La cacciata del Duca di Atene nella Salotta di Palazzo Vecchio: il Baphomet fiorentino

Cacciata del Duca di Atene di scuola giottesca

Cacciata del Duca di Atene di scuola giottesca: è collocata nella Salotta di Palazzo Vecchio

La storia di oggi riguarda uno degli episodi più mitizzati della storia fiorentina: ovvero la Cacciata del Duca di Atene, Gualtieri di Brienne VI, da Firenze, avvenuta nel 1343.

Dell’ avvenimento ci rimane uno splendido affresco circolare di circa tre metri di diametro, oggi collocato nella Salotta del Quartiere di Leonora in Palazzo Vecchio, cui si accede dalla Sala dei Gigli. Questo dipinto è oggetto di diverse curiosità ma anche di numerose incertezze che riguardano la sua storia sin dagli inizi.

La prima curiosità è che non si sa con certezza chi ne fosse autore: il che appare strano, se si pensa quanto la cacciata del Duca di Atene ricoprisse per Firenze un ruolo di mito fondante della Repubblica. In verità il dipinto è sempre stato attribuito dalle fonti, quando ad Andrea di Cione, detto l’ Orcagna, quando a Cennino Cennini, allievo di Giotto. Attualmente l’ ipotesi più accreditata è che il dipinto sia opera di scuola giottesca non attribuibile però con sicurezza, secondo la valutazione dello stesso Federico Zeri.

Seconda curiosità, è che il dipinto venne staccato dalla sua sede originaria, ovvero le pareti del Carcere delle Stinche: non è stato ancora appurato quale potesse essere il significato di un simile affresco, inneggiante alla libertà di Firenze, in un luogo che tutto poteva rammentare fuor che la libertà. Molto più appropriato sarebbe stato certamente che fosse dipinto in bella mostra su uno dei Palazzi del Comune, come ammonimento contro i futuri tiranni. A quanto risulta però, il dipinto stava fino al 1834, come ci rammenta lo studioso Fraticelli, in un tabernacolo dell’ edificio, oggi Teatro Verdi, che per secoli era stato il carcere di Firenze.

Terzo e più complicato enigma, che assume come vedremo i toni del giallo a sfondo esoterico (alla “Dan Brown” per intenderci) è il mistero circa il soggetto rappresentato nel dipinto. Nel 1906 Robert Davidsohn ritiene di riconoscere nell’ affresco la Cacciata del Duca di Atene, come ancora oggi si può sensatamente ritenere. Eppure ci sono alcuni particolari che porterebbero a dubitarne, e, se non fossero di maggior peso gli indizi in senso contrario, costringerebbero a dar credito alla tesi, certo peregrina, ma comunque affascinante, avanzata da un erudito del calibro di Giulio Cesare Orlandi Lensi Cardini: che cioè il dipinto abbia una connessione esplicita con la vicenda dei Templari.

Dettaglio della "Cacciata del Duca di Atene": la spada spezzata, la lancia, la bilancia ed il libro chiuso

Dettaglio della "Cacciata del Duca di Atene": la spada spezzata, la lancia, la bilancia ed il libro chiuso

Secondo l’ esegesi comunemente accettata, il dipinto mostra la cacciata del Duca di Atene avvenuta nel 1343 nel giorno di Sant’ Anna e vi si vede perciò questa santa nell’ atto di consegnare i gonfaloni del popolo, del Comune e della città a vari cittadini armati acciocchè difendano il Palazzo della Signoria, che vi è ritratto come si presentava a quel tempo. Si vede inoltre il Duca minacciato da un angelo, che fugge dal trono, e la bandiera di Brienne, il libro delle leggi, la bilancia e la spada di giustizia ignominiosamente gettati a terra.

Ora, è vero che, a motivo della cacciata nel giorno della festa di Sant’ Anna, si stabilì in tale giorno di ogni anno, un Palio di cavalli berberi, ma bisognerebbe vedere se in effetti la santa rappresentata è o meno Sant’ Anna, cosa della quale non si può esser sicuri.

Ma l’ elemento che più di tutti ha messo in moto le fantasie è stato il mostro che il supposto Gualtieri reca in seno nell’ atto di fuggire: secondo l’ interpretazione canonica, è metafora della frode che il tiranno porta in seno, o è comunque un modo come un altro per indicare con immediatezza che, nel dipinto, quel personaggio è il “cattivo della situazione”, a prescindere dal fatto che il mostro rappresenti la frode, la superbia, o qualsiasi altra cattiva consigliera.

Ma ecco la sbalorditiva tesi dell’ Orlandi Lensi: il mostro tenuto in braccio dall’ uomo in fuga che si suppone il Duca di Atene “è un animale alato con la testa d’ un òmo barbuto e calvo, che fissa severo lo spettatore; sotto la mano destra del gentilòmo, che con grazia lo sorregge, appaion le zampe posteriori d’ un leone“.

In pratica, nella sua opera intitolata “Il Bafometto dei Templari a Firenze”, sostiene che il mostro in braccio al gentiluomo altro non sarebbe che il mitologico idolo barbuto, chiamato Baphomet, che i cavalieri Templari furono accusati di adorare nelle loro riunioni segrete.

Testa barbuta del presunto Bafometto

Dettaglio che mostra l' idolo barbuto recato in mano dal fuggitivo: secondo alcuni si tratterebbe del Bafometto dei Templari

Ecco che secondo il nostro erudito, il dipinto assume tutto un altro significato, in questo caso allegorico: “l’ affresco dipinto […] si riferisce alla distruzione dell’ Ordine dei Templari e allude alle condanne degli ultimi cavalieri fiorentini rinchiusi nelle Stinche e dei quali la storia non parla. La figura del gentilòmo che s’ allontana […] rappresenta l’ Ordine del Tempio cacciato dalla storia e dalla vita che si ritira nella sede invisibile di Montsalvat. Dietro il gentilòmo resta vòto e incustodito il Trono marmoreo e trionfale della tradizione e del Gran Maestro, Jacques de Molay. La scena è centrata con la rappresentazione del Palagio della Signoria, che non significa lo stato fiorentino, la sua modesta repubblica, ma la società umana civilmente organizzata e fortificata a difesa delle minaccee dei sovvertimenti, come la Montagna, la Caverna, la Rocca o il Tempio, è il simbolo del Centro supremo dai molteplici nomi misteriosi, Tule, Luz, Salem, Agata, di cui i cavalieri Templari furono gli eroici custodi“.

In estrema sintesi, quindi, il Lensi, in un saggio di cripto-storia che pure ha la consistenza di una puntata di Voyager, sostiene che l’ uomo che fugge è metafora dei cavalieri templari di Firenze, che furono rinchiusi alle Stinche (ecco il motivo della collocazione del dipinto), e la testa barbuta è appunto il famigerato “Bafometto”.

Per quanto posa sembrare delirante, la ricostruzione ha tuttavia un minimo di argomentazioni a sostegno, come riporta lo stesso Lensi:

  • intanto l’ incongrua collocazione alle Stinche della quale abbiamo già detto;
  • il vescovo di Firenze Antonio degli Orsi fu uno dei personaggi scelti da Clemente V come inquisitori nel processo a carico dei Templari. Dall’ interrogatorio iniziato il 30 settembre 1311 emerge che i cavalieri adorano una “testa pallida, dalla chioma nera”, che chiamano in francese Maginat, ossia “l’ immagine”;
  • l’ arme dipinta al centro dello scudo che compare nel dipinto non è quella di Gualtieri di Brienne;
  • la spada spezzata, la lancia, la bilancia, il libro chiuso e lo scudo deformato sarebbero in realtà simboli di valenza esoterica;
  • infine, questo lo aggiungo io, i Templari avevano all’ epoca una qualche rilevanza a Firenze, se è vero che avevano uno Spedale per i pellegrini fuori porta San Francesco, quello stesso da cui prese il nome la Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio. E’ per questo che la zona su cui sorge oggi Santa Croce era un tempo nota genericamente come “il Tempio” (e così lo stesso Lungarno del Tempio prende il nome per questo motivo). La stessa chiesa di San Iacopo in Campo Corbolini apparteneva ai cavalieri del Tempio.

Per concludere, e per non saper scegliere definitivamente tra alcuna delle due ipotesi in gioco, lascio i lettori con una terza ipotesi, che fonde insieme le due di partenza: il dipinto potrebbe rappresentare la Cacciata del Duca di Atene, il quale reca con sè in effetti l’ idolo barbuto dei Templari. Perchè? Per spiegarlo, mi limiterò qui ad un’ allusione che gli appassionati di Voyager (o anche semplicemente chi ha letto il “Codice da Vinci”) potranno cogliere molto facilmente: Gualtieri era signore di Brienne, la quale altro non è se non la cittadina di Rennes-le-Chateau nel dipartimento dell’ Aube. Vi dice niente?

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Pubblicato il 2 marzo 2012, in Opere d' arte con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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