Il funerale di Stato a Corilla a spregio dell’Alfieri

Ritratto di Vittorio Alfieri

Ritratto di Vittorio Alfieri: l’illustre drammaturgo tragico visse a Firenze in Palazzo Gianfigliazzi

Chi sia Vittorio Alfieri, è appena il caso di rammentarlo: letterato, tragediografo e poeta nativo di Asti che soggiornò lunghi anni a Firenze; Corilla, invece, ben pochi ricordano chi sia, se non quasi nessuno. Questo non per sminuire i meriti della poetessa originaria di Pistoia, che fu invece anch’essa artista di ottimo livello, quanto per far comprendere fino in fondo la reale portata dell’aneddoto che mi accingo a raccontare.

Per farla breve, furono tributati a Firenze, città dove entrambi vissero a lungo, funerali di Stato, addirittura, per Corilla “Olimpica” (psudonimo escogitato da Maddalena Morelli in occasione dell’ingresso nella Accademia dell’Arcadia a Roma). Ingiustizia abnorme, se si pensa che, a dispetto della pur notevole qualità degli versi di Corilla, il tempo e la storia hanno riservato ben diverso peso, successo e notorietà fra i posteri ai due letterati.

Ma come è possibile allora che l’Alfieri, drammaturgo celebrato ed ancora oggi ampiamente proposto all’interno dei programmi ministeriali di letteratura italiana della scuola pubblica, abbia ricevuto in morte un trattamento così iniquo rispetto al suo valore? E che, all’estremo opposto, una Corilla, che oggi come oggi nessuno sa più chi fosse, ricevesse esequie fastose e monumentali? Il motivo della vicenda è di natura squisitamente politica.

Tutto comincia infatti con le truppe napoleoniche che invadono l’Italia: il governo della Toscana viene affidato al generale Alexandre Miollis. Quest’ultimo, grande estimatore dell’eccelso scrittore e tragediografo, chiede all’Alfieri, trovandosi entrambi a Firenze, un incontro per potergli esprimere tutto il suo apprezzamento. Il poeta astigiano però, fervido patriota ed ardente nazionalista, non può fare a meno di rifiutare con sdegno la proposta di Miollis, massimo rappresentante in Toscana dell’esercito invasore. Siamo nell’anno 1800, ed Alfieri risponde alla missiva del generale Miollis con parole che tracimano livore e disprezzo nei confronti dell’oppressore gallico: “Se il signor Generale Miollis comandante a Firenze ordina a Vittorio Alfieri di farsi vedere da lui, purchè il suddetto ne sappia il giorno e l’ora, egli si renderà immediatamente all’intimazione. Se poi è un semplice privato desiderio del Generale Miollis di vedere il sunnominato individuo, Vittorio Alfieri lo prega istantemente di volerlo dispensare, perchè, stante la di lui indole solitaria e selvatica, egli non riceve mai nè tratta con chi che sia..”.

Sulla stessa falsariga, ricorda nella propria autobiografia (Vita scritta da esso):«Per mia disgrazia il loro generale comandante (Miollis), in Firenze, pizzicando del letterato, volle conoscermi e civilmente passò da me una o due volte sempre non mi trovando, chè già aveva provvisto di non esser reperibile mai; nè volli pure rendere garbo per garbo col restituir per polizza la visita. Alcuni giorni dopo egli mandò ambasciata a voce, per sapere in che ora mi si potrebbe trovare. Io vedendo crescere l’insistenza e non volendo commettere ad un servitore di piazza la risposta in voce, che potea venire o scambiata o alterata, scrissi su un fogliolino : che Vittorio Alfieri, perchè non seguisse sbaglio nella risposta da rendersi dal servo al signor generale, mettea per iscritto; che se il generale in qualità di comandante in Firenze intimavagli di esser da lui, egli ci si sarebbe immediatamente costituito, come non resistente alla forza imperante, qual ch’ella si fosse; ma che se quel volermi vedere era una mera curiosità dell’individuo, Vittorio Alfieri di sua natura molto selvatico nonrinnovava oramai più conoscenza con chi che sia, e lo pregava quindi di dispensarnelo.Il generale rispose direttamente a me due parole in cui diceva che dalle mie opere gli era nata questa voglia di conoscermi, ma che ora vedendo questa mia indole ritrosa, non ne cercherebbe altrimenti

Targa commemorativa sull'abitazione di Corilla a Firenze

Targa commemorativa sull’abitazione di Corilla a Firenze: si trova sopra il portone posto in via Zannetti, 2

Fu così che, quando nel successivo novembre dello stesso anno (8 novembre 1800) spirò la poetessa Corilla, anch’essa stabilitasi a Firenze dopo la parentesi fiorentina, il governo francese nella persona del generale Miollis colse l’occasione per vendicarsi dell’Alfieri nella maniera che più gli avrebbe bruciato: decretando onoranze solenni, tenutesi nell’Accademia Fiorentina, alla letterata deceduta. E in effetti non deve essere stato affronto di poco momento per l’Alfieri vedere innalzata fino al cielo la dipartita di una rimatrice estemporanea che, per quanto abile tecnicamente, gli doveva sembrare, a cospetto dell’afflato titanico degli ideali che ispiravano la propria opera, ben poca cosa. Senza contare che Corilla, nel corso della sua carriera di abilissima versificatrice d’occasione, non aveva mai lesinato odi e sonetti assortiti in ossequio di questo o quel sovrano europeo, tanto che quasi non c’era regnante o cortigiano che non avesse ricevuto versi di sperticato encomio. Corilla era dunque ben più malleabile rispetto al potere costituito, qualunque esso fosse, rispetto all’intrattabile Alfieri.

In fin della fiera, sembra che i solenni onori funebri decretati a Corilla fossero stati dettati da desiderio di rivalsa dei francesi occupanti, nei confronti dello sprezzante Alfieri; dunque un vero e proprio funerale “a spregio”. In realtà, le esequie faraoniche tributate a Corilla potrebbero essere state dettate più semplicemente da una effettiva stima del Miollis nei confronti della poetessa, che aveva comunque dimostrato in vita doti letterarie notevoli ed aveva raggiunto infatti un vasto successo. Tuttavia, la versione qui accreditata, oltre che molto più sapida ed accattivante di quest’ultima, rispecchia con ogni probabilità la percezione che dovette averne Vittorio Alfieri, che fu sì, a quanto si dice, “salvatico e solitario”, ma certo doveva anche essere un artista di orgoglio smisurato e facile all’impermalirsi, se dobbiamo dedurre dal tono grandioso e magniloquente delle sue opere.

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Pubblicato il 15 settembre 2012, in Aneddoti e notizie storiche con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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