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PIPPO SPANO: CONDOTTIERO FIORENTINO ALLA CORTE D’ UNGHERIA

Alla eroica figura del condottiero Filippo Buondelmonti degli Scolari, passato alla storia come Pippo Spano, sono collegate numerose curiosità ed opere d’ arte di Firenze. La più importante raffigurazione di questo leggendario comandante che difese in più occasioni le insegne cristiane contro i Turchi, fa parte del Ciclo degli uomini e donne illustri dipinto da Andrea del Castagno per la villa Carducci di Legnaia.

La prima curiosità riguardante l’ illustre condottiero è proprio nel nome: al contrario di quanto si possa pensare, infatti, il confidenziale appellativo di “Spano” non ha niente a che vedere con la penisola iberica; deriva invece dal titolo di “ispàn” di Temesvàr che gli fu concessa da Sigismondo di Lussemburgo, all’ epoca re di Ungheria, nel 1407.
Ispàn”, termine successivamente storpiato dai fiorentini nel più familiare “Spano”, è una parola ungherese che indica la carica amministrativa di vicario del Re.
L’ immagine con la quale viene di solito identificato, è quella derivante dal ciclo di affreschi dipinto da Andrea del Castagno tra il 1448 ed il 1451, per la villa Carducci di Legnaia, appartenente al Gonfaloniere di giustizia dell’ epoca, Filippo Carducci. In questo dipinto Pippo Spano è raffigurato con un’ arma in pugno: un osservatore scrupoloso può notare che non si tratta di una comune spada, bensì di una sciabola come quelle in uso all’ epoca presso le milizie dell’ Ungheria.

Il celebre dipinto di Andrea del Castagno, divenuto icona del condottiero, si trova oggi presso il Museo di Andrea del Castagno presso il Cenacolo di Sant’ Apollonia in via San Gallo. L’ immagine di Pippo Spano divenne talemente famosa per la fierezza della posa in cui il condottiero è ritratto da venire “citata” addirittura dal Botticelli in una delle sue tele più famose: osservando attentamente il dipinto intitolato “la Calunnia”, oggi conservato presso il Museo degli Uffizi, si nota che il personaggio raffigurato dalla statua nella nicchia centrale, riprende in maniera evidente la figura di Pippo Spano dipinta da Andrea del Castagno.
La vita di Pippo Spano si conclude con un mistero rimasto irrisolto: egli morì infatti a 57 anni, per cause ancora oggi poco note. Nonostante infatti sia stato sepolto, alla sua morte, nella città di Alba Reale, nello stesso mausoleo dei Re di Ungheria, la leggenda narra che sia stato giustiziato come traditore dopo essere stato torturato. Pippo Spano fu accusato, secondo tale tradizione, di non aver portato a termine con successo una spedizione contro i Veneziani essendosi lasciato corrompere da questi.
Alla sua morte affidò per testamento un lascito di 5.000 fiorini all’ Arte dei Mercanti di Calimala, affinchè costruissero una chiesa dedicata alla Vergine Maria ed ai dodici Apostoli.
Con i denari donati da Pippo Spano fu costruito, su progetto del Brunelleschi, uno degli edifici più conosciuti dagli studenti stranieri in visita a Firenze: si tratta della celebre “Rotonda” posta in via degli Alfani, in cui ha oggi sede il Centro Linguistico d’ Ateneo (C.L.A.) dell’ Università di Firenze.

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Le barelle al posto delle gerle: l’ambulanza nella Firenze del ‘300

Il delizioso Oratorio dei Santi Filippo e Giacomo, che si trova all’angolo fra via della Scala e via del Porcellana, viene anche detto Oratorio “dei Barelloni”. Sembra che questa dicitura derivasse dalle attività caritative dell’annesso Ospedale dei Michi, i cui portantini erano soliti utilizzare “barelle” in luogo delle tradizionali “gerle” in uso presso gli altri Spedali fiorentini.

Come si vede, dunque, il soprannome dell’Oratorio deriva dalla sapida usanza fiorentina di affibbiare nomignoli caricaturali a persone e cose, a partire da una caratteristica evidente: basti pensare, ad esempio, alla Rotonda del Brunelleschi presso Santa Maria degli Angeli, detta il Castellaccio (perchè rimasta in rovina, prima del completamento, per centinaia di anni) o a San Filippo Neri, detto “Pippo Bono” (per le sue opere di carità).

Allo stesso modo, l’utilizzo innovativo di barelle composte da due lunghe stanghe di legno collegate da un pezzo di tela, per trasportare gli ammalati, giustifica il nomignolo di “Barelloni” affibbiato ai famigli dello spedale, che è poi rimasto appiccicato nei secoli all’Oratorio dei santi Filippo e Giacomo. Le due stanghe potevano essere collegate non solo dal caratteristico pezzo di stoffa delle comuni barelle, ma anche da un cubicolo di una certa profondità, nel qual caso di parlava di “cataletto”, che corrispondeva in effetti ad una specie di “ambulanza dell’epoca”.

Gerla per il trasporto dei malati e dei morti

Gerla per il trasporto di malati e morti in uso alla Arciconfraternita della Misericordia sin dal 13° secolo: viene soppiantata dalla più funzionale barella usata dai “Barelloni”

Fino ad allora, infatti, era invalso l’uso dei portantini dell’Arciconfraternita della Misericordia che, sin dal 13° secolo, trasportava malati e morti rannicchiati in capienti cestoni (detti appunto “gerle” o “zane”), ma questa tecnica di trasporto risultava scomoda e faticosa. I soccorritori della Misericordia erano aiutanti laici e portavano in testa il caratteristico cappuccio (detto “buffa”), calato fin sul viso, per non farsi riconoscere (in quanto l’azione caritatevole non era considerata veramente misericorde e gradita a Dio, se non scevra di ogni vanagloria).

L’innovativo utilizzo delle “barelle” al posto delle tradizionali gerle è rimasto anche nel parlato fiorentino sotto la specie di vocabolo derisorio: come spiega argutamente Pietro Fanfani nel suo Voci e maniere del parlar fiorentino, il termine barellòne si usava dire a Firenze di chi camminasse andando in qua e in là, come ubriaco, proprio perchè in tale atto assomigliava ai famosi portantini dell’Oratorio di San Filippo e Giacomo che, trasportando i malati in barella, ballavano da un piede all’altro per la fatica del peso.

Ecco però le precise parole della colorita prosa del Fanfani, che ci dà anche qualche ragguaglio in più su questa Compagnia dei Barelloni: “Quando si vede un briaco camminar barellando, in modo che tutta la strada è sua, suol dirsi: Egli è della Compagnia de’ Barelloni, con equivoco garbatissimo, perchè una tale compagnia c’era davvero a Firenze […]. Uno dei loro uffici era quello di portare a seppellire i morti; e come a ciò usavano le barelle, così quindi fu a loro dato il nome di barelloni. Chi porta la barella con molto peso sopra, suole ire quasi saltellando, e si dondola in qua e in là, e però si dice che barellano i briachi, perchè nel camminare vanno come chi porta la barella“.

Nomi storpiati alla fiorentina: da Stradano al Giambologna

Ritratto di Jean Boulogne, detto il Giambologna

Ritratto di Jean Boulogne, detto il Giambologna, realizzato da Hendrick Goltzius

Una caratteristica ben nota dei fiorentini è da sempre quella di storpiare e “fiorentinizzare” i nomi degli stranieri che, ieri come oggi, affollavano la città di Firenze per i più svariati motivi. La storia di Firenze è infatti ricca di nomi di artisti e studiosi passati alla storia con un nome che non è il loro: e molti si stupiscono quando vengono a conoscenza del vero nome di origine, tanto è diverso nella fonetica e nel significato da quello arbitrariamente assegnatogli.

Il primo e più eclatante esempio che corre alla mente è quello del grande artista che tutti conoscono come Giambologna: chi può immaginare nome più nostrano di questo, con la sua scoperta assonanza con la famosa città emiliana? Eppure il grande artista, che ha lasciato a Firenze, fra le altre, opere come il Gigante dell’ Appennino e il Diavolino dei Vecchietti, nacque nella provincia che corrisponde attualmente al Belgio vallone e si chiamava in realtà Jean Boulogne.

Non è però un caso isolato: altro caso eclatante è quello del famoso condottiero John Hawkwood. Questi, stato lungo tempo al soldo dei Pisani, rappresentò per anni una fiera minaccia per la città di Firenze, prima di essere conquistato dal tintinnare dei fiorini d’ oro. Passato al soldo di Firenze fu parimenti valentissimo condottiero, tanto da meritarsi l’ affresco sulla parete sinistra del Duomo, dipinto da Paolo Uccello, che lo ritrae a cavallo. I fiorentini, alle prese con l’ ostica dizione del nome anglosassone, videro bene di storpiare il suo nome in quello di Giovanni Aguto o Acuto, per assonanza con la pronuncia del suo nome originale. E in questo modo è designato anche nell’ affresco citato, in cui viene nominato infatti “Iohannes Acutus”.

Ritratto di Niels Stensen, detto Stenone

Ritratto di Niels Stensen, detto Stenone

Senza andar per le lunghe, riporto qui altri casi veramente notevoli di questa usanza nostrana: gli annali riportano quali “vittime” della sistematica storpiatura il pittore Jan Van der Straet, fiammingo, e ribattezzato a Firenze Giovanni Stradano, nonchè lo scienziato ed ecclesiastico Niels Stensen (cui è intitolata l’ omonima Associazione culturale), che abitò lungo tempo a Firenze e fu in quattro e quattr’ otto ribattezzato Niccolò Stenone.

A conclusione della curiosa rassegna, riporto un caso anomalo rispetto a quelli elencati in precedenza: quello del famoso condottiero Pippo Spano, uno dei personaggi principali rappresentati nel Ciclo degli Uomini Illustri di Andrea del Castagno. Questi, che si chiamava Filippo degli Scolari Buondelmonti, di ricca e nobile casata, ricevette il titolo onorifico di ispàn come condottiero del Regno di Ungheria, ed ecco che i suoi concittandini ne tramandarono la memoria “fiorentinizzando” l’ appellativo da lui ricevuto. Così, Filippo l’ Ispàn è passato alla storia come Pippo Spano.

Il “Ciclo degli Uomini illustri” di Andrea del castagno

Ricostruzione del Ciclo degli Uomini Illustri

Ricostruzione del Ciclo degli Uomini Illustri affrescato da Andrea del Castagno nella Villa Carducci-Pandolfini di Legnaia.

Il tema di oggi è il famosissimo ciclo di affreschi dedicato agli “Uomini illustri”, che qualsiasi libro di storia dell’ arte riporta come una delle principali opere realizzate da Andrea del Castagno. Se questo non vi dice niente, pensate alla celeberrima rappresentazione del condottiero Pippo Sano, che si trova fra le figure affrescate.

Molti ricorderanno certamente questi affreschi, ma dove si trovano? E quali sono le incredibili vicende legate alla loro storia?

Gli affreschi realizzati da Andrea del Castagno, vengono dipinti per la Villa Carducci-Pandolfini, in quel di Legnaia, antico borgo suburbano che sorge nell’ Oltrarno fra Firenze e Scandicci.

Il Vasari, nella Vita di Andrea del Castagno, scritta nel 1550, annotava che l’ artista aveva dipinto “molti uomini illustri e delle Sibille“, in una sala della villa di Legnaia per Pandolfo Pandolfini. Come succede non di rado, il Vasari è però piuttosto impreciso nelle notizie che riporta: la villa di Legnaia fu infatti acquistata nel 1475 da Jacopo Pandolfini, quando Andrea del Castagno e Pandolfo erano già morti.

Figura di Eva dalla Sala degli Uomini Illustri di Legnaia

La figura di Eva è l' unica, tra quelle ancora in loco nella Sala degli Uomini Illustri della Villa Pandolfini-Carducci di Legnaia, ad essere ancora visibile nella sua interezza.

I dipinti furono eseguiti sicuramente per la famiglia Carducci, probabilmente per Andrea di Niccolò Carducci, attorno al 1445-1450, che era all’ epoca proprietario del complesso. Lo stemma dei Pandolfini nella Sala degli Uomini Illustri sarebbe in pratica stato apposto solo successivamente all’ acquisto della villa, quando i dipinti erano già in loco.

Ristrutturata e modificata numerose volte nel corso dei secoli, la villa si ridusse a semplice casa colonia prima che, nell’ ‘800, venisse venduta alla Società Hoffman, che installò nel complesso delle fornaci per la cottura dei mattoni. Il salone, in particolare, fu “ridotto a quartieri”, ossia diviso in due piani ed in diverse stanze.

Fu solo nel 1847 che i curatori della prima edizione delle Vite del Vasari edite da Le Monnier, decisero di verificare la veridicità delle affermazioni del Vasari circa gli affreschi di Andrea del Castagno eseguiti in questa villa, e, sotto la vernice bianca, videro emergere i meravigliosi affreschi del pittore fiorentino.

Dal momento della loro “riscoperta”, ebbero tuttavia vita alquanto tribolata: nel 1851, rimosse dalle pareti e riportate su tela ad opera di Giovanni Rizzoli, le figure degli Uomini Illustri e delle Tre donne famose furono vendute dal Marchese Trivulzio al Granducato di Toscana per duemila scudi. Il complesso di affreschi approdò quindi presso il Cenacolo di Santa Apollonia.

Affreschi di Andrea del Castagno ancora in loco nella sala di Villa Pandolfini-Carducci di Legnaia

Affreschi di Andrea del Castagno ancora in loco nella sala di Villa Pandolfini-Carducci di Legnaia: a sinistra la figura di Eva, a destra quella di Adamo, ed al centro, sopra la porta, la Madonna col Bambino incorniciata dal baldacchino.

Fu solo nel 1948 che Mario Salmi propose al Comitato che organizzava la mostra della Casa Italiana a Palazzo Strozzi di eseguire alcuni saggi esplorativi nella sala della ex-Villa Carducci; la proposta era giustificata dal ritrovamento di tracce di un fregio con puttini e di altri motivi architettonici affrescati.

Il risultato finale fu il recupero degli affreschi di Andrea del Castagno che decoravano la sala, nel loro insieme, dato che sulla parete di destra si scoprì un gruppo con la Madonna e Bambino sotto un baldacchino sorretto da due angeli reggi-cortina, e che ai due lati furono trovate altre due figure, quelle di Adamo ed Eva.

L’ operazione di scopertura delle pareti della sala ha permesso non solo di rivedere tutte le figure nel loro insieme, dato che lo strappo operato nell’ Ottocento aveva lasciato tracce di colore così evidenti da risultare quasi dei duplicati delle figure asportate, ma anche di riportare alla luce tutti i particolari dei fregi architettonici che incorniciavano le singole figure, facendone un tutto organico.

Le figure rimosse nell’ Ottocento, oltre ai frammenti donati dai proprietari nel tempo, sono infine approdati agli Uffizi, e collocati nel quartiere di San Pier Scheraggio. Residuano invece in loco, oltre alle tracce delle figure asportate e delle architetture dipinte, la figura intera di Eva ed un Adamo invece conservato solo dalla vita in giù.

Il “Castellaccio” degli Scolari progettato dal Brunelleschi

La Rotonda del Brunelleschi come appare oggi: il tamburo superiore è stato aggiunto solo posteriormente

La Rotonda del Brunelleschi come appare oggi: il tamburo superiore è stato aggiunto solo posteriormente

Il “Castellaccio” è il nomignolo familiarmente affibbiato dai fiorentini alla costruzione in cui ha sede attualmente il Centro Linguistico di Ateneo dell’ Università di Firenze. Si tratta di un residuo del passato visto che oggi l’ edificio, modificato nel tempo, ha assunto, per la sua forma particolare, il soprannome di “Rotonda”: all’ originaria struttura brunelleschiana è stata infatti sovrapposta, a completamento, un tamburo di epoca posteriore.

L’ antico “Castellaccio”, come lo chiamavano i fiorentini all’ epoca, è legato alla memoria di un insigne concittadino fiorentino: si tratta di Matteo Scolari, fratello dell’ illustre condottiero Filippo Scolari Buondelmonti, passato alla storia come Pippo Spano. Matteo era a sua volta cavaliere e governatore in Serbia.

Il “Tempio degli Scolari” fu affidato alla progettazione di Brunelleschi dai Consoli dei Mercatanti di Calimala, esecutori testamentari di Matteo degli Scolari, il quale nel 1424 lasciò il suo patrimonio per l’ edificazione di questa chiesa dedicata alla Madonna e ai dodici apostoli. Il lascito ammontava a ben 5000 fiorini, e beneficiava anche del contributo offerto dal cugino di Matteo, ovvero Andrea, vescovo di Vardino in Ungheria.

Pianta della Rotonda degli Scolari: si notano le otto cappelle laterali intercomunicanti

Pianta della Rotonda degli Scolari: si notano le otto cappelle laterali intercomunicanti

L’ edificio è collocato in via degli Alfani, e risultava in antico annesso al Convento di Santa Maria degli Angeli. Il suo mancato completamento, sulla base dei piani del Brunelleschi, dipende dal fatto che lo stato fiorentino, impegnato nella guerra contro Lucca, decise di avocare a sè le ingenti risorse destinate in origine all’ edificio sacro. Fu così che quella che doveva essere una chiesa a pianta centrale e circolare rimase un abbozzo diruto ed inutilizzato.

Curioso ricordare come il Granduca Cosimo I ebbe in animo di utilizzare l’ edificio incompiuto come sede dell’ Accademia del Disegno, a patto che i Professori delle tre Arti della Pittura, Scultura e Architettura lo completassero a proprie spese. Il progetto non andò a buon fine a causa delle suppliche dei Monaci del Convento, che richiesero al Granduca di non mettere in esecuzione quell’ opera, acciocchè le donne non entrassero nel loro Tempio, come prescriveva il loro fondatore.

La Rotonda sull' angolo del convento di Santa Maria degli Angeli: dal codice di Bartolomeo Rustici

La Rotonda sull' angolo del convento di Santa Maria degli Angeli: dal codice di Bartolomeo Rustici

La Rotonda, sebbene incompiuta, costituisce un unicum nel suo genere, in quanto si tratta dell’ unico edificio a panta centrale, pensato per elevarsi in maniera indipendente da altre strutture. In realtà, al momento della interruzione dei lavoril, nel 1437, l’ Oratorio rimase inserito come rudere sull’ angolo del muro perimetrale del convento camaldolese di Santa Maria degli Angeli.

Curioso ricordare, in chiusura, che, allo stesso modo in cui l’ opera non finita del Brunelleschi venne lasciata in stato di degrado tale, da venir nominata “Castellaccio”, allo stesso modo, ai giorni, nostri, pur se terminata, la zona è oggetto di un’ evidente degrado, ben noto agli studenti universitari che frequentano il complesso: urina sui muri, sporcizia, mendicanti e barboni che si aggirano nei dintorni sono infatti solo una parte della varia umanità che popola di notte questi dintorni, evidentemente mai completamente redenti.

PORTAR CAVOLI A LEGNAIA

Il borgo di Legnaia, uno dei più antichi di Firenze al pari di Rifredi e di Peretola, è situato a metà strada tra Firenze e Scandicci. La sua lunga storia è legata ad una serie di curiosità ed aneddoti particolarmente interessante, a partire dal nome che, ad evidenza, ha a che fare con il legname. Da segnalare anche per alcuni interessanti monumenti collocati nel suo territorio.

Iniziamo col dire che l’ etimo della parola “Legnaia” è in effetti dovuta alle cataste di legname che venivano qui accumulate in relazione ad una distesa boscosa esistente in epoche piuttosto remote, certamente non distanti dall’ anno 1000. Il Repetti, tuttavia, nel suo monumentale Dizionario geografico della Toscana, accenna ad una eventuale altra etimologia, derivante essa da coltivazioni di lino impiantate in questa pianura: sicchè il toponimo deriverebbe in realtà da linaria. Qualunque sia l’ etimo effettivo, tuttavia, lino e legname non erano però l’ unica risorsa di cui era ricco questo territorio: Legnaia era, ed è tutt’ ora, famosa per la quantità di verdure ivi prodotte, ed in special modo per la produzione di cavoli. La quantità di cavoli prodotta a Legnaia era tale, da divenire addirittura proverbiale, tanto che  l’ espressione “portare cavoli a Legnaia” era invalsa proprio per indicare un’ azione palesemente inutile. Oggi la tradizione orticola della comunità di Legnaia è portata avanti dalla omonima cooperativa di Legnaia, che si occupa appunto della produzione e commercializzazione di prodotti della terra. La produzione di verdura sembra essere stata talmente consistente che la parte del borgo più prossimo alla porta di San Frediano veniva addirittura chiamato “Verzaia”.

La memoria storica del borgo di Legnaia è affidato principalmente a due edifici storici: il famoso Spedale del Cappone e la Villa Carducci di Legnaia. Famoso il primo, per essere stato teatro di numerosi dei cosiddetti “sconcerti”, ovvero di scene poco edificanti che coinvolgevano i pellegrini, maschi e femmine, dello Spedale, in cui quartieri erano divisi solo da bassi tramezzi; il secondo, per la presenza di un ciclo di affreschi, dedicato a uomini e donne illustri di Firenze, fra i quali spicca quello, celeberrimo, che rappresenta il condottiero Pippo Spano.