La “casa dei monellini” alla Quarquonia

Il pretesto di questo articolo mi venne dal mio passare, uscendo da Piazza della Signoria, per quella vietta angusta che è via de’ Cerchi. La via incrocia, dopo un centinaio di metri, via de’ Cimatori, svoltando a sinistra nella quale si riesce su via de’ Calzaiuoli nei pressi della chiesetta che vi si affaccia. Sul cantone tra via de’ Cerchi e via de’ Cimatori avevo notato, sin dalle prime volte che passavo di lì, un tabernacolo particolarmente raffinato: si trova sullo stesso spigolo del cantone, da cui pende l’ antica lanterna in ferro battuto, finemente cesellata, per l’ illuminazione stradale.

Un cartello di informazioni di quelli marroni ed una piccola iscrizione in marmo apposta sul cantone, indicavano con chiarezza che mi trovavo davanti a quello che un tempo si chiamava “Canto della Quarquonia“. Inutile dire che tale nome risultava sufficientemente bizzarro da risvegliare la mia curiosità. Volevo sapere da che cosa derivasse questo nome stravagante, e che cosa fosse quella sorta di orfanotrofio, detta all’ epoca “casa dei monellini“, cui si accennava nel cartello informativo posto aldisotto.

Incominciamo col dire che la “casa dei monellini” era appunto una via di mezzo tra un orfanotrofio ed una casa correzionale: fondato a metà del XVII secolo dal Beato Filippo Franci, radunava fanciulli poveri, diseredati ed abbandonati per qualunque motivo. I “monellini” erano questi fanciulletti che, spesse volte, venivano sottratti ad una vita malavitosa e che, già per le esperienze passate, avevano qualche piccolo precedente con la legge.

L’ orfanotrofio della Quarconia distingueva la propria opera da quella di altri orfanotrofi come lo Spedale degli Innocenti e del Bigallo perchè, mentre quelli raccoglievano e sostentavano i bambini abbandonati in fasce, questo si occupava di ragazzi, fino ai 16 anni di età, già cresciuti, e bisognosi quindi, più che di sostentamento soltanto, di una buona educazione e conduzione morale.

Non solo: erano predisposte celle di detenzione per i più indisciplinati ed incorreggibili, che potevano essere ragazzi dell’ Istituto come anche ragazzi accompagnati direttamente dai padri che non erano riusciti a correggerli.

Non si deve però pensare che ciò fosse fatto per cattivo animo nei confronti dei ragazzi reclusi: nelle intenzioni almeno del beato Filippo, questo doveva essere un modo per sottrarre i giovani alla inevitabile ed indelebile corruzione fisica e morale che avrebbero subito in un carcere vero e proprio, a contatto quotidiano con criminali incalliti.

Si narra infatti che Filippo avesse in grandissimo conto la reputazione di ogni singolo ragazzo: diceva infatti che il buon nome vale più di molto denaro. Per questo motivo era bene che i ragazzi venissero reclusi presso l’ Istituto della Quarquonia piuttosto che in un carcere in cui sicuramnte avrebbero perduto nome e dignità. Filippo costringeva inoltre i reclusi a frequentare le sacre funzioni con il volto coperto, proprio perchè la punizione non tornasse a loro detrimento.

Sulla base dello stesso principio, ovvero la preservazione dell’ onore, il beato Filippo accoglieva nell’ ospizio anche le cosiddette “gravide occulte”, ossia quelle ragazze sedotte e poi abbandonate che si ritrovavano incinte senza essere sposate. Non solo Filippo aveva in animo di preservare l’ onore delle ragazze, ma anche, come si può immaginare, di evitare che le fanciulle si rivolgessero, come via di scampo, all’ aborto, che era allora assai praticato, in forma clandestina, in casi simili.

Ma tornando al motivo della mia iniziale curiosità, ossia l’ origine del nome “Quarconia”, trovo che esso deriverebbe dalla congiunzione degli avverbiquare” e “quoniam” (che significano, rispettivamente, “per quale motivo” e “perchè”): con ciò significando, probabilmente, che la reclusione dei giovanetti nelle apposite celle veniva fatto dopo aver soppesato, come si dice in Toscana, “il perchè e il percome”. Detto in altre parole, veniva a dire che solo in casi di ragioni gravissime si procedeva all’ atto della carcerazione.

A quanto mi risulta, peraltro, “Quare quoniam” era l’ incipit (ossia la formula introduttiva) del provvedimento con il quale si disponeva la reclusione dei fanciulli nelle apposite celle correzionali.

Secondo un’ altra tradizione, il bizzarro nome “Quarquonia” deriverebbe dalla denominazione di una Magistratura secondaria, detta Calconia, la quale vigilava e giudicava i piccoli furti ai quali spesso i monelli radunati all’ Ospizio erano addetti. Calconia significava appunto la giurisdizione sui borseggiatori che scippavano la gente approfittando della “calca”.

L’ istituto della carcerazione dei fanciulli durò fino al 1786, anno in cui venne abolita con le riforme leopoldine, e l’ orfanotrofio fu trasferito nel soppresso convento di San Giuseppe in via delle Casine.

Simbolo dell’ Istituto di correzione della Quarquonia era una lupa che, in atto di leccare i propri cuccioli, era accompagnata dal motto “Lambendo figurat“, ovvero “Leccandoli li accudisce”, nel senso che basta poco per trattare in maniera affettuosa quei ragazzi che la vita aveva molto maltrattato.

Traslocato il Pio Istituto, il cantone della strada continuò a chiamarsi “canto della Quarquonia”, e gli edifici un tempo occupati dalla casa di correzione vennero adibiti a Teatro che, inizialmente, si chiamò, prima di cambiare nome più e più volte, “Teatro della Quarquonia”. Ma questa è un’ altra storia.

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Pubblicato il 15 dicembre 2011, in Edifici ed altre costruzioni artistiche e monumentali con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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