ALLE PORTE CO’ SASSI

Essere alle porte co’ sassi” è tipico modo di dire fiorentino, per significare l’ imminenza di un qualche avvenimento. Questa espressione nasce in epoca medioevale, quando Firenze, cinta dalla terza cerchia muraria della sua storia era accessibile solo negli orari stabiliti per l’ apertura delle porte cittadine. Alcune di esse, nonostante l’ abbattimento delle mura, sono tutt’ oggi visibili: rimangono in piedi infatti Porta al Prato, Porta San Gallo, e Porta alla Croce sopra l’ Arno; nella zona d’ Oltrarno rimangono visibili invece Porta San Frediano, Porta Romana, Porta di San Miniato e Porta di San Niccolò.

Le porte cittadine venivano chiuse all’ una di notte, ed è nell’ appressarsi di questo momento che i pellegrini ormai in prossimità dell’ ingresso in città lanciavano sassi contro i battenti, per indicare l’ imminenza del loro arrivo e richiedere quindi che si indugiasse a sprangarli.

Le grandi ante di legno massello furono chiuse, fino all’ abbattimento delle mura nella seconda metà dell’ 800, per mezzo di quattro chiavi che agivano sui congegni delle serrature. Le chiavi, custodite presso la sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, venivano prelevate dai militi di guardia alla sera e alla mattina e successivamente riportate al loro posto. Tre gruppi di quattro chiavi ciascuno, un tempo utilizzati per aprire le porte di San Gallo, San Frediano e Porta Romana, sono conservati oggi quale cimelio nel Museo “Firenze com’ era”, in via Sant’ Egidio.

Le chiavi delle porte della città erano fabbricate con meravigliosa perizia dai chiavaioli di Firenze, che erano costituiti in una propria Corporazione iscritta tra le Arti Minori. Le botteghe dei chiavaioli erano concentrate in particolare lungo un breve tratto di via dell’ Arcivescovado (oggi via Roma). Il mestiere di chiavaiolo era particolarmente delicato dal punto di vista della legge, in quanto si prestava a rischi di falsificazioni o comunque di complicità in furti e scassi di scrigni e abitazioni. Ecco perchè lo Statuto dell’ Arte prevedeva, ad esempio, che chiunque voleva fare una chiave era obbligato a dimostrarsi proprietario dell’ oggetto o dell’ abitazione di destinazione, mostrandone la relativa serratura. Particolarmente severe erano le pene previste nei confronti di chiavaioli che, d’ accordo con malfattori, avessero preso impronte in cera di chiavi o serrature: oltre all’ espulsione dall’ Arte, il colpevole veniva messo nelle mani del Bargello che gli comminava pene proprorzionate a così grave delitto contro la fede pubblica.

I chiavaioli onoravano San Zanobi quale loro patrono, il 25 maggio di ogni anno, con la consueta offerta al pilastro con l’ effigie del santo, custodita in Orsanmichele. Nell’ occasione veniva esposto anche un busto di argento contenente, quale reliquia, parte della testa del santo, venerata dal popolo fiorentino ed invocata contro il mal di testa.

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Pubblicato il 4 ottobre 2011, in Proverbi, detti e modi di dire con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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