I PAZZERELLI A FIRENZE: TRA ORRORE ED AVANGUARDIA

I PAZZERELLI A FIRENZE: TRA ORRORE ED AVANGUARDIA

Il nome di Bonifacio Lupi è legato a doppio filo alla storia di Firenze: come condottiero militare, nominato capitano generale nella guerra contro Pisa del 1362 e come cittadino di Firenze, della quale ebbe la cittadinanza onoraria nel 1369, per aver istituito la “pazzeria di Bonifacio“, primo “ospedale psichiatrico” in Italia.

L’ Ospedale di Bonifacio per il ricovero dei malati di mente aveva sede nell’ edificio che attualmente ospita la Questura in via San Gallo: non è raro ai nostri giorni trovare il vasto loggiato della Questura stracolmo di extra-comunitari in fila per richiedere il permesso di soggiorno: segno che l’ edificio, nonostante il passare del tempo, è ancora oggi meta di disperati, seppure di tipo diverso da quelli che vi alloggiarono fino all ‘800. A ricordo della grandiosa carità del Lupi, rimane a lui intitolata la via che dai viali di circonvallazione giunge in San Gallo costeggiando la Questura sul lato sinistro. I fiorentini finirono addirittura per chiamare il sanatorio “l’ Ospedale di San Bonifacio”: con questo titolo, è riprodotto in una tela del pittore macchiaiolo Telemaco Signorini del 1865, raffigurante lo stanzone in cui erano recluse le “agitate”, ossia le isteriche.

A dire il vero, l’ Ospedale Bonifacio, dedicato a San Giovanni Battista, venne istituzionalmente dedicato alla cura dei pazzi solo in epoca lorenese, nel 1785, mentre in precedenza era stato un ricovero per i poveri, ivi inclusi i malati di mente che, evidentemente, ricchi non dovevano essere. Il primo istituto in cui i “pazzerelli“, come venivano chiamati a Firenze, venivano realmente accuditi fu quello del Canto alla Mela, ossia all’ incrocio tra via de’ Macci e Via Ghibellina, dove ancora oggi è visibile la lastra adorna di frutti e di foglie con sopra scritto “Mela“, che era il simbolo di una delle “Potenze festeggianti” di Firenze.

Il ricovero psichiatrico fu pensato e voluto dal frate carmelitano Alberto Leoni da Mantova del convento di Santa Maria Maggiore di Firenze, consapevole delle inaudite sofferenze dei malati di mente, il quale, mosso dalla compassione per gli alienati, si rivolse direttamente all’arcivescovo fiorentino Pietro Niccolini a cui propose la fondazione di una casa di ricovero e di cura (ma, più che altro, di protezione) per i malati di mente. Ammirato da tanta pietosa avvedutezza, il Niccolini diede incarico allo stesso frate di concretizzare il progetto. Malauguratamente, però, Alberto Leoni passò a miglior vita poco dopo, senza poter vedere coronato il nobile e desiderato programma.

Fu così che un altro frate, dello stesso ordine, tale Giovanni Antonio Diciotto da Bergamo, portò a compimento l’opera intrapresa dal suo predecessore, per aver cura dei “pazzerelli” di Firenze, di ambo i sessi.

Il 6 febbraio 1643, festa di Santa Dorotea, fu dato avvio al primo manicomio  acquistando un piccolo immobile posto in via Ghibellina al Canto alla Mela, nel quale si cominciò a ricoverare tutti coloro “di non sana mente, chiamati volgarmente pazzi“, che finalmente potevano fruire di un’assistenza medica in adeguati locali all’insegna di “metti il matto da sé, diventerà savio”. Il Redi, nelle sue opere, ci informa che il modo di dire “dubito di non dare la volta al canto” significava “dubito di non impazzire”, con riferimento proprio a quel Canto alla Mela che per i fiorentini era sinonimo di ricovero dei matti.

I folli, provenienti da tutta la Toscana, ed in certi casi anche oltre, trovarono finalmente un riparo dalle umiliazioni ed i maltrattamenti cui erano in precedenza sottoposti, fino a quando la più parte non moriva di stenti o si suicidava. Ancora una volta, Firenze si mostra all’ avanguardia rispetto agli stati italiani dell’ epoca, come quando il principe Pietro Leopoldo di Lorena sarà il primo, nel 1786, ad abolire la pena di morte.

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Pubblicato il 6 agosto 2011 su Edifici ed altre costruzioni artistiche e monumentali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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