SAN GIOVANNI NON VUOLE INGANNI

SAN GIOVANNI NON VUOLE INGANNI

Quando a Firenze, in epoca medioevale, venne coniato questo modo di dire, ci si riferiva al fatto che il fiorino, la moneta aurea battuta a Firenze, portava sul verso, ossia sul lato posteriore, l’ effigie di San Giovanni Battista, patrono della città, a garanzia del peso e della purezza in oro della moneta. Quindi, l’ espressione “San Giovanni non vuole inganni” esprimeva da un lato il fatto che l’ apposizione della figura del Santo rendeva difficili eventuali falsificazioni, dall’ altro, voleva dire che la falsificazione del fiorino era non solo un’ azione moralmente riprovevole, ma costituiva anche un gravissimo reato.

Della riprovazione morale dei cittadini nei confronti dei falsari, abbiamo testimonianza nella Commedia di Dante, che non a caso mette nell’ Inferno i falsari della moneta: al Canto XXX, infatti, Dante parla della punizione ultraterrena di un certo “Maestro Adamo“, colpevole di aver battuto fiorini falsi al servizio dei Conti Guidi nel castello di Romena in Casentino. Ecco i versi in cui si parla del falsario:

“O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo”,
diss’elli a noi, “guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

In questi versi Dante ci ragguaglia della pena cui è condannato il peccatore, in virtù della legge del “contrappasso”: avendo in vita falsificato la moneta, adesso l’ idropisia ne deforma il corpo rendendolo irriconoscibile. Inoltre, come in vita fu avido di ricchezze, al punto da ricorrere alla falsificazione dei fiorini, in morte brama anche solo una goccia d’ acqua che mai potrà avere. E poi continua:

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

In questo passo è mostrato il luogo in cui il peccato fu commesso, ed i mandanti del grave reato, ossia i tre fratelli Guidi, signori di Romena e del Casentino. Ci informa anche della pena che subì: egli fu infatti condannato alla pena capitale del rogo; segno che i fiorentini prendevano molto sul serio la questione della falsificazione. Infine, ci viene fornito un dettaglio sul modo della falsificazione:

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia”.

Con questi versi Dante ci informa che Maestro Adamo batteva fiorini che, invece di contenere oro a 24 carati, era adulterata con tre carati di metallo vile.

Ma la falsificazione non era l’ unico modo di attentare al valore intrinseco della moneta fiorentina: altro gravissimo reato era “tosare” i fiorini, ossia limarli per asportarne piccole (ma preziose!) quantità di oro. La pratica della tosatura dei fiorini, che interessava i bordi della moneta, è all’ origine dell’ uso di coniare monete con i bordi zigrinati, che si è conservato fino ad oggi, quantunque le monete odierne non possiedano più un valore intrinseco.

Da ultimo, giova ricordare il detto, in voga fra i mercanti del medioevo, per cui “la moneta cattiva scaccia quella buona“: le durissime punizioni previste a presidio del valore intrinseco del fiorino derivavano, infatti, dal fenomeno per cui la circolazione di moneta cattiva (ossia falsificata o tosata) avrebbe prodotto col tempo la scomparsa di quella buona (ossia intatta). Questo perchè, chi spendeva, aveva naturalmente convenienza a metter in circolo quella di minor pregio, e a tesaurizzare quella di maggior valore.

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Pubblicato il 6 agosto 2011 su Aneddoti e notizie storiche. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. non sapevo che il detto derivasse dal conio di una moneta! grazie!

    • grazie per la tua visita
      ci sono una infinità di altre curiosità che puoi scoprire sul blog wikiflorence, torna a visitarlo a registrati al feed, che ti spedisce alla mail ogni nuovo articolo!
      ciao

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