Archivi categoria: Proverbi, detti e modi di dire

Etimologia ed origini dei più noti modi di dire e proverbi di Firenze che sono passati nell’ utilizzo quotidiano della lingua in Toscana ed in Italia

Puzzare come una “bubbola”

La cosiddetta “bubbola” è un animale tipicamente indigeno delle campagne toscane, che per le genti che ci abitano è per antonomasia un sinonimo di “bestia puzzolente” o comunque di un qualcosa di sporco o che puzza in modo irresistibile. La cosa curiosa è che questo fatto è praticamente sconosciuto a chi abita in città, ormai la più parte delle persone: al punto che, anzi, questo straordinario animale è ben più rinomato per la la bellezza dei suoi lineamenti bizzarri e fantastici.

Per farla breve, la “bubbola” in fiorentino è il nome dialettale che indica l’upupa, uccello che, come accennavo, è difficile non conoscere, per via della eccentrica stravaganza con cui la natura ha plasmato la sua livrea: chi non ricorda il becco lunghissimo, le ali a strìe bianche e nere ed il corpo arancione, che termina sulla sommità del capo con il l’inconfondibile cresta erettile, le cui penne digitate sono di colore arancio accesso con la punta nera?

Ecco, questo piccolo prodigio della natura, noto ai più per la sua forma appariscente, ci è conservato dalla sapienza contadina delle campagne intorno a Firenze come animale eminentemente puzzolente. Il motivo ne è che, nel corso del periodo riproduttivo, la ghiandola posta all’estremità della coda, detta uropigio, inizia a secernere, in luogo del consueto liquido oleoso e inodore che serve per toelettare le piume, un liquido nerastro dal caratteristico odore nauseabondo che, secondo l’interpretazione prevalente degli ornitologi, ha la funzione di scoraggiare l’avvicinamento di intrusi e predatori proprio nel momento in cui la femmina e i piccoli sono più vulnerabili.

Non è però questo l’unico motivo che ha fatto nascere radicate credenze popolari in base alle quali l’upupa sarebbe un animale particolarmente sporco e graveolente. In effetti ci sono altre due circostanze che individuano la “bubbola” coma bestia puzzolente per antonomasia, sebbene si tratti in realtà di un mero fraintendimento:

  • i piccoli di upupa sono in grado di spruzzare le proprie feci a grande distanza per allontanare eventuali predatori;
  • nonostante la femmina, che cura la cova, tenti solitamente di mantenere l’igiene del nido allontanando le feci dei nidiacei, gli osservatori del passato trovavano spesso sporco a causa sia delle piccole dimensioni del nido, che spesso rendono difficoltosa l’eliminazione delle deiezioni, sia perchè spesso gli upupa si trovano a riutilizzare come nido alloggi precedentemente usati da columbiformi, che al contrario, non ripuliscono i propri nidi.

Un’ulteriore e forse più risalente credenza sul cattivo odore emanato dagli upupa è riportata anche dalla definizione che si trova in merito nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, in cui si legge: “Upupa è un’ uccello, con una cresta in capo, e vivono di cose putride, e laide, e però è il lor fiato puzzolente molto. Lo diciamo più comunemente BUBBOLA.”

Ulteriore notizia sulla peculiare caratteristica dell’upupa si ritrova nel Dizionario di Scienze Naturali, edito a Firenze nel 1841 per i tipi di Batelli e Comp., ove si legge, alla voce “Gallo di Bosco”, che questo appellativo solitamente utilizzato per indicare il Gallo Cedrone è altresì in uso in Toscana per definire la “bubbola”, ovvero l’upupa, “che chiamasi eziandio gallo d’estate, gallo merdoso e gallo puzzolente”.

Upupa in volo con la cresta eretta

Upupa in volo con la cresta eretta: per secoli vittima di credenza popolari che lo volevano sporco, puzzolente e di malaugurio.

Quanto alla derivazione del toscanìsmo “bubbola” in luogo di “upupa” non è dubbio si tratti di una semplice storpiatura, che mantiene comunque inalterata la derivazione onomatopeica del vocabolo principale dal caratteristico richiamo del volatile (che suona come: hup-hup-hup). Dubbio piuttosto il percorso di derivazione che ha prodotto la suddetta storpiatura toscana: se derivi da un diminutivo latino (da upupa > upupula, e quindi bubbola), oppure dal termine, anch’esso latino (bubo), che indica il barbagianni, uccello notturno molto spesso confuso, sino a secoli recenti, con l’upupa proprio per la somiglianza del richiamo (da cui deriva poi il nome), anche se in realtà l’ùpupa, al contrario del barbagianni, è un uccello diurno.

“Esse’ come lo strolago di Brozzi”

Esse’ come lo strolago (astrologo) di Brozzi, che conosceva i pruni al tasto e la merda al puzzo“, è il modo di dire completo che si usa a Firenze per definire un individuo che, dandosi arie di esperto conoscitore dei fenomeni dell’orbe terracqueo, non fa che predire avvenimenti già in corso, e palesemente da tutti conosciuti, o che non possono fare a meno di presentarsi.

Il detto fiorentino fa riferimento appunto ad un tizio di Brozzi, preteso astrologo, di nome Cajo Sesto Baccelli: questo novello Monsieur de Lapalisse è rimasto in effetti famoso per le sue velleità di far l’astrologo, quando le sue capacità divinatorie si limitavano in effetti all’enunciazione di proposizioni del tutto scontate.

L’abate Rinaldo Maria Bracci, nelle note che accompagnano le Satire di Benedetto Menzini, ricorda in termini poco lusinghieri che “di Brozzi era nativo quello scimunito che goffamente pretendeva farla da Strolago, col predire la mutazione non già futura, ma che in atto avveniva, dicendo ch’e’ voleva piovere e tuonare, quando attualmente pioveva, e tuonava. E però diede cagione al noto proverbio che si riferisce a coloro i quali vogliono far da indovini, col predire quel che attualmente accade, o che non può far a meno di accadere“.

Vero Cajo Sesto Baccelli

Copertina dell’edizione 2013 del “Vero Cajo Sesto Baccelli – Lunario per gli agricoltori”, 135° edizione della serie inventata dallo “strolago di Brozzi”

Al nome dello Strolago di Brozzi è indissolubilmente legato il celeberrimo “Sesto Cajo Baccelli – Lunario per gli agricoltori“, sorta di almanacco che conteneva consigli pratici sulla coltivazione, il raccolto e la cura della della terra in generale, rispetto alla fasi lunari, il tutto inframmezzato da rime e proverbi contadini.

In questa sua opera a metà fra la pratica agreste e la letteratura in rima, Sesto Cajo Baccelli dispensa quindi cognizioni di astronomia spicciola per i lavori di campagna: questo a sottolineare che, come i primi chimici della storia erano ancora “alchimisti”, chi aveva rudimenti di scienze celesti veniva definito all’epoca “strolago”, senza fare netta distinzione fra astronomia e astrologia.

Il successo dell’opera fu tale che il lunario, col titolo di “Il vero Cajo Sesto Baccelli” si stampa ancora oggi, proseguendo l’antica tradizione delle effemeridi abbinate a consigli pratici e proverbi, che ha prodotto una vasta genìa di concorrenti rispetto all’originale dello “strolago di Brozzi” (il più famoso è forse il diffusissimo Calendario di Frate Indovino). Nel 2012 (lunario per il 2013) ha raggiunto la sua 135° edizione.

“Parer de’ Baronci”: la bruttezza per antonomasia

Deformità dei membri della famiglia Baronci

La stampa dell’Archivio Alinari descrive in maniera significativa la proverbiale bruttezza ovvero deformità dei memebri della famiglia Baronci, come descritti nella VI giornata del Decameron: la figura mostra infatti un individuo del tutto sproporzionato fisicamente

Nella celeberrima novella del Decameron (VI giornata, 10° novella), Frate Cipolla da Certaldo, per significare la singolare bruttezza della serva Nuta, cui il suo lezzo famiglio Guccio Imbratta sta facendo la corte, riporta un modo di dire molto in voga all’epoca a Firenze: “[Guccio Porco] veduto avea una fante così malfatta che parea essere de’Baronci“.

Appare evidente che il Boccaccio si riferisce ad una famiglia, i Baronci appunto, dei quali doveva essere nota per antonomasia la proverbiale bruttezza.

A riprova di questo luogo comune della Firenze medioevale, la famiglia dei Baronci è citata nel medesimo senso anche nelle novelle 5 e 6 della stessa giornata:

  • nella 5° novella, Panfilo, per mostrare che spesse volte grandi talenti sono celati sotto le spoglie di persone bruttissime, porta l’esempio del giurista Forese di Rabatta, del quale dice che “essendo di persona piccolo e sformato, con viso piatto e ricagnato, che a qualunque de’ Baronci più trasformato l’ebbe, sarebbe stato sozzo [...]“.
  • nella 6° novella, un tale Michele Scalza, si cimenta nel dimostrare, per scommessa, che i Baronci sono la famiglia più antica del mondo. A questo scopo afferma che i Baronci furono creati quando Dio stava ancora imparando a dipingere, mentre tutti gli altri uomini vennero creati quando ormai aveva appreso quell’arte: infatti gli uomini hanno i visi ben fatti e proporzionati, mentre i Baronci hanno il viso lungo e stretto, oppure eccessivamente largo; alcuni di loro hanno il naso lungo e altri corto, alcuni hanno il mento sporgente verso l’alto e mascelle grandi come quelle di un asino; alcuni di loro hanno un occhio più grosso dell’altro e persino uno più basso dell’altro, proprio come avviene per i visi che disegnati dai bambini quando ancora non sanno disegnare. Dunque è ovvio che Dio li creò quando ancora stava imparando a dipingere, il che dimostra che sono i più antichi del mondo e, di conseguenza, i più nobili.

A livello storico, di questa famiglia sappiamo soltanto che, originaria della zona di San Casciano Val di Pesa, dove risultavano proprietari terrieri, si inurbarono a Firenze andando a vivere nel quartiere San Giovanni, quello del Battistero, e per la precisione nei pressi della chiesa di Santa Maria Maggiore. E’ molto probabile che la proverbiale bruttezza attribuita alla famiglia derivi dalla deformità anche di un solo membro della famiglia, che magari era molto noto perchè aveva ricoperto qualche importante carica repubblicana.

Quel che più stupisce, e trovo curioso, è che della famiglia dei Baronci non si trova quasi nessuna notizia, segno che non doveva essere particolarmente ragguardevole; e in effetti gli unici riscontri a questo che doveva essere modo di dire comunissimo all’epoca, si ritrovano soltanto nel Decameron.

Andare alle Ballodole

Questo è un modo di dire tutto fiorentino, che penso sia in uso al massimo nelle province immediatamente limitrofe, quali Prato o Pistoia. Ecco perchè lo presento come autentica squisitezza lessicale: si dice “mandare tutto alle ballodole”, comunenemente, per intendere una situazione nella quale si lascia andare tutto allo sfascio, oppure “andare alle ballodole” per intendere “andare in rovina”.

Ebbene, questo modo di dire ha un origine curiosa, che affonda le proprie radici nella tradizione funeraria dell’ area fiorentina. “Andare alle Ballodole” infatti, significava originariamente “morire”. Il termine ballodole infatti è mutuato da uno dei più antichi cimiteri di Firenze, che si chiamava appunto “cimitero delle Ballodole” in quanto posto nella località dello stesso nome. Col tempo, l’ espressione è passata in proverbio, attenuando però il suo connotato di sventura dalla “morte” alla “rovina” o al “dissesto finanziario”

Ecco quindi che il significato del modo di dire risulta esplicito una volta conosciuta la primitiva destinazione d’ uso del luogo al cui toponimo ci si riferisce. Conviene tuttavia andare più a fondo nella questione, e vedere come, quando e perchè la località in parola è divenuta sinonimo di “area cimiteriale”.

Cominciamo col dire intanto che “Ballodole” deriva dalla contrazione del nome originario della piccola valle in cui il cimitero aveva sede, che si chiamava appunto “Val di Lodole”. Non conosco a tutt’ ora l’ etimo di questo curioso toponimo, ma voglio comunque annotare, a beneficio dei lettori che non hanno dimestichezza col parlato toscano, che “lodola” è termine colloquiale con il quale si designano in Toscana le “allodole” (specie Alauda arvensis), ovvero gli uccelletti canori, che era uso, nei secoli passati, tenere in gabbia come animali da compagnia, dandogli da mangiare l’ uovo sodo perchè cantassero.

La località delle Ballodole, situata nella zona di Careggi, dista poco più di un chilometro dall’ attuale cimitero di Trespiano, ovvero il sito per le sepolture comuni che ha sostituito quello antico delle Ballodole. In questa località collocata nella zona limitrofa di Firenze, si trova tutt’ ora una villa cinquescentesca, ridotta adesso a casa colonica: si tratta di quella che era un tempo “Villa il Peruzzo”, ed essa giace in fronte ad un pianoro dal significativo nome di “Camposantino”, a ricordo del vicino cimitero che sorgeva in questa località di Ballodole.

Il “Peruzzo” esiste ancora, sebbene contraffatta dal tempo e dall’ incuria, lungo lo stradello che ancora oggi si chiama via della Ballodole: passato Careggi, basta proseguire sulla via principale che si dirige verso Pian di San Bartolo, e svoltare sulla destra nella traversa successiva a via di Careggi. Sembra che il camposanto delle Ballodole sorgesse un tempo quasi in faccia al sito in cui si trova il Peruzzo.

Il piccolo cimitero detto “delle Ballodole” era stato costruito per supplire alla enorme quantità di sepolture necessitato dalla peste. Si tratta peraltro del primo cimitero per la sepoltura della gente comune aldifuori delle chiese. Quello che è certo, è che doveva essere in disuso già prima dell’ inizio del XVIII secolo, se è vero che nel 1784, data della legge leopoldina sui cimiteri della Toscana, Trespiano svolgeva la funzione di cimitero comune per la sepoltura dei cittadini fiorentini.

Trombe e campane: l’ aneddoto di Pier Capponi

L’ espressione riportata nel titolo, caduta forse ormai in disuso, se non in senso ironico, quando si vuole in maniera teatrale sottolineare lo sdegno, vero o scherzoso che sia, per un qualche affronto che non può essere sopportato.

Di sicuro è un modo di dire che è divenuto proverbiale proprio in riferimento a situazioni in cui, di fronte all’ arroganza di un potente, ci si ribella facendo presente che la pelle sarà venduta a caro prezzo.

La cosa curiosa è però scoprire come, quando e dove nasce.

A questo proposito bisogna rammentare la vicenda in cui Carlo VIII, re dei francesi, valicò le Alpi con un grande esercito nel 1494, inviando ambasciatori ai principi della penisola per aver libero il passo e vettovaglie, fino al Regno di Napoli, che voleva strappare agli Aragonesi.

Nella sua discesa verso il meridione, Carlo VIII si trovava dover passare per i possedimenti dello Stato di Firenze, ma Piero de’ Medici, signore della città dopo la morte del padre Lorenzo (il Magnifico) nel 1492, era risoluto a stare dalla parte degli Aragonesi, negava ogni cosa e consigliava di resistere ai Francesi.

Carlo, riuscì a strappare con gran fatica Fivizzano ai fiorentini, mentre le fortezze di Sarzana e Sarzanello resistevano, finchè la viltà di Piero de’ Medici non voltò le cose a mal partito. Per paura della calata dell’ esercito francese, infatti, si decise ad arrendersi, consegnando le fortezze di Sarzana e Sarzanello, e pure quella di Pisa; gli promise anche denaro, e la rimozione di ogni impedimento nel suo passaggio in Toscana. La ingominiosa ferita fatta all’ onore della Repubblica produsse una grandissima concitazione in tutta Firenze ed i cittadini iniziarono a tumultuare e a tramare di cacciare dalla città quell’ indegno che, senza consiglio delle autorità, aveva agito avventatamente di sua iniziativa.

E quando Piero arrivò a Firenze per chetare il tumulto, fu invece costretto alla fuga. Il popolo infuriato saccheggiò due palazzi medicei e richiamò le famiglie che erano al confino, come i Neroni e i Pazzi. Nel novembre 1494, la Signoria, accompaganta dal clero cittadino, accoglieva Carlo VIII a Firenze, che faceva ingresso da porta San Frediano. Il dispetto per l’ atteggiamento arrogante del re era tuttavia palpabile. I cittadini più solleciti della libertà della patria avevano radunato nelle proprie case una quantità di loro lavoranti e contadini dalle campagne, pronti ad uscire in armi al primo tocco di campana.

Andato a prendere alloggio presso il Palazzo Medici in via Larga, Carlo inizò a parlamentare con la Signoria e le sue prime domande furono insolentissime, fino al punto di voler essere riconosciuto signore di Firenze. Insospettito da una rissa che aveva avuto luogo presso alla Porta al Prato tra i soldati svizzeri ed il popolo minuto, Carlo si decise successivamente a restringere le sue richieste ad una somma di denaro enorme, dicendo che era l’ ultima concessione che faceva alla Repubblica fiorentina ed infliggendo così una sorta di ultimatum.

Provate a immaginare la scena: la delegazione della Repubblica fiorentina, capeggiata dal Gonfaloniere di Giustizia Pier Capponi, fronteggia la delegazione del re di Francia, Carlo VIII. Questi, con atteggiamenti ed accenti volutamente provocatori rimarca la condizione di superiorità nella quale si trova ed ostenta sicurezza sull’ esito delle trattative. I fiorentini, per contro, tentano di far buon viso a cattivo gioco, e sentono dentro ribollirsi per l’ umiliazione che gli tocca d’ inghiottire. Finalmente, il Capponi, all’ ingiunzione del Re di accettare le condizioni poste, se vuole evitare a Firenze il saccheggio delle truppe francesi che può scatenare con uno squillo di tromba, sbotta, in un èmpito di orgoglio, la frase che è passata in proverbio: “Voi date fiato alle vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane!”.

Con questa espressione, il Capponi faceva riferimento effettivamente ad una delle più consolidate tradizioni di Firenze: le campane suonate a martello indicavano alla popolazione di accorrere perchè una grave calamità incombeva sulla città. In pratica “suonare le campane” significava, per antonomasia, chiamare i cittadini alla difesa in armi della città. Fra tutte le campane, celebre per la sua funzione di richiamo del popolo era la “Martinella”, il campanone posto sulla Torre di Arnolfo in Palazzo Vecchio.

Per la cronaca, pare che il sussulto di orgoglio del Capponi sortisse l’ effetto desiderato, visto che il re si decise, a quel punto, visto l’ impeto dei rappresentanti di Firenze, a venire a più miti consigli, e si accontentò di imporre condizioni meno gravose.

L’ aneddoto, peraltro, contiene anche un insegnamento valido in molte circostanze: non sempre essere arrendevoli è la via migliore da percorrere. C’ è infatti un limite oltre il quale bisogna ribellarsi all’ arroganza di chi, sentendosi in posizione di superiorità, crede di tutto potersi prmettere.

“Essere al lumicino”: i Buonomini di San Martino

E’ detto comune in Toscana “essere al lumicino”, per indicare una situazione di gravissima penuria di mezzi di sostantamento. Si dice anche di qualcuno che ha quasi finito le forze ed è in punto di morte.

La genesi di questo modo di dire deriva da una situazione reale della Firenze antica, passata poi in proverbio per la consuetudine. Per scoprirne l’ origine basta recarsi nella deliziosa piazzetta di San Martino a Firenze, sulla quale si apre fra gli altri l’ ingresso di una delle sedi del Tribunale di Firenze (che verranno infine tutte raggruppate presso il Palagiustizia di Novoli nuovo di zecca).

Nella piazzetta sorge il minuscolo Oratorio di San Martino, presso il cui ingresso sta un cartello informativo che spiega al visitatore di dove sia venuta fuori la curiosa espressione. Presso l’ Oratorio di San Martino fu fondato per volere del santo vescovo di Firenze, Antonino, una Congregazione detta “dei Buonomini“, retta da dodici membri, il cui scopo era quello di aiutare i cosiddetti “poveri vergognosi“. Questa espressione fa riferimento alle famiglie di nobili e benestanti caduti in disgrazia che, a motivo della loro passata condizione, si vergognavano a mendicare.

L’ istituzione dei Buonomini apparve necessaria ad Antonino a causa del fatto che guerre intestine, peste e carestie avevavo ridotto molte persone, in precedenza di condizione distinta, a non aver di che vivere.

I Buonomini chiedevano ai cittadini di Firenze i mezzi con cui sostentare la loro opera di carità e, quando arrivavano vicini ad esaurire le risorse, mettevano un lumino fuori dell’ uscio dell’ Oratorio, come segnale ai fiorentini che stavano finendo le risorse per aiutare i poveri. E’ proprio da questo uso dei Buonomini che nasce l’ espressione “essere al lumicino” per indicare che le risorse finanziarie, fisiche etc., stanno per finire.

La pia Congregazione dei Buonomini fu fondata nel 1441, e riceveva le richieste di aiuto dei “poveri vergognosi” tramite una apposita buca, ancora visibile nei pressi dell’ ingresso, detto perciò “buca per le istanze”.

“Star col culo per terra”

In mezzo alla loggia del Mercato Nuovo di Firenze, la cosiddetta “loggia del Porcellino”, si trova, incassata nel pavimento, una pietra di forma circolare, comunemente detta “pietra dello scandalo“.

Il nome le deriva dal clamore che suscitava nella popolazione il rituale che vi si compiva, e che riguardava la degradazione, fisica e morale, dei commercianti falliti. In una città come Firenze, la cui ricchezza era dovuta alla floridità dei commerci, era fondamentale instillare nella gente un sacro orrore del fallimento, che avveniva quando un debitore non era in grado di onorare i propri impegni.

Il rituale prevedeva che, nel corso di una cerimonia pubblica, il fallito venisse condotto presso la “pietra dello scandalo”, dove gli venivano calate le braghe; dopodichè, il debitore doveva essere violentemente battuto “a culo nudo” sulla detta pietra, in maniera che ne risultassero percosse le natiche. Solo dopo essere stato battuto tre volte sulla pietra, il fallito non poteva più essere aggredito dai creditori.

Successivamente, pensando al collegamento tra fallito (tracollo finanziario) ed alla cerimonia del culo battuto per terra, mi si è accesa la lampadina: e ho capito finalmente il motivo per cui, quando qualcuno si trova in una situazione finanziaria particolarmente negativa, si dice “essere col culo per terra”.

La cerimonia doveva essere non solo umiliante, per placare in qualche modo l’ ira dei creditori insoddisfatti, ma anche pubblica, perchè tutti potessero, per il futuro, stare alla larga dal fare affari con individui che si erano rivelati inaffidabili.

NON HO IL BECCO D’ UN QUATTRINO

Andando a scavare in quella straordinaria archeologia del sapere che è lo studio circa l’ origine di parole e modi di dire, ho scovato una “prelibatezza” che offro in pasto ai lettori più curiosi. Si tratta di uno dei modi di dire più comuni a Firenze, specialmente in tempi di crisi come questo. Ciò che più mi stuzzica di questo modo di dire è che la sua origine è completamente diversa da quella che mi sarei mai potuto immaginare. Intanto, diciamo che tale espressione significa “non ho la benchè minima quantità di soldi“.

Di certo, il significato dell’ espressione è reso esplicito già dal fatto che per quattrino si intende una moneta di pochissimo valore: come dire, se non ho un quattrino, figuratevi in che condizione sono…. Quel becco che rafforza l’ espressione, però, non mi riusciva trovare che volesse dire; che si riferisse al becco di un uccello? Se fate un po’ di ricerche in rete, questa interpretazione, abbondantemente naif , va per la maggiore: l’ assenza di un becco, piccola appendice di un volatile che si immagina già piccolo, dovrebbe rafforzare l’ idea di penuria di denari. Altra interpretazione particolarmente interessante, ed anche piuttosto verosimile, è quella secondo cui il becco si riferisce al rostro navale (che nelle navi romane aveva appunto la forma di un becco) impresso su un lato di monete di rame, di epoca romana, di scarsissimo valore: in questa prospettiva, l’ espressione vorrebbe dire “non ho neanche una parte di uno spicciolo che già vale poco”.

Sulla base dell’ uso comune di questo modo di dire, riscontrato nella pratica quotidiana, invece, il linguista Giovanni Gherardini, autore di un vocabolario sul parlato toscano, riferisce che “non avere il becco di un quattrino”, equivale a dire “non avere un quattrino becco“, intendendo per “becco” proprio il marito cornificato. Per traslato, “quattrino becco” è un’ espressione dispregiativa, che vuole aggiungere alla pochezza del valore della moneta, anche la sua cattiva qualità. Il quattrino, che già di per sè non vale nulla, è “becco” nel senso che è cattivo e non buono da spendersi. Detto in un italiano valido per tutta la penisola, “non avere il becco di un quattrino” equivale quindi esattamente a “non avere un centesimo bucato”. Ma torniamo al nostro “becco”: in che senso significa che il quattrino è di cattiva qualità? E’ lo stesso Gherardini già citato a risponderci: citando testualmente, ci ragguaglia sul fatto che “la voce becco ci stia per disprezzo e avvilimento, non parendo che dar si possa oggetto più vile e spregevole di quell’ uomo il quale si contenta che la moglie gli sia infedele“. Rileva inoltre che, allo stesso modo, il popolino, nel parlato volgarotto di tutti i giorni, era solito usare espressioni quali “non avere il ruffiano di un quattrino” oppure “non avere la puttana di un  quattrino”.

I BUONOMINI RIDOTTI AL LUMICINO

La Toscana è una regione in cui abbondano detti, proverbi e modi di dire. Spesso le colorite espressioni originano da aneddoti veri o leggendari che ne disvelano la radice. Tra i molti modi di dire ci soffermiamo oggi su un’ espressione ormai utilizzata in gran parte d’ Italia ma che nasce proprio a Firenze.

Il modo di dire in questione è “essere ridotti al lumicino”, detto a proposito di un individuo che si trovi in una situazione estremamente penosa, tale da essere quasi allo stremo delle forze; è utilizzato anche in senso ironico, quando lo si riferisce a persone che, pur avendo incontrato una piccola difficoltà, tendono ad esagerare enormemente le proprie pene.

Per scoprire la genesi di questa espressione popolare basta fare due passi nei pressi di Piazza della Signoria: il luogo che conserva la soluzione di questo piccolo mistero si trova percorrendo il vicolo su cui si apre l’ ingresso secondario al chiostro della Badia fiorentina: vi si accede sia da Piazza de’ Cimatori, la piazzetta dove è collocato uno dei più famosi banchetti del trippaio di Firenze, sia da via del Proconsolo (in questo secondo caso, dando la sinistra alla facciata della Badia si svolta nella prima via a sinistra).

Sulla viuzza si apre una minuscola piazzetta, piazza San Martino, molto frequentata nei giorni feriali perchè vi si affaccia l’ ingresso del Tribunale: proprio di fronte all’ entrata del Tribunale si osserva la presenza di un delizioso oratorio, di minuscole proporzioni, addossata ad un edificio di maggiori dimensioni. Si tratta del cosiddetto “Oratorio dei Buonomini”, ovvero della sede di quella Congregazione di laici che si poneva come proprio compito l’ aiuto ai “poveri vergognosi”, cioè i nobili o benestanti  decaduti che, a motivo del loro stato precedente, erano riluttanti a chiedere pubblicamente l’ elemosina. E’ ancora visibile la buca, posta sulla destra del portone d’ ingresso, in cui i fedeli potevano lasciare le offerte con le quali i Buonomini avrebbero soccorso i loro beneficiati.

Per indicare ai fedeli che erano ormai a corto di offerte, i Buonomini erano soliti accendere un lumino: è da questa tradizionale richiesta di aiuto che l’ espressione “essere ridotti al lumicino” significa essere in una situazione di estrema penuria.

Aldilà dell’ aneddoto sull’ espediente usato dai 12 Buonomini per segnalare al popolo la fine delle offerte, San Martino presenta anche un enorme pregio artistico: cominciando dall’ esterno, si osservano nella lunetta sopra l’ ingresso la raffigurazione di Sant’ Antonino, vescovo di Firenze e fondatore della Congregazione, e sul lato destro del portone un affresco di Cosimo Ulivelli che ritrae il patrono dell’ Oratorio, cioè san Martino vescovo di Tours.

All’ interno si trovano, raffigurate in altrettante lunette, le scene relative alle sette opere di Misericordia; un busto ligneo di Sant’ Antonino, posto sopra il piccolo altare, ed un dipinto di Niccolò Soggi, allievo del Perugino, recante figura di una Madonna con Bambino e San Giovanni: quadro di fattura estremamente pregevole.

ALLE PORTE CO’ SASSI

Essere alle porte co’ sassi” è tipico modo di dire fiorentino, per significare l’ imminenza di un qualche avvenimento. Questa espressione nasce in epoca medioevale, quando Firenze, cinta dalla terza cerchia muraria della sua storia era accessibile solo negli orari stabiliti per l’ apertura delle porte cittadine. Alcune di esse, nonostante l’ abbattimento delle mura, sono tutt’ oggi visibili: rimangono in piedi infatti Porta al Prato, Porta San Gallo, e Porta alla Croce sopra l’ Arno; nella zona d’ Oltrarno rimangono visibili invece Porta San Frediano, Porta Romana, Porta di San Miniato e Porta di San Niccolò.

Le porte cittadine venivano chiuse all’ una di notte, ed è nell’ appressarsi di questo momento che i pellegrini ormai in prossimità dell’ ingresso in città lanciavano sassi contro i battenti, per indicare l’ imminenza del loro arrivo e richiedere quindi che si indugiasse a sprangarli.

Le grandi ante di legno massello furono chiuse, fino all’ abbattimento delle mura nella seconda metà dell’ 800, per mezzo di quattro chiavi che agivano sui congegni delle serrature. Le chiavi, custodite presso la sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, venivano prelevate dai militi di guardia alla sera e alla mattina e successivamente riportate al loro posto. Tre gruppi di quattro chiavi ciascuno, un tempo utilizzati per aprire le porte di San Gallo, San Frediano e Porta Romana, sono conservati oggi quale cimelio nel Museo “Firenze com’ era”, in via Sant’ Egidio.

Le chiavi delle porte della città erano fabbricate con meravigliosa perizia dai chiavaioli di Firenze, che erano costituiti in una propria Corporazione iscritta tra le Arti Minori. Le botteghe dei chiavaioli erano concentrate in particolare lungo un breve tratto di via dell’ Arcivescovado (oggi via Roma). Il mestiere di chiavaiolo era particolarmente delicato dal punto di vista della legge, in quanto si prestava a rischi di falsificazioni o comunque di complicità in furti e scassi di scrigni e abitazioni. Ecco perchè lo Statuto dell’ Arte prevedeva, ad esempio, che chiunque voleva fare una chiave era obbligato a dimostrarsi proprietario dell’ oggetto o dell’ abitazione di destinazione, mostrandone la relativa serratura. Particolarmente severe erano le pene previste nei confronti di chiavaioli che, d’ accordo con malfattori, avessero preso impronte in cera di chiavi o serrature: oltre all’ espulsione dall’ Arte, il colpevole veniva messo nelle mani del Bargello che gli comminava pene proprorzionate a così grave delitto contro la fede pubblica.

I chiavaioli onoravano San Zanobi quale loro patrono, il 25 maggio di ogni anno, con la consueta offerta al pilastro con l’ effigie del santo, custodita in Orsanmichele. Nell’ occasione veniva esposto anche un busto di argento contenente, quale reliquia, parte della testa del santo, venerata dal popolo fiorentino ed invocata contro il mal di testa.

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