Le Stinche: da carcere a teatro

Litografia del Carcere delle Stinche

Litografia del Carcere delle Stinche: nell' immagine d' epoca si nota l' alta muraglia che circondava la prigione

La storia penale di Firenze ricorda numerosi luoghi di detenzione che si sono succeduti nel tempo, molti dei quali sono poi, col tempo, stati oggetto di un radicale mutamento di destinazione d’ uso, fino a divenire edifici completamente irriconoscibili. E’ questo, appunto, il caso di oggi, che mi ha incuriosito per l’ incredibile cambiamento verificatosi nel tempo.

Il protagonista di oggi è infatti l’ antico quanto famigerato carcere delle Stinche, del quale dico per ora, confermando l’ accenno contenuto nel titolo dell’ articolo, che è divenuto addirittura un teatro.

Il carcere delle Stinche è stato forse, insieme alle Murate ed all’ attuale carcere di Sollicciano, l’ istituto di detenzione più famoso e temuto della storia di Firenze: al punto che, nel corso della funzione detentiva, dire “andare alle Stinche” voleva dire andare, per antonomasia, in carcere, così come si è detto in seguito “andare alle Murate” o “andare a Sollicciano”.

In realtà le prigioni della storia di Firenze sono state molto più numerose: basti pensare alle celle del Bargello, al famigerato “Alberghetto” nella Torre di Arnolfo, dove fu detenuto Cosimo il Vecchio, e poi ancora alle cosiddette “burella”, ossia le celle, ricavate dagli anfratti costituiti dai sotterranei dell’ anfiteatro romano (curioso ricordare in proposito che esiste a Firenze, infatti, anche Via delle Burella).

Oggi però mi voglio concentrare su questo caso curioso di carcere dal nome stravagante. Non si può infatti negare che “Stinche” sia un nome piuttosto bizzarro. Ma ecco da cosa deriva: il carcere delle Stinche, che era la prigione pubblica di Firenze, prende il nome dal Castello delle Stinche presso Greve in Chianti: nel 1304, la Repubblica fiorentina mosse contro il castello, lo conquistò e lo disfece, portando tutti gli occupanti a Firenze come prigionieri. Essi furono i primi detenuti del carcere fiorentino, e, proprio a motivo della provenienza dei prigionieri, il carcere ebbe il nome che poi gli rimase.

Litografia del teatro Verdi

Litografia del teatro Verdi: l' immagine d' epoca mostra il Teatro come appare attualmente

Qualcuno si starà forse chiedendo se mi sono dimenticato di specificare qual’ è il teatro che ha preso il posto del carcere. In realtà l’ ho fatto volutamente, per poter introdurre un’ altra curiosità, che dovrebbe far risalire i lettori alla localizzazione dell’ edificio. Posso dire infatti che esiste a tutt’ oggi a Firenze, una via che si chiama “via Isola delle Stinche”, ed il motivo è presto detto: “isola” stava a significare quello che oggi chiameremmo “isolato” (vocabolo peraltro mutuato dal latino insula, che indicava un casamento unitario), ed era il vocabolo appropriato perchè l’ edificio del carcere occupava tutto lo spazio rettangolare compreso fra quattro strade ortogonali (un0 isolato, appunto). Questo ci dà un’ idea delle dimensioni di questo carcere e di quante persone potesse arrivare a capire.

Se non avete indovinato, o non avete voglia di documentarvi, ecco la risposta: via dell’ Isola delle Stinche è una delle vie che, con via Ghibellina, via dei Pandolfini e via Verdi, delimita l’ isolato in cui ha sede attualmente il Teatro Verdi.

Tabernacolo del Canto alle Stinche

Il Tabernacolo del Canto alle Stinche

Le vestigia più cospicue dell’ antico carcere sono costituite da un antichissimo tabernacolo, ancora esistente sul cantone fra via Ghibellina e via dell’ Isola delle Stinche. La cantonata su cui sorge il tabernacolo, come tesimoniato dalla targa lapidea, si chiama ancora oggi Canto delle Stinche. Il tabernacolo al canto delle Stinche non è collocato a caso: esso sorge infatti, come numerosi altri, sul percorso che i condannati a morte facevano per arrivare dal Palazzo del Bargello al Prato della Giustizia, luogo in cui venivano eseguite le condanne a morte. Ciascun tabernacolo costituiva una stazione della piccola “via crucis” del condannato e vi si fermava la processione in marcia per il patibolo per consentire ai fratelli della Compagnia dei Neri della Croce al Tempio di confortarli.

Il tabernacolo al canto delle Stinche, dipinto da Giovanni di San Giovanni, rappresenta a fresco Gesù Cristo che benedice gli elemosinieri che soccorrono i carcerati. Anche il tabernacolo conserva una sua piccola curiosità: l’ autore del dipinto si è infatti immortalato tra i personaggi presenti sulla scena.

Sull’ ingresso del carcere esisteva un cartiglio lapideo in cui si leggeva un motto latino che invitava ad aver compassione degli infelici che vi erano rinchiusi. La scritta recitava “Oportet misereri“, ovvero “E’ d’ uopo avere compassione”.

Nel corso del tempo, le Stinche furono utilizzate sia come carcere criminale, sia come carcere civile per i debitori. E’ in quest’ ultima veste che le frequentarono personaggi importanti come gli insigni storici Giovanni Villani e Giovanni Cavalcanti, il pittore Cennino Cennini e Lodovico signore di Marradi.

Targa del Canto alle Stinche

Targa del Canto alle Stinche: si intravede sulla destra il Tabernacolo delle Stinche

Termino il capitolo carcerario relativo alle Stinche con un’ ultima curiosità: sebbene le condizioni di vita nella prigione fiorentina fossero notoriamente durissime, la reclusione era tuttavia considerata un privilegio rispetto alla terribile condanna alla “galera”, cioè il trasferimento a Livorno per l’ impiego ai lavori forzati come rematori sulle imbarcazioni mercantili o da guerra. Segno evidente di questa circostanza è data dal fatto che, secondo la legislazione penale vigente a Firenze all’ epoca, i cittadini fiorentini, le donne ed i minorenni, beneficiavano, per alcuni reati, della commutazione della pena della “galera” con un uguale periodo presso il carcere le Stinche. Ci si stava male, quindi, ma evidentemente c’ era anche di peggio!

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Pubblicato il 5 agosto 2011, in Edifici ed altre costruzioni artistiche e monumentali con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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