campo nella terra dei Faraoni. In effetti, il processo di “pietrificazione” sembra riconducibile all’antica tecnica dell’imbalsamazione, al punto che, all’epoca, si arrivò addirittura a favoleggiare che Segato raggiungesse i propri risultati dopo aver carpito i segreti della Magia egizia.

Decise di distruggere gli appunti relativi alle sue scoperte circa il processo di “pietrificazione” dopo aver subito il rifiuto del Granduca di finanziare le sue ricerche. Avrebbe forse voluto svelare le sue scoperte in punto di morte ma, a quanto si racconta, morì improvvisamente.

Campioni della pietrificazione di Segato

Campioni della pietrificazione di Segato

Nonostante questo, ci rimangono oggi, presso l’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università degli Studi di Firenze, i campioni dei suoi esperimenti, in cui Segato applicava il processo di mineralizzazione solitamente a parti anatomiche umane, ma anche a cadaveri di pesci, animali. Il più curioso esempio della sua attività è per nientemeno che una fetta di salame pietrificata.

E, a dispetto di tutti gli studi effettuati sulle sue residue realizzazioni conservate a Firenze, il processo di conservazione di Segato, ancora oggi unico nel suo genere, rimane un segreto inviolato.

Rodolfo Siviero, 007 dell’arte nostrana

Rodolfo Siviero è famoso a Firenze soprattutto per aver lasciato in eredità alla collettività l’omonima Casa-Museo in riva all’Arno, stipata all’inverosimile di capolavori dell’arte italiana.

Oggi non parliamo però del Museo, ma dello straordinario personaggio, che fu in vita una sorta di James Bond, dedito alla ricerca e al recupero di opere d’arte italiane trafugate (soprattutto ma non solo) dai nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Viene infatti ricordato principalmente per il suo fondamentale ruolo nella salvaguardia del patrimonio culturale italiano. I suoi metodi sagaci, le sue gesta rocambolesche e le sua abitudini inclini al lusso e alla raffinatezza ne hanno fatto un vero e proprio 007 dell’Arte.

Fiorentino d’adozione (e per vocazione artistica: è a Firenze dai 13 anni perchè desidera divenire critico d’arte), prima aderente al Fascio, quindi partigiano dopo l’8 settembre 1943, si dedica anima e corpo al recupero di quelle opere d’arte che tanto amava. Il suo guerreggiare contro l’occupante tedesco non è fatto di imboscate  e attentati dinamitardi, ma di tesori recuperati o sottratti con l’astuzia alla cupidigia nazista.

La sua attività partigiana consiste infatti nel monitoraggio del famigerato reparto Kunstschutz (“Reparto dell’Arte”), la divisione nazista che si occupa appunto di trafugare verso la Germani le opere d’arte dei territori occupati. Firenze rappresenta naturalmente il luogo ideale in cui fare preda di capolavori artistici, pescati soprattutto da Uffizi e Accademia ma anche da chiese e monasteri.

Covo del gruppo di intelligence di Siviero è la casa di un mercante d’arte ebreo (l’attuale Casa Siviero), la cui attività funge da copertura. I risultati più eclatanti dell’attività di recupero e protezione del patrimonio artistico contro i nazisti sono:

  • l’occultamento in un deposito della Sovrintendenza di tutti i dipinti di De Chirico che il pittore, in fuga con la moglie dai rastrellamenti nazisti, è stato costretto ad abbandonare nella propria villa di San Domenico a Fiesole;
  • il salvataggio dell’Annunciazione di Beato Angelico, richiesto da Hermann Goring in persona, grazie all’ausilio di due frati del convento francescano di Piazza Savonarola;
  • il tracciamento delle operazioni che portano i tedeschi a trafugare da Firenze al castello di campo Tures 200 dipinti degli Uffizi, oltre che le sculture del medesimo museo, dell’Opera del Duomo e di altri musei fiorentini. Grazie a questa attività, gli Alleati ritrovano il bottino e lo restituiscono alla città di Firenze.

La meritoria attività di Siviero non termina nemmeno con l’occupazione nazista: grazie ai meriti acquisiti durante la guerra, Rodolfo ricopre gli incarichi più prestigiosi sempre ligio al suo obiettivo principale, il recupero del patrimonio artistico italiano. Così, nel 1946 è nominato Ministro plenipotenziario da De Gasperi per la missione che lo condurrà in Germania per contrattare con il governo alleato il principio di restituzione dei bottini di guerra; negli Settanta è gratificato della direzione dell’Accademia.

Ma il nocciolo duro della sua missione da 007 dell’Arte avviene nel corso di decenni: dagli anni Cinquanta fino alla sua morte del 1983, infatti, Siviero si occupa sistematicamente per conto del Governo di ricercare e riportare in Italia opere d’arte rubate e/o esportate illegalmente. Nel dopoguerra, Siviero compie una serie di eclatanti recuperi, non meno impressionanti di quelli avvenuti durante la guerra:

  • la Madonna con Bambino di Masaccio viene recuperata ben due volte dall’agente segreto dell’Arte italiana, una prima nel 1947, e una seconda nel 1973;
  • la famosa copia del Discobolo di Mirone e altre 38 preziose opere vengono riportate in patria nel 1948;
  • due tavolette con le Fatiche di Ercole del Pollaiolo vengono rinvenute a Los Angeles nel 1963;
  • nel 1946 ottiene la restituzione di tutte le opere d’arte trafugate dai Musei Napoletani durante la guerra, fra cui la Danae di Tiziano e l’Hermes di Lisippo.

La lista potrebbe allungarsi a dismisura, vista l’attività durata oltre quarant’anni. Chi volesse saperne di più, può leggere il libro edito per Castelvecchi da Francesca Bottari. L’autrice presenta la figura di Rodolfo Siviero in questo video girato dalla Rai.

Ginettaccio, campione e “Giusto fra le Nazioni”

Se si mette insieme un campione di ciclismo, un eroe di guerra e un’antica leggenda rabbinica, cosa esce fuori? Esce una ghiotta curiosità su Gino Bartali, uno dei più grandi sportivi fiorentini e italiani di sempre. Interessante non solo per la particolarità degli argomenti che si mischiano in questa vicenda ma anche perchè si tratta di notizia fresca di questo settembre 2013: Gino Bartoli ha ricevuto l’onorificenza di “Giusto fra le Nazioni”.

Gino Bartali Giusto fra le Nazioni

Gino Bartali “Giusto fra le Nazioni”

Piccola premessa per spiegare cosa significa e in che consiste questa onorificenza.

Un’ antica leggenda ebraica vuole che, in ogni epoca, siano presenti nel mondo 36 Giusti: si tratterebbe di uomini retti che, nonostante siano Gentili (non ebrei) hanno acquistato benemerenze nei confronti del Popolo Eletto con la loro attività. Questi Giusti verrebbero sostituiti dalla nascita di altri Giusti che ne prendono il posto al momento della loro scomparsa.

L’onorificenza generata dalla leggenda chassidica consiste attualmente nell’essere riconosciuto quale individuo che nel corso della Seconda Guerra Mondiale, si è reso benemerito per aver salvato dall’Olocausto almeno un ebreo. Fino ad oggi sono stati quindi annoverati fra i Giusti persone che hanno salvato la vita a migliaia di persone (come l’Oskar Schindler del film) ma anche solo a pochi ebrei o ad uno solo.

Per ogni Giusto fra le Nazioni viene simbolicamente piantumato un albero nello Yad Vashem, il Parco-Sacrario che ricorda le vittime dell’Olocausto costruito sul Monte della Rimembranza a Gerusalemme.

Ma veniamo adesso a Bartali, ed al motivo per cui è stato insignito della prestigiosa onorificenza dallo Stato di Israele.

In breve, negli anni della Seconda Guerra Mondiale il rabbino di Firenze Nathan Cassuto organizza in collaborazione con l’arcivescovo Elia Dalla Costa un rete di salvataggio degli ebrei, minacciati di deportazione nei lager. Più di quattrocento persone vengono salvate grazie a Bartali, che trasporta ad Assisi, nella camera d’aria della sua bicicletta, le fotografie stampate a Firenze per falsificare i documenti degli ebrei in pericolo, e renderli così irriconoscibili.

La storia è molto più lunga e complicata, ma la racconterò nei dettagli in un apposito approfondimento sul grande campione di Ponte a Ema che rischiava la pelle con la sua bicicletta.

“Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…”

Chi non conosce la celebre canzoncina su Garibaldi e l’ancor più famoso aneddoto storico cui si riferisce? Quasi nessuno direi. Del tutto sconosciuti ai più invece, la figura e l’opera di Ferdinando Zannetti, il medico che estrasse dal piede del generale Garibaldi il famoso proiettile che lo aveva ferito al piede destro.

L’antefatto è quasi proverbiale: si tratta della famosa giornata dell’Aspromonte, ovvero quel 28 agosto del 1862 in cui Garibaldi fu colpito da un proiettile nel malleolo destro, nel corso di una scaramuccia con i bersaglieri piemontesi del generale Pallavicini Priola. Secondo gli storici, l’eroe dei due mondi sarebbe stato ferito da “fuoco amico”, ovvero da un colpo sparato dalle camicie rosse, nel momento in cui il generale si interponeva fisicamente per evitare lo scontro fratricida.

Trasportato a Pisa via mare dalla Calabria, Garibaldi fu visitato dai più insigni chirurghi e dottori dell’epoca, ma l’estrazione fu portata a termine il 23 novembre proprio dal medico Ferdinando Zannetti, che dell’intervento fece un accurato resoconto esposto alla 2° adunanza della Società Medico Fisica Fiorentina del 22 febbraio 1863.

Garibaldi in Aspromonte 1862 di Fattori

“Garibaldi in Aspromonte 1862”: il dipinto di Fattori mostra il celebre episodio del generale ferito al piede destro

La perizia del medico nell’estrazione del proiettile fu tale che un gratissimo Garibaldi indirizzò allo Zannetti un biglietto da Caprera del 22 giugno 1863 in cui si legge “La mia guarigione procede a gonfie vele […] Non ho indizio di dolori artritici […] Vogliatemi bene, ch’io ve ne voglio tanto davvero e sono per la vita vostro di cuore”.

Parlo qui dello Zannetti in quanto, sebbene nato a Monte San Savino (in provincia di Arezzo), è legato a doppio filo alla città di Firenze: qui lo Zannetti fu abilitato alla professione di chirurgo (nel 1826), operò in qualità di Chirurgo fiscale (una specie di chirurgo condotto) nel corso dell’epidemia di colera del 1835 e fu per questo insignito dal Granduca della medagli d’oro di prima classe; nella città gigliata fu professore di Anatomia patologica negli anni Quaranta del secolo XIX. A Firenze, infine, lo Zannetti ebbe la sua abitazione, in via de’ Conti, sopra il cui portone il Comune ha fatto installare una lapide commemorativa del grande personaggio. La città lo ha onorato anche intitolandogli un tratto della via in cui abitava: via de’ Conti, che parte da piazza Madonna degli Aldobrandini, si trasforma infatti in via Ferdinando Zannetti alla biforcazione che conduce su via de’ Cerretani.

Lapide presso casa Zannetti in via de' Conti

La lapide commemorativa installata sopra la casa di Ferdinando Zannetti in via de’ Conti

Lo Zannetti, oltre che come protagonista della celebre “estrazione del proiettile” dal piede di Garibaldi e come scienziato dedito agli studi in medicina e chirurgia, viene ricordato per il suo ruolo di patriota, che lo portò ad essere nominato, nel 1848, allo scoppio della Prima Guerra d’Indipendenza, chirurgo in capo dell’Armata Toscana in Lombardia. Convinto sostenitore della causa unitaria, partecipò nel 1859 alla Seconda Guerra d’Indipendenza come Direttore del Servizio Sanitario delle truppe di Garibaldi. E’ proprio in questa veste che rientrò fra i consulenti di fama internazionale che vennero chiamati a consulto per l’estrazione della pallottola dal piede del Generale.

L’illustre cittadino di Firenze, anche se ormai praticamente obliato, ebbe molti punti in comune con il generale Garibaldi, di cui uno particolarmente curioso: con l’eroe risorgimentale, lo Zannetti non condivise soltanto la fede patriottica e la celebre vicenda della pallottola, ma anche l’adesione alla Massoneria. Fece parte, infatti, della loggia fiorentina “Concordia”, la più antica lega massonica italiana, della quale divenne Gran Maestro nel 1870. A testimoniarlo, il libro degli iscritti alla Loggia Concordia e la tessera di affiliato, che lo Zannetti custodì con cura ed è oggi conservata negli archivi della Biblioteca Moreniana.

Andrea Corsali, un fiorentino “battezza” la Croce del Sud

Disegno Croce del Sud

Copia del manoscritto di Andrea Corsali in cui viene raffigurata per la prima volta la costellazione della Croce del Sud

Minuscola premessa a questa curiosità odierna è una breve nozione di astronomia: la Croce del Sud è la piccola costellazione visibile nell’emisfero sud, che rappresenta, in quella parte del globo, l’equivalente del Carro dell’Orsa nel nostro emisfero. Così come l’individuazione della Stella Polare, all’interno della costellazione dell’Orsa Minore, viene utilizzata da tempo immemorabile per stabilire la direzione Nord, allo stesso modo la Croce del Sud funge da riferimento celeste per individuare la direzione Sud. Chiaro, no?

Ciò che lega questa importantissima costellazione con la città di Firenze è il fatto che la prima descrizione astronomica delle quattro stelle che costituiscono la Croce del Sud è dovuta ad un navigatore fiorentino, Andrea Corsali.

Questo insigne fiorentino, nonostante abbia tenuto a battesimo la costellazione “regina” dell’emisfero australe e a dispetto dei numerosi altri suoi meriti come geografo, navigatore ed astronomo, risulta pressochè sconosciuto sia a Firenze, sua città natale, che ad Empoli, città di origine della sua famiglia.

In effetti la sua famiglia era originaria di Monteboro, località nei pressi di Empoli: si ha notizia alla data del 1399 di un suo antenato che faceva di mestiere il sellaio ed il brigliaio. Passano però poche generazioni prima che la famiglia Corsali si inurbi a Firenze, dove Andrea nasce nel 1487, da Giuseppe e Caterina, come risulta dall’iscrizione nel registro dei battesimi di Santa Maria del Fiore.

La maggior parte delle notizie che abbiamo sulla sua vita, ci provengono dalle due lettere che egli inviò, una nel 1515 ed una nel 1517 (incredibile a dirsi, le due lettere sono tutto ciò che ci rimane di scritto da Andrea Corsali), ai principi della famiglia Medici, suoi protettori e committenti. Lo speciale legame con i signori di Firenze contraddistingue la famiglia Corsali sin da prima della nascita di Andrea, visto che già il padre del navigatore era stato esentato dal pagamento delle tasse.

Le stelle della Croce del Sud erano certamente già conosciute dai navigatori arabi e portoghesi, tuttavia è il Corsali a identificarle per primo come una croce registrandone la posizione nel firmamento. E’ dell’erudito fiorentino, dunque, la prima vera relazione astronomica sulla Croce del Sud. E’ proprio nella lettera del 1515 indirizzata a Giuliano de’ Medici Duca di Nemours, e all’epoca signore di Firenze, che Andrea Corsali descrive la costellazione, battezzandola Croce del Sud ed aggiungendone il disegno. Nonostante questo, il mondo accademico dell’astronomia continuò a considerare la Croce del Sud come parte della costellazione del Centauro fino al 1589, quando ottenne l’odierno riconoscimento di costellazione autonoma grazie a Petrus Plancius, il famoso cartografo e astronomo fiammingo.

Bandiera australiana

Bandiera dell’Australia, una delle numerose nazioni australi che incorpora la Croce del Sud

Per quanto questi suoi meriti astronomici non gli abbiano fruttato il giusto riconoscimento nella sua città natale ed in Italia in generale, è importante ricordare la fama della quale Andrea Corsali gode invece presso le nazioni dell’emisfero australe: si tratta dei territori ai quali il Corsali dedicò la totalità dei propri studi. A conferma di questo, basterà ricordare lo straordinario numero di nazioni australi che riproducono nella propria bandiera la costellazione della Croce del Sud: fra questi Australia, Nuova Zelanda e Brasile, oltre ad una serie di minuscoli staterelli insulari del Pacifico. Inevitabile dunque il grato riconoscimento nei confronti di chi, per primo, aveva studiato questa così importante costellazione.

Buona parte delle notizie sulla vicenda di Andrea Corsali, non solo in questo articolo ma in generale sul web, derivano dalla fondamentale opera dell’Ing. Giulia Grazi Bracci, autrice del saggio “Il battista della Croce del sud (omaggio ad Andrea Corsali)”.

Siad Barre: dalla Somalia con furore

Siad Barre, il dittatore che ha governato la Somalia per più di vent’anni (1969-1991) col pugno di ferro, possiede un forte legame con la città di Firenze. Il capo delle Forze Armate somale che salì al potere con un colpo di Stato nel 1969, infatti, frequentò a Firenze la Scuola Allievi Ufficiali dei Carabinieri.

La Somalia e Firenze sono due mondi lontanissimi, e questo rende la curiosità di oggi, a mio avviso, particolarmente appetitosa, in quanto assolutamente inaspettata. Eppure, a pensarci bene, il collegamento c’è eccome: la Somalia, infatti, rimane lunghi anni sotto l’influenza italiana. Come colonia durante l’era fascista (dal 1936 al 1941), e poi di nuovo dal 1950 al 1960, come Amministrazione Fiduciaria (una sorta di protettorato) dell’Onu in preparazione dell’indipendenza.

Siad Barre

Foto d’epoca di Siad Barre, risalente all’epoca del soggiorno fiorentino del futuro dittatore somalo

Ecco che la scelta di Siad Barre di proseguire la propria carriera militare in Italia appare molto meno stramba. Il giovane soldato somalo arriva infatti a Firenze negli anni ’50, quando la Somalia è ancora, in qualche modo, “italiana”. E il suo legame con l’Italia ed i politici italiani rimarrà stretto per tutta la sua vita. Non è un caso se Siad Barre ostentava nel corso delle sue visite ufficiali un italiano da madrelingua.

Per capire il rilievo di questa “curiosità su Firenze” però, è importante rammentare un momento chi è Siad Barre, altrimenti rischia di rimanere uno dei tanti dittatori della storia africana. Siad Barre è invece il principale protagonista della violentissima e sanguinosa guerra civile che ha segnato la Somalia dal 1991, e che ha visto il dittatore riparare in Nigeria dopo la cacciata da parte del generale Aidid, uno dei più potenti fra i tantissimi “signori della guerra” somali.

La guerra civile in Somalia, che raggiunse il culmine fra il 1991 ed il 1994, ebbe all’epoca una vastissima risonanza mediatica, e non soltanto per la violenza degli scontri fra le fazioni o per l’altissimo numero di morti, ma anche e soprattutto perchè il feroce conflitto deflagrato nel Corno d’Africa si trasformò in una sorta di piccolo Vietnam per le forze inviate dagli Usa, in primis, ma anche da Italia e Francia. La situazione somala si rivelò talmente complicata e pericolosa, che le forze internazionali lasciarono infine il paese africano alla fine del 1993, rinunciando a ristabilire una forma di governo unitario e abbandonando la Somalia ad un’anarchia che ancora oggi affligge, di fatto, l’area.

La drammaticità dello scontro in cui le forze internazionali si trovarono invischiate è rappresentata in un famosissimo film di Ridley Scott, intitolato Black Hawk Down, che testimonia in modo eloquente come la “disfatta somala” subita dalle onnipotenti truppe americane (che negli stessi anni piegavano facilmente l’Iraq) sia rimasta impressa nell’immaginario collettivo.

Ora forse è più chiara la rilevanza storica del soggiorno fiorentino di Siad Barre: dopo essere stato ausiliario dell’esercito italiano durante la fase coloniale, Siad viene scelto dall’A.F.I.S. (l’Amministrazione Fiduciaria Italiana di Somalia) nel 1952 per frequentare la prestigiosa Scuola Allievi Marescialli e Brigadieri, che sarà un’importante trampolino della sua futura carriera nell’esercito somalo. Fino al drammatico epilogo di cui abbiamo detto.

Il Bachiacca nell’oblio per colpa del Vasari

Bachiacca è il soprannome con cui è noto storicamente il pittore Francesco di Ubertino Fetti, nativo di Borgo San Lorenzo e contemporaneo del Vasari. Allievo del Perugino, fu artista molto apprezzato a Firenze, visto che lo stesso Vasari, voce ufficiale del potere mediceo di Cosimo I in fatto di arte, riferisce che Francesco fu “diligente pittore, e particolarmente in fare figure piccole, le quali conduceva perfette e con molta pacienza“. Giunse addirittura al servizio del Granduca dato che “dilettossi il Bacchiacca di fare grotesche, onde al Signor Duca fece uno studiolo pieno d’animali e d’erbe rare ritratte delle naturali che sono tenute bellissime“.

In effetti, il favore del Granduca nacque proprio perchè “era ottimo pittore in ritrarre tutte le sorte di animali” ed è sfruttando questo dono che ebbe la commissione di dipingere la famosa scena in cui il Magnifico Lorenzo riceve in dono la giraffa.

Mosè fa scaturire l'acqua

Mosè fa scaturire l’acqua colpendo la roccia con un bastone: il modello stilistico per questo dipinto del Bacchiacca è il disegno netto e spigoloso di Albrecht Durer

Tuttavia, nonostante gli evidenti meriti artistici che in vita gli venivano riconosciuti e che gli assicurarono sempre fama e successo presso i più importanti committenti fiorentini, il Vasari decise di non includere una sua biografia nelle celeberrime Vite, limitandosi a tratteggiarne la personalità e le qualità artistiche con fuggevoli citazioni: per la precisione, il Bachiacca è rammentato nelle biografie dedicate al Perugino suo maestro, a Bastiano da San Gallo, Granacci, Franciabigio, Tribolo e Pontormo.

Il trattamento riservato al Bachiacca dal Vasari potrebbe sembrare oltremodo oltraggioso: tanto più che il pittore di origine mugellana intratteneva solidi legami di amicizia con l’aretino: perchè allora il Vasari decide di escludere uno dei suoi più cari amici? Molto probabilmente si tratta di una questione di opportunità: il Vasari potrebbe aver deciso di pretermettere il Bachiacca proprio perchè, in quanto amico fraterno, temeva di essere tacciato, in caso contrario, di parzialità sia dai suoi contemporanei che dai posteri. Finisce così per parlarne per inciso.

Tuttavia, nonostante le probabili intenzioni riguardose del Vasari, l’esclusione dall’opera che si può considerare senza ombra di dubbio il più famoso trattato di storia dell’arte di tutti i tempi, ossia le predette Vite, ha certamente nuociuto alla fama presso i posteri del povero Francesco, che, in base alle doti artistiche, avrebbe sicuramente meritato maggiore rinomanza. Sono ben pochi, infatti, coloro che rammentano il Bachiacca, e, d’altra parte, di solito non viene menzionato affatto nei testi scolastici di storia dell’arte.

Il fatto più curioso è però questo: che la figura di Francesco di Ubertino Fetti è caduta nel tempo talmente in oblio, che si è perso addirittura il significato del suo soprannome di “Bachiacca”. Che vuol dire questa parola? Comunque cerchiate su Internet non trovate niente di niente sul perchè si chiamasse così e sul significato del termine. Leggete allora, se vi piace, i risultati della mia personale ricerchina.

In tutti gli autori che lo citano, si dice che il pittore veniva chiamato “Bachiacca” o “Bachicca”. E’ a partire da questa seconda versione del nomignolo che, consultando il Vocabolario della Crusca del 1866, trovo scritto:”[bachicca] è storpiamento di parola fatta dal greco bechicos, che vuol dire ‘per la tosse’, onde ‘pillola bachicca’ è lo stesso che ‘pillola bechica’, cioè pallottola da tosse, come noi fiorentinamente diciamo“. Dunque “bachiacca” è una storpiatura fiorentina che indicava le pastiglie per la tosse: non ci è noto se Francesco di Ubertino ricevesse il nomignolo perchè ben tondo come una “pallottola da tosse” o perchè soffrisse spesso di tosse o per qualsiasi altra ragione.

Questa etimologia ovviamente, non ci dà certezza sull’origine del misterioso nomignolo. Completamente diversa è l’ipotesi, suggestiva e ben circostanziata, che dà in merito lo storico dell’arte Robert G. La France nel suo dettagliato volume Bachiacca. Artist of the Medici Court: secondo l’eminente studioso “il soprannome del pittore deriverebbe dalla parola che significa il gesto di battere i rami d’un albero per coglierne i frutti (ovvero “bacchiare”, termine diffusissimo ancora oggi in Toscana, e che si comunica all’apposito bastone utilizzato come strumento, detto “bacchio”). Il nome sarebbe dunque una sorta di metafora dello stile dell’artista, che coglie qua e là, ispirazioni e motivi“.

E in effetti il Bachiacca è famoso per il suo ecelttismo, che La France definisce “strategia d’imitazione creativa”: la “colpa” del Bachiacca, da cui deriva quel nomignolo, sarebbe quella di aver fatto ricorso all’imitazione in modo immoderato, senza peraltro intaccare la leggibilità delle citazioni, allo scopo di rispondere ai desideri dei committenti fiorentini e provocare in questi il piacere intellettuale del riconoscimento.

Secondo un’altra ipotesi, invece, il soprannome di Bachiacca sarebbe mera derivazione dal nome del fratello, anch’esso artista, che si chiamava Baccio, anche se questa supposizione sembra tutto sommato meno verosimile. Ad ogni modo, se si è persa la certezza circa l’origine del soprannome, resta del Bachiacca la figura: è infatti uno dei personaggi inseriti dal Bronzino nel suo dipinto “La discesa di Cristo nel Limbo”.