Il “Galateo delle buone maniere” di Monsignor Giovanni della Casa

Frontespizio della I° edizione del Galateo di Monsignor della Casa

Frontespizio della I° edizione del Galateo di Monsignor della Casa, risalente all' anno 1564

L’ opera più famosa del celebre patrizio fiorentino Monsignor della Casa, che fu in verità prolifico scrittore si più disparati argomenti, prende il nome da quello di un personaggio realmente esistito, di nome Galeazzo, che viene introdotto sotto l’ appellativo di Galateo a parlare nel suo Trattato quale dispensatore di buoni costumi e piacevoli maniere. Si trattava nella realtà di Messer Galeazzo Florimonti, vescovo di Sessa, che viene ricordato come persona d’ insigne probità, saviezza e dottrina, oltre che grande amico di Monsignor della Casa.

Dal nome di Messer Galeazzo, che viene utilizzato come protagnista del trattato in forma di monologo educativo in stile ciceroniano, ogni scritto succesivo, relativo al tema delle buone maniere, venne a chiamarsi appunto Galateo, nome proprio che, per antonomasia, divenne il nome comune di questo genere di scritti.

Anche se non ci facciamo più caso, ritenendo perfettamente normale che un trattato di buone maniere si intitoli “Galateo”, l’ intendimento di Monsignor della Casa era per l’ appunto quello di ricalcare l’ usanza dei più famosi trattatisti latini, Cicerone in primis, utilizzando come titolo un nome proprio (Galateo è infatti la forma latinizzata per “Galeazzo”), ed esplicando poi nel sottotitolo il tema o la funzione dello scritto.

Ecco quindi che il titolo completo “Galateo, ovvero De’ costumi” richiama i celeberrimi Cato maior de senectute e Lelius de amicitia dell’ arpinate, oppure gli altrettanto famosi dialoghi senechiani (come Ad Polybium de brevitate vitae).

Anche il rafforzamento del ragionamento didascalico e dei precetti con esempi aneddotici è ripreso dalla maniera latina. Ecco allora uno di questi aneddoti che merita a mio avvis0 di essere ricordato fra gli altri per la sua piacevolezza.

Quale esempio di piacevoli maniere, viene ricordato l’ esempio del vescovo di Verona, Giovanni Matteo Giberti, che, famoso per la sua cortesia nell’ accogliere gli ospiti, ebbe una volta nella sua casa il Conte Ricciardo. Il Conte, seppure uomo di bellissime maniere, aveva un piccolo difetto del quale il Vescovo Giberti, persona pratica di buoni costumi, si era accorto.

Consigliatosi con alcuni dei suoi più intimi famigli, stabilì che era opportuno farne avveduto il Conte, per quanto temessero in tal modo di urtare la sua suscettibilità. Ecco allora cosa si inventano per fare le cose con garbo: quando il Conte si accomiata dalla casa, il Vescovo manda con lui ad accompagnarlo per un tratto di strada un suo sodale di grande discrezione, in modo che, quando gli fosse parsa l’ occasione, potesse durante il tragitto fargli presente, con delicatezza, quella pecca che lui possedeva.

La persona incaricata di riprendere con garbo il Conte, dice il narratore, “era uomo già pien d’ anni, molto scienziato, e oltre ad ogni credenza piacevole, e ben parlante, e di grazioso aspetto, e molto avea de’ suoi dì usato alle corti de’ gran signori; il quale fu chiamato […] Messer Galateo, a petizion del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar questo presente Trattato “.

Dopo averlo intattenuto con piacevoli ragionamenti, al momento di accomiatarsi, Messer Galateo così si rivolge al Conte:”Signor mio, il Vescovo mio Signore rende a Vostra Signoria infinite grazie dell’ onore che egli ha da voi ricevuto […]; e oltre a ciò, in riconoscimento di tanta cortesìa da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte, e caramente vi manda pregando, che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; ed il dono è questo.  […] avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere, ed esaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata, che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme, che voi fate colle labbra e colla bocca, masticando alla mensa, con un nuovo suono molto spiacevole ad udire.”

Galateo termina dicendo che il Vescovo lo prega di accogliere questa amorevole riprensione come un dono, visto che nessun altro al mondo gliene avrebbe fatto uno simile. Risponde il Conte, dopo essere lievemente arrossito, che si sarebbe per l’ innanzi guardato diligentemente dal suo difetto, aggiungendo: “Direte al Vescovo che, se tali fossero tutti i doni, che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono, che essi non sono.”

Esempio splendido dell’ arte dell’ eufemismo e della circonlocuzione spinta all’ estremo, ben oltre i limiti anche del rinomato British undestatement.

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Pubblicato il 23 marzo 2012, in Aneddoti e notizie storiche, Opere d' arte con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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