Archivi categoria: Aneddoti e notizie storiche

Escursioni nella parte meno conosciuta della storia della città di Firenze, spesso esclusa dalla versione ufficiale dello svolgimento dei fatti.

Radio CO.RA, la Resistenza corre sull’etere

Intanto cos’è Radio CO.RA.. E’ una delle pagine più significative della Resistenza partigiana nell’area fiorentina e il nome deriva dalal crasi fra le prime due sillabe di COmmissione RAdio. E’ l’emittente radio clandestina ed itinerante tramite la quale la Resistenza fiorentina fornì agli Alleati informazioni sugli spostamenti e le iniziative delle forze nazifasciste fra il gennaio ed il giugno 1944.

Caratteristica precipua di Radio CO.RA. era quella di non avere una sede precisa: le trasmissioni venivano continuamente effettuate da luoghi diversi per sfuggire alla caccia di nazisti e repubblichini.

Sede Radio CO.RA. in Piazza D'Azeglio

L’ultima sede di Radio CO.RA. in Piazza D’Azeglio

La COmmisione RAdio viene creata dal Servizio Informazioni del Partito d’Azione guidato da Ludovico Ragghianti e Enrico Bocci. Quest’ultimo e il capitano dell’Aeronautica Italo Piccagli guideranno Radio CO.RA.di Firenze, in contatto con la VII Armata degli Alleati di stanza a Bari, con la collaborazione di una ventina di elementi e l’appoggio determinante di Nicola Pasqualin e Renato Levi, due agenti italiani arruolati nell’8° Armata britannica.

La prima trasmissione di prova viene fatta dalla Casa Editrice Bemporad in via de’ Pucci, utilizzando il messaggio convenzionale “l’Arno scorre a Firenze”. Nei cinque mesi di vita della Radio, le trasmissioni avvengono circa due volte al giorno, spostando continuamente la ricetrasmittente di fabbricazione inglese: fra le molte sedi occupate tempo per tempo, ci sono quella in Piazza Indipendenza e quella, l’ultima, in Piazza D’Azeglio.

E’ qui al numero 12, che i nazisti individuano la ricetrasmittente e fanno quindi irruzione il 7 giugno 1944, sorprendendo nell’appartamento lo studente Luigi Morandi, Enrico Bocci, Carlo Campolmi,Giuseppe Cusmano, Maria Luigia Guaita, Guido Focacci, Franco Gilardini e Gilda La Rocca, che vengono tutti arrestati e trasferiti presso Villa Triste, tranne il radio-telegrafista Morandi che riesce a sottrarre una pistola ad un tedesco e a ferirlo a morte prima di essere a sua volta crivellato, morendo due giorni dopo in ospedale.

Nelle ore successive si consegna ai nazisti anche il capitano Italo Piccagli, nel tentativo di scagionare i “civili” che hanno partecipato a Radio CO.RA.. Il capitano dell’Aeronautica viene fucilato nei boschi di Cercina il 12 giugno 1944, assieme ai quattro paracadutisti inviati dall’8° armata per rinforzare le attività del gruppo, ad un ignoto partigiano cecoslovacco e a Anna Maria Enriques Agnoletti, per rappresaglia contro il fratello Enzo, uno dei dirigenti del CLN della Toscana.

Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina

Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina

Gli arrestati in Piazza D’Azeglio vengono prima torturati presso Villa Triste, poi avviati ai lager in Germania, ad eccezione di Enrico Bocci, che viene probabilmente fucilato nei dintorni, anche se il corpo non verrà mai rinvenuto. Nel tragitto verso la Germania, Maria Luigia Guaita e Gilda La Rocca riescono a scappare e a mettersi in salvo.

E’ proprio Gilda La Rocca, una dei sopravvissuti alla retata di Piazza D’Azeglio, a ricordare un curioso aneddoto su Radio CO.RA., in cui rammenta quella volta in cui, trasportando l’apparecchio per le trasmissioni da Corbignano a Piazza Beccaria, l’insolito fardello gli fu portato addirittura da un repubblichino: Gilda veniva infatti con l’autobus, quando un allarme fece fermare la corsa e tutti dovettero scendere. La radio dentro la borsa scozzese di Gilda era assai pesante da portare a mano per tutto il tragitto, circa 3 kilometri, ma fermarsi come facevano gli altri avrebbe significato mancare l’appuntamento con gli Alleati. Ecco che la ragazza decise di mettersi in marcia verso Piazza D’Azeglio a piedi. Fu superata, camminando, da un milite che, vedendola trasportare a fatica la borsa, le propose cavallerescamente di aiutarla ed afferrò senz’altro uno dei manici, mentre Gilda continuava s tenere stretto l’altro. Fortunatamente la giovane partigiana non mancò di presenza di spirito quando, al fine, il soldato della Milizia gli chiese cosa ci fosse dentro la borsa che pesava così tanto. Gilda, infatti, fingendosi impaurita e preoccupata, rispose che c’erano dentro tutti i suoi averi e che l’allarme la metteva sempre in quello stato di agitazione che non gli passava finchè non era in Duomo (notizie raccolte in Enrico Bocci, Una vita per la libertà, a cura di Tumiati-Barbieri, Firenze, Barbera).

In ricordo dell’eroico contributo alla Resistenza di questi partigiani fiorentini rimangono il Cippo ai Caduti di Radio CO.RA. a Cercina e il Monumento all’ultima sede di radio CO.RA. a Piazza D’Azeglio.

Inoltre Italo Piccagli, Enrico Bocci, Luigi Morandi e Anna Maria Enriques Agnoletti e gli agenti dell’8° Armata fucilati a Cercina sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Il Pecorone: l’alternativa al Decameron, copiata da Shakespeare

Il “Pecorone”, che ci crediate o no, è, nonostante il nome inusuale, un’opera letteraria. Ma perchè accostare un’opera dal nome così “pecoreccio” nientemeno che al celebratissimo Decameron del Boccaccio? Si può sapere subito. Intanto, l’opera che va sotto il nome di “Pecorone” è anch’essa una raccolta di novelle (cinquanta per la precisione, contro le 100 del Decameron); in secondo luogo, l’autore è anch’esso un Giovanni di Firenze: a differenza del ben più noto Giovanni Boccaccio, tuttavia, del presunto autore del Pecorone non si hanno notizie precise, tant’è che lo scrittore viene appunto denominato nel tempo semplicemente Giovanni Fiorentino, ad indicare che tutto ciò che è dato sapere su di lui è il nome di battesimo e la provenienza.

mercante di venezia ispirato al giannetto del pecorone

Shylock del Mercante di Venezia: l’opera di Shakespeare si ispira alla “Storia di Giannetto” del Pecorone

Le due raccolte di novelle hanno in comune anche un certo qual tenore licenzioso. E’ possibile infatti affermare che anche le novelle raccolta nel Pecorone sono di argomento piuttosto “boccaccesco” ovvero tendenti all’osceno e allo scabroso, soprattutto in materia sessuale. Il che non deve affatto stupire, se si pensa che le novelle ivi raccolte sono desunte in massima parte proprio dalle opere topiche del genere, come Apuleio, il Libro de’ Sette Savi e lo stesso Boccaccio: infatti il Pecorone viene redatto successivamente al tumulto dei Ciompi, mentre il Decameron segue immediatamente la Grande Peste del 1348. Nella trentina di anni che vi intercorrono il Decameron era già divenuto un classico del genere. Il curiosissimo nome di Pecorone deriva all’opera di questo Giovanni Fiorentino da un sonetto posto in apertura dell’opera che, oltre ad indicare l’inizio della stesura nell’anno 1378, spiega come tale appellativo sia adatto ad un libro nel quale le novelle raccolte parleranno di novi barbagianni, ovvero di citrulli inusitati (o stolti, ma meglio sarebbe dire, all’uso toscano, “allocchi”, che vuol dire lo stesso che barbagianni ed è del pari un rapace notturno). Quel che di più interessante mi preme qui sottolineare, è la fortuna riscontrata nel tempo dal “Pecorone” che, sebbene poco noto al pubblico odierno, fu comunque ripreso in più novelle da narrazioni successive: per citare un caso su tutti, la novella di Giannetto viene usata da William Shakespeare come base per costruire la trama del Mercante di Venezia. La preziosa opera novellistica ci è tramandata grazie a tre codici manoscritti, conservati due a Firenze ed uno a Milano: a Firenze, il Laurenziano Rediano, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e il codice magliabechiano II.IV.139 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; a Milano, il codice 85 della Biblioteca Trivulziana. Ecco il link per chi volesse consultare il Pecorone completo.

Gli alieni a Firenze: Ufo avvistati sopra il Franchi

Il più importante caso di avvistamento UFO in Italia è avvenuto proprio a Firenze, ed esattamente sopra lo stadio Artemio Franchi, nel 1954.

Si tratta di un caso particolarmente celebre e rilevante non solo per il numero e l’entità di “oggetti non identificati” avvistati il 27 ottobre di quell’anno ma soprattutto per il numero di testimoni presenti all’avvenimento: lo stormo di presunti dischi volanti appare infatti nei cieli di Firenze sopra lo stadio Franchi, nel primo pomeriggio, momento in cui si stava disputando l’incontro Fiorentina – Pistoiese: ben 12.000 spettatori (più i giocatori e l’arbitro naturalmente!) furono testimoni dell’insolito evento e tale fu lo sbalordimento generato che il match calcistico dovette essere sospeso.

Ufo su Firenze: notizia sul giornale

Avvistamento UFO sullo Stadio di Firenze

Tutto comincia quando, nel primissimo pomeriggio, Alfredo Jacopozzi, studente di ingegneria, chiama la redazione del quotidiano “la Nazione”, per avvisare dell’avvistamento di diversi dischi volanti nei cieli di Firenze. Secondo le testimonianze, i supposti UFO (per un totale di sei) si aggirano anche sui tetti del centro storico, apparendo bianchi, tondi, lucidi e sfrecciando più veloci di un aereo, ma soprattutto, lasciando cadere al loro passaggio “fiocchi” simili alla bambagia. Gli avvistamenti si moltiplicano in tutta la città, mentre le “ragnatele lucenti” continuano a cadere al suolo.

Subito dopo gli oggetti non identificati appaiono sopra lo stadio Franchi, avvenimento che ci rimane vivido nel racconto di Romolo Tuci, presente in quel momento in campo come capitano della Pistoiese. Tuci ricorda come l’attenzione dei calciatori venne attratta all’improvviso dallo strano comportamento degli spettatori che, invece di guardare la partita, stavano col naso per aria a guardare il cielo. Tuci ricorda di aver osservato lui stesso dei piccoli anelli lontani.

A differenza di molti altri casi simili, quello di Firenze risulta particolarmente interessante sia per il numero di testimoni presenti all’evento (basti pensare agli spettatori presenti in quel momento al Franchi), che rendono molto credibile la veridicità dell’avvistamento, sia per la singolare presenza di quella sorta di “bambagia” che fu raccolta sia dallo Jacopozzi che da diversi giornalisti.

I curiosi filamenti bianchi, una volta raccolti in provetta, apparivano simili ai fili del baco da seta, luccicavano e si mostravano appiccicosi aderendo al vetro del contenitore. I reperti vennero analizzati dal professor Giovanni Canneri, direttore dell’Istituto di Chimica Analitica dell’Università di Firenze assieme all’assistente, il professor Danilo Cozzi. Dall’analisi microscopica e spettrografica risultò che si trattava di una sostanza che presentava una notevole resistenza alla trazione e alla torsione oltre che al calore, in ciò molto simile alle fibre di vetro usate come rivestimento dei veicoli spaziali terrestri. Il responso finale fu che la composizione prevalente era Boro, Silicio, Calcio e Magnesio: l’ipotesi fu quella di trovarsi di fronte ad una sorta di pyrex (vetro boro-silicico).

Gli avvistamenti di presunti UFO su Firenze e dintorni si ripeterono nei giorni seguenti, con relativa caduta di filamenti di bambagia lucentissima: Pontassieve, Scarperia, San Mauro a Signa e molte altre località furono interessate, ma soprattutto Calenzano, dove il 29 ottobre, pochi minuti dopo le 13, fu segnalata la caduta degli strani filamenti provocata dal passaggio di un gruppo di UFO diretti verso Firenze passando sopra il Monte Morello.

Notizia bambagia aliena su quotidiano

Notizie sulla “bambagia aliena” apparsa sul giornale nel 1954

Molte furono le ipotesi tirate in ballo per spiegare in maniera scientifica quello che sembra ancora, a distanza di tanti anni, un fatto, ancorchè inspiegabile, sicuramente credibile quanto al suo effettivo avvenimento. Dagli esperimenti aeronautici a quelli nucleari, dai residui spaziali in collisione con l’atmosfera terrestre ad un a fuga di materiale da una vetreria dovuta al vento, le opinioni furono molte, ma a tutt’oggi non è stata raggiunta alcuna conclusione condivisa.

L’edizione della Nazione del giorno successivo, il 28 ottobre 1954, diede molto rilievo all’eccezionale avvenimento, riportando alcuni particolari molti precisi. Secondo la descrizione riportata in cronaca, l’avvistamento si verificò alle 15.27 e non durò più di un minuto, durante il quale “i due oggetti rotondi e lucenti,di colore grigio metallico,si muovevano ad elevata velocità e procedevano in linea retta da Sud a Nord. Si distingue una corona circolare esterna che gira vorticosamente intorno al proprio asse, formato dalla parte centrale di colore più chiaro.

Ad un certo punto il primo oggetto si fermò,pur continuando il proprio moto rotatorio, l’altro prosegue il suo cammino diminuendo la distanza che li separava, giunto perpendicolarmente sulla Torre di Maratona si arrestò mentre il primo riprese la sua corsa procedendo però a scatti zig-zagando.

Ad un tratto però invertirono repentinamente la direzione e ripassarono sulle teste degli spettatori,riattraversando lo stadio in tutta la sua lunghezza e scomparvero verso Sud procedendo ad una velocità superiore a quella di qualunque aereo conosciuto“.

Il segreto della “Pietrificazione” finisce nella tomba

Girolamo Segato, vissuto nel diciottesimo secolo a Firenze, portò nella tomba il segreto del suo procedimento per ottenere l’incorruttibilità dei corpi dopo il decesso. Lo speciale processo, carpito addirittura agli antichi egizi secondo la tradizione, non venne mai rivelato ai posteri dallo studioso per disgusto, a quanto sembra, nei confronti del Granduca di Toscana che gli aveva rifiutato i fondi per proseguire i suoi esperimenti.

La portata della sua attività è ben riassunto nell’epitaffio che decora il sepolcro in cui riposa all’interno di Santa Croce: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

La sua rilevanza deriva infatti dalla sua insolita invenzione, che viene ricordata come “pietrificazione” ma che consiste in realtà in un processo di mineralizzazione di cadaveri, grazie ad un trattamento che consentiva la perfetta conservazione e al contempo, il mantenimento del colore e dell’elasticità dei tessuti organici.

La peculiare formazione di Segato, che lo portò a mettere a punto questa singolare tecnica, sembra doversi riconnettere ai suoi studi di egittologia, che approfondì con visite sul campo nella terra dei Faraoni. In effetti, il processo di “pietrificazione” sembra riconducibile all’antica tecnica dell’imbalsamazione, al punto che, all’epoca, si arrivò addirittura a favoleggiare che Segato raggiungesse i propri risultati dopo aver carpito i segreti della Magia egizia.

Decise di distruggere gli appunti relativi alle sue scoperte circa il processo di “pietrificazione” dopo aver subito il rifiuto del Granduca di finanziare le sue ricerche. Avrebbe forse voluto svelare le sue scoperte in punto di morte ma, a quanto si racconta, morì improvvisamente.

Campioni della pietrificazione di Segato

Campioni della pietrificazione di Segato

Nonostante questo, ci rimangono oggi, presso l’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università degli Studi di Firenze, i campioni dei suoi esperimenti, in cui Segato applicava il processo di mineralizzazione solitamente a parti anatomiche umane, ma anche a cadaveri di pesci, animali. Il più curioso esempio della sua attività è per nientemeno che una fetta di salame pietrificata.

E, a dispetto di tutti gli studi effettuati sulle sue residue realizzazioni conservate a Firenze, il processo di conservazione di Segato, ancora oggi unico nel suo genere, rimane un segreto inviolato.

Le tribolazioni della Nazione Ebraica Fiorentina: il funerale giudeo nel XVIII secolo

La consistente Nazione Ebraica Fiorentina ebbe a patire diverse tribolazioni, verso la metà del Settecento, a causa delle restrizioni imposte per motivi suntuari alle cerimonie funerarie: gli ebrei di Firenze, infatti, per motivi sia pratici che di zelo religioso si trovarono ad affrontare numerosi problemi e a presentare di conseguenza altrettante suppliche per ottenere l’esenzione dalle prescrizioni normative, nel trasporto che doveva avvenire sino all’allora Cimitero Ebraico, quello “lungo le mura” (oggi ne rimane soltanto la piccola porzione in Viale Ariosto).

Tutto ha inizio nel novembre del 1748, quando Vital Finzi, Samuel Bolaffi e Manuel Gallico, tre esponenti della comunità ebraica fiorentina, inoltrano una supplica alla “Sacra Cesarea Maestà” per ottenere una speciale dispensa dal “Bando sopra i Funerali”. Con tale provvedimento il Principe di Craòn, reggente per conto del Granduca di Toscana ed Imperatore d’Austria Francesco di Lorena, ordinava dall’una ora in là di notte, allo scopo di evitare le ostentazioni di lusso che i fiorentini manifestavano nel corso delle esequie, sfoggio che lo disgustava personalmente.

Sepolture della Nazione Ebraica di Firenze

La caratteristica sobrietà delle sepolture ebraiche dal Vecchio Cimitero fiorentino di Viale Ariosto

L’ora una di notte a Firenze significava un’ora dopo il tramonto. Le esequie dovevano quindi avvenire di notte, in modo che i fiorentini non potessero fare pompa delle loro ricchezze prendendo i funerali dei loro cari come pretesto. Gli ebrei fiorentini non potevano però accettare tali condizioni, e nella loro supplica elencano i motivi delle loro rimostranze.

La principale motivazione addotta riguarda i particolari divieti imposti dalla Legge mosaica: i rappresentanti fanno notare che, essendo vietato seppellire un ebreo il venerdì notte (in quanto già entrati nello shabbàt, in cui tale funzione è preclusa), “dandosi il caso di un ebreo morto il venerdì mattina, non potrebbero seppellirlo che il sabt notte, cosa che specialmente d’estate potrebbe causare sconcerto gravissimo”. Importante ricordare al proposito le già precarie condizioni igieniche disponibili nel ghetto, in cui quasi tutte le famiglie vivevano ammassate senza alcuno spazio da adibire a camere ardente.

Altra motivazione addotta riguarda l’onere in termini di fatica e spesa imposto dal bando: considerata l’ubicazione del cimitero lungo le mura fra porta Romana e Porta San Frediano, il corteo funebre sarebeb stato costretto, nottetempo, ad uscire dalla prima (all’epoca chiamata Porta a San Pier Gattolini) che si trovava a più di un kilometro di distanza dal ghetto, e a rientrare dalla seconda dopo un lungo e faticoso percorso che avrebeb comportato una ingente spesa per lumi e gabella di uscita e rientro a favore di tutti gli accompagnatori del funerale.

Infine, la supplica è motivata dal fatto, forse il più penoso che “di notte sarebeb purroppo esposta la Nazione (ebraica) a mille insulti della plebe insolente che senza il timore di essere scoperta mediante il favore della notte, se ne azzarderebbe, di che potrebbero nascere anche rissa e tumulti.”

Il Governo di reggenza accoglie la supplica della Nazione Ebraica esentandola dalla “Legge sulla Pompa” e stabilisce che “siano liberi di continuare il solito“. Nonostante questa preziosa concessione, ulteriori problemi sorgono con il Regio Editto del 2 gennaio 1777, che impone un intervallo di ventiquattr’ore fra la morte e il seppellimento: i rappresentanti della Nazione Ebraica fanno subito rimostranze sulla base della loro usanza di tumulare i morti nella stessa giornata del decesso.

Estensori di questa seconda richesta sono Isacco Pegna e Cesare Lampronti: per ovviare al pericolo di seppellimenti prematuri in caso di morte apparente, che costituiva la ratio della disposizione normativa, fanno notare che “l’uso della Nazione di lavare e aspergere il corpo del cadavere con acqua calda è uno dei principi prescritti per i casi di asfissia e morte apparente”. Il Governo fa però una controproposta, quella di mettere a disposizione della comunità ebraica una “stanza di deposito” per le 24 ore prescritte, e questa deve essere stata la soluzione definitiva, visto che non vi è risposta alla lettera sull’argomento che la Nazione Ebraica indirizza al Governo ancora il 17 marzo.

Le tribolazioni della comunità ebraica in fatto di esequie non finiscono però qui: nel 1780 sopravviene la necessità di richiedere una scorta armata per i funerali, che viene subito concessa come “tutte le volte che la Nazione Ebraica di Firenze richiederà l’assistenza della truppa civica per le loro funzioni o feste nel ghetto“. Nel 1789, poi, la comunità è costretta a richiedere di nuovo l’esenzione dai funerali notturni: questa volta però non viene concessa, a quanto si desume dalla mancanza di risposta alla supplica e dal fatto che, ancora nel 1834, viene concessa l’esenzione a pagare il pedaggio per passare le porte di notte, dalla Direzione della regia Dogana.

Le ondivaghe vicende della comunità ebraica di Firenze sono testimoniate molto bene anche dalla successione dei siti funerari che essa utilizzava in città, e principalmente dai due ancora esistenti: quello, ancora in funzione, di Caciolle, e quello monumentale, ma non più in uso, di viale Ariosto. Ma l’argomento è sufficientemente vasto da richiedere specifici approndimenti.

Il “ciuco zebrato” di Firenze

Si tratta di una recentissima notizia di cronaca locale, non di un semplice gioco di parole: “il ciuco zebrato” del titolo è il rarissimo esemplare di “zonkey” nato in cattività a Firenze, il 19 luglio 2013.

Lo “zonkey” è il risultato di un incrocio fra un esemplare di zebra (in inglese: zebra) e asino (in inglese: donkey). Il risultato? In questo caso è un curiosissimo asinello con le zampe zebrate, frutto dell’unione di un maschio di zebra con un asina dell’Amiata.

Zonkey: incrocio fra zebra e asino

Ippo, lo “zonkey” nato a Firenze il 19 luglio 2013 prezzo il Vivaio Aglietti di via del Barco

E’ stato battezzato Ippo, e ha suscitato fortissimi clamore e curiosità: ne esistono infatti, Ippo compreso, solo tre in tutto il mondo. Ciò dipende dalla bassissima probabilità che l’unione fra una zebra e un asino (e più in generale fra esemplari di due specie diverse, anche se molto affini) dia luogo ad una gravidanza che viene portata a termine con successo.

Altro motivo evidente della rarità di simili avvenimenti è che capitano di rado situazioni in cui zebre e asini si accoppiano in natura. E in effetti, anche lo zonkey fiorentino nasce in un contesto di cattività, in cui i genitori di due razze diverse sono per così dire “forzati” a fare di necessità virtù. I due animali infatti, condividono il medesimo recinto all’interno dell’attuale Vivaio Aglietti, un’azienda di coltivazione di piante ornamentali sorto nell’area dell’ex-zoo (per l’appunto) di Firenze.

Proprio l’inusuale collocazione della ditta ha permesso alla medesima di ospitare fino a 170 animali delle razze più disparate, solitamente affidate a questa sorta di “struttura di ricovero” a seguito di abbandoni, maltrattamenti o fuga da allevamenti e circhi.

In questo modo, il Vivaio Aglietti utilizza i medesimi spazi precedentemente adibiti a zoo di Firenze: se prima però erano prigionieri, adesso lo stesso luogo è per loro oasi di accoglienza e di protezione.

In effetti, quello che era un tempo il giardino zoologico di Firenze, posto in via del Barco, all’estremo confine nord delle Cascine è divenuto l’attuale Rifugio per animali esotici a seguito di un drammatico evento:  si tratta della violenta alluvione che arrivò a devastare la zona del vicino Ippodromo delle Cascine. Nel corso della perniciosa esondazione perirono affogati numerosi animali dell’allora zoo, fra cui il celebre dromedario “Canapone”, vera e propria mascotte dello zoo.

Attualmente, il Rifugio collocato all’interno della Floricoltura Aglietti ospita renne, pappagalli, cammelli ma anche più comuni anatre, galline, conigli. E poi, naturalmente, una zebra ed un asina, oltre al loro rarissimo figlioletto Ippo, la vera  e propria star del Rifugio.

Il Rifugio è accessibile a tutti ad ingresso gratuito entrando all’interno del Vivaio Aglietti che si trova in via Vespucci, 5.

Un Imperatore a Peretola

Peretola, Firenze. Percorrete via de’ Vespucci verso via San Biagio a Petriolo. Qui, nel punto in cui la prima confluisce nella seconda, ci si trova davanti un ampia parete tinta in giallo sgargiante, facciata di caseggiato basso ma ampio al punto da occupare buona parte del prospetto di via San Biagio. L’edificio giallo non è in sè particolarmente notevole alla vista, ma una piccola targa posta sulla facciata giusto in fronte a via Vespucci ne rammenta un memorabile trascorso storico: qui ebbe a dimorare nientemeno che l’imperatore d’Oriente Giovanni VII Paleologo in occasione del suo passaggio per il borgo di Peretola.

Targa commemorativa del passaggio dell'Imperatore d'Oriente a Peretola

La facciata del Palazzo de’ Pilli a Peretola con la targa che rammenta il soggiorno dell’Imperatore Giovanni VII Paleologo del 27 luglio 1439

E’ il 1439, e l’Imperatore d’Oriente si trova nella città gigliata in occasione del celeberrimo Concilio di Firenze organizzato allo scopo di comporre i pluricentenari dissidi fra le Chiese d’Oriente e di Occidente. Il basileus bizantino, in vista dell’ormai imminente assedio da parte degli Ottomani, tenta una mossa disperata: offrire al Papa la riunificazione della Chiesa romana con quella d’Oriente in cambio dell’appoggio militare e finanziario per respingere l’invasore. E’ in questa occasione che l’Imperatore viene alloggiato a Peretola. Nelle sue memorie, un certo Giovanni di Jacopo di Latino de’ Pilli rammenta quel memorabile 27 luglio del 1439 in cui ebbe l’onore di poter ospitare nel proprio palazzo nientemeno che un Imperatore. E’ lo stesso Giovanni a raccontare come, sostando un giorno nella piazzetta di Peretola, vide il nobile Agnolo di Jacopo Acciaioli bussare alla porta della chiesa di Peretola; vedendo che nessuno gli apriva, chiese al nobile Acciaioli cosa gli bisognasse e quegli rispose che veniva da Pistoia, via Prato, con l’Imperatore d’Oriente. Peretola si trova nel punto in cui, ancora oggi, la via Pratese riesce nel comune di Firenze. E’ grazie a questo che il piccolo possidente di campagna, esponente della piccola nobiltà rurale fiorentina, potè, approfittando del diniego del prete di Peretola, ottenere l’onore di ospitare l’Imperatore d’Oriente. La straordinarietà dell’evento lo porta ovviamente a diffondersi con abbondanza di particolari sui dettagli dello storico episodio. In particolare, grande spazio è riservato al desinare approntato per le mense dell’illustre ospite. Narra infatti Giovanni che “venne chon quaranta in cinquanta chavagli molto bene a punto et chon molti suoi baroni, signori e gentili huomini; er perche lui era perduto nelle gambe entrò insino nella nostra sala a chavallo (…) e quivi dormì uno sonno per insino che quegli suoi providono al suo mangiare (…) Et nota, chella prima vivanda mangiò una insalata di porcellana et di prezemoli chon molte cipolle, et lui stesso volle nettare. Dipoi ebono pollastri e pipioni lessi, e dipoi pollastri e pipioni squartati e fritti nella padella con lardo (…) ellultima sua vivanda fu certe huova gettate in sui mattoni chaldi, dove s’erano cotte l’altre cose; e messogliele in una scodella chon molte spezie (…)”. Curioso sottolineare come questa minuta descrizione delle cibarie gustate a Peretola dall’Imperatore abbia fornito il destro per la corrispondente rievocazione storica della cosiddetta “Cena dell’Imperatore”. Dal 2004, infatti, lo storico ristorante Burde, che si trova in via Pistoiese a pochi passi dal palazzo dei Pilli, organizza questa manifestazione nell’antico refettorio delle Suore dell’Assunzione di Petriolo in collaborazione con il Circolo Ricreativo “B. Cecchi”. il peculiare menù della serata è per l’appunto costituito da: – insalata di erba porcellana, – civiero di farro e manzo, – piccioni fritti nel lardo, – uova speziate cotte al mattone, – arista in salsa camellina, – biscotti di pane al vino e spezie E’ merito dello stesso circolo Cecchi l’apposizione della targa commemorativa in via san Biagio da Petriolo. Ricordo storico del memorabile evento che si aggiunge peraltro a quello, ben più risalente, voluto dallo stesso Giovanni de’ Pilli, il quale racconta che “a chommemorazione delle suddette chose, faciemo dipignere l’arme sua di sopra l’uscio della nostra sala“.

Lo stocco del castello di Castiglione: duello durante l’assedio

L’antichissimo maniero di Castiglione, oggi abbandonato, ha custodito per lunghi secoli un cimelio estremamente prezioso per la memorie della Repubblica Fiorentina: si tratta di uno “stocco”, ovvero una spada da duello, utilizzata nel corso del famoso “Assedio di Firenze” del 1530.

La cornice dell’episodio che vede protagonista questo memorabile “stocco” è appunto la Firenze assediata dalle truppe dell’imperatore Carlo V e del pontefice Clemente VII.

Esempio di stocco ovvero spada da duello

Stocco ovvero spada da duello, simile a quella usata da Dante da Castiglione del celebre duello. Spada lunga, sottile, tagliente da due lati e usata per colpire “di punta” (ovvero dare “la stoccata”).

L’episodio nasce dalla sfida lanciata da Lodovico Martelli, amico di Dante, che militava nell’esercito repubblicano, ad un suo antico rivale di nome Giovanni Bandini che, pur fiorentino, aveva seguito le parti del pontefice prendendo le armi contro Firenze.

A quanto raccontano gli storici, Lodovico e il Bandini avevano altercato in precedenza per questioni amorose: sembra infatti che si fossero contesi la celebre Marietta de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Lodovico coglie “la palla al balzo” e, col pretesto del tradimento verso la Patria, sfida a duello il suo personale nemico.

Si narra in particolare che Lodovico facesse mandare nel campo avversario, al preciso indirizzo del Bandini, cartelli di sfida che ingiuriavano lui e tutti i fiorentini fuoriusciti, che combattevano contro la propria patria, come traditori e nemici di Cristo, invitandoli a battersi.

Il duello fu deciso con l’assenso tanto della Repubblica fiorentina che del principe d’Orange, comandante degli imperiali, ed è qui che entra in gioco Dante da Castiglione. Viene infatti eretto un campo per il duello delimitato da uno steccato ai piedi di Monte Baroncelli (quello che oggi si chiama Poggio Imperiale) e si decide che il combattimento avvenga fra Lodovico e il Bandini, ciascuno in coppia con un compagno.

I quattro duellanti, due per parte, furono appunto, per Firenze, Lodovico Martelli e Dante da Castiglione; per gli imperiali, Giovanni Bandini e Bertino degli Aldobrandini (entrambi fiorentini fuoriusciti). Mentre il Martelli ebbe una ferita al capo che, con il sangue che gli colava, gli occluse la vista e lo pose alla mercè del suo avversario, Dante da Castiglione riuscì ad infliggere il colpo mortale all’Aldobrandini con il fatale “stocco” che, per questa ragione, fu poi conservato quasi come reliquia nel castello di famiglia.

Di questo prezioso cimelio, oltre che del fatto d’arme relativo, fa un’accurata descrizione Gian Domenico Guerrazzi nella sua opera “l’Assedio di Firenze“, che trae argomento dall’episodio storico sia per accendere la scintilla del sentimento nazionalistico che per deprecare le lotte fratricide fra diversi stati dell’Italia preunitaria.

Il castello dei signori di Castiglione, nei pressi di Cercina, conservò la famosa spada fino alla seconda metà del XIX secolo, quando fu battuta ad un’asta a Fiesole. Da quel momento, il relitto maniero dei Catellini da Castiglione (la nobile famiglia cui apparteneva Dante di Bernardo), conserva del glorioso duello sostenuto dal suo celebre esponente soltanto un affresco stinto sulla parete di una delle grandi sale, in cui si distinguono a malapena i duellanti.

Il piccolo sacrario sul torrente Terzollina

Greto del torrente Terzollina

Il greto del torrente Terzollina

Percorrendo via di Terzollina da Careggi verso Serpiolle, subito prima di salire sul ponticello che attraversa l’omonimo torrente, si vede sulla sinistra un minuscolo spazio verde che sembra a tutta prima un’area adibita a giardini pubblici. Una scritta all’ingresso però avverte subito che si tratta in realtà di un piccolo sacrario, ovvero “giardino della memoria”, delimitato nel punto in cui si consuma uno dei fatti di sangue legati alla storia della Resistenza anti-fascista fiorentina.

Il piccolo giardino è infatti posto in località Serpiolle, sulla riva del torrente nel punto in cui, il 21 giugno 1944, venivano ritrovati i corpi esanimi di Mary Cox e Maria Penna Caraviello, crivellate dalle scariche di mitra con cui erano state giustiziate dai fascisti.

Tutto comincia con l’attività cospirativa anti-fascista del parrucchiere di origine napoletana Rocco Coviello. Un documento della Federazione Giovanile Comunista del 4 marzo 1945, a firma di Giuseppe Rossi, ricorda la sua vicenda: nato nel 1906, milita nella formazione giovanile comunista con vivace ardore politico; si rifugia a Firenze nel 1936 per sfuggire al controllo della polizia politica dove prosegue la sua attività di organizzazione delle masse lavoratrici.

Il medesimo documento citato ci informa che Coviello entra a far parte dei G.A.P. sin dalla loro prima costituzione, successiva all’8 settembre 1943, non solo come organizzatore, ma prendendo parte ad atti di guerriglia contro il perdurante fascismo repubblichino.

La sua attività cospirativa termina tragicamente il 19 giugno del 1944: la sera di quel giorno Rocco Coviello si trova con il cugino Bartolomeo, la moglie Maria ed un suo lavorante, Edgardo Sovale, con i quali da mesi porta avanti la sua attività partigiana, a casa dell’insegnante d’inglese Mary Cox per incontrarsi con i due ufficiali Franco Martelli e Vincenzo Vannini allo scopo di progettare la liberazione di alcuni detenuti politici prigionieri presso l’Ospedale di San Gallo.

Monumento a Mary Cox e Maria Caraviello

Monumento a Mary Cox e Maria Caraviello lungo il Terzollina

Vengono sorpresi dall’irruzione delle S.S. italiane, ovvero le squadre fasciste che fanno capo alla famigerata Banda Carità: Rocco Coviello viene freddato sul posto, mentre gli altri sono portati a Villa Triste dove vengono torturati.

Due giorni dopo, il 21 giugno, i corpi delle due donne vengono ritrovati appunto sul greto del torrente Terzollina, mentre gli uomini vengono fucilati presso Campo di Marte. Rocco Caraviello, Edgardo Sovale e Franco Martelli sono inclusi nel lungo elenco di partigiani, caduti nei pressi di Campo di Marte, commemorati nel piccolo sacrario annesso allo Stadio Comunale Artemio Franchi.

Se questa storia vi sembra romanzesca e poco credibile, dovete ricredervi: non si tratta di una ricostruzione indiziaria. Le notizie sono riportate direttamente da un testimone di eccezione, l’ufficiale Vincenzo Vannini, miracolosamente sopravvissuto alla prima scarica di mitra che lo aveva colpito al ventre, che riuscì a fuggire e a far perdere le tracce di sè, potendo così riferire in seguito, quale testimone oculare, la tragica vicenda.

Attualmente il minuscolo giardinetto che funge da sacrario all’aperto presenta un semplice monumento commemorativo su cui è apposta la targa dedicata alle due donne brutalmente uccise. La targa reca la data del 21 giugno 1986, 42 anni esatti dopo l’eccidio.

Giovanni Berta, “martire fascista”

Lo stadio di Firenze dove gioca la Fiorentina, a Campo di Marte, è oggi intitolato ad Artemio Franchi. Prima di chiamarsi così, però, si chiamava Stadio Comunale e, prima ancora, era intitolato a Giovanni Berta, del quale molto probabilmente i più non conoscono la vicenda nè il perchè della dedica.

Lo Stadio, costruito su progetto di Luigi Nervi fu intitolato a Giovanni Berta al momento della sua inaugurazione nel 1931: con la dedica dell’impianto la dittatura fascista al potere voleva simbolicamente ricordare un fiorentino, Giovanni Berta appunto, innalzato dalla propaganda di regime a “martire fascista”.

Assassinio di Giovanni Berta

Cartolina commemorativa del Ventennio che mostra una ricostruzione dell’assassinio di Giovanni Berta.

In estrema sintesi, Giovanni Berta era un giovane fiorentino, simpatizzante dell’allora nascente movimento fascista (altri dicono membro delle Squadre d’azione fasciste) che rimase ucciso da militanti comunisti nel corso di uno scontro per forzare il blocco dell’allora Ponte Sospeso, l’avveniristico ponte senza piloni che sorgeva nel luogo in cui si trova oggi il Ponte alla Vittoria.

La “morte gloriosa” di un giovane di vent’anni per la causa fascista e per mano dei nemici di sempre, rappresentava una ghiotta occasione di propaganda per il Partito fascista arrivato nel frattempo al potere. Fu così che, per alimentare l’inquadramento ideologico della massa, il giovane Giovanni Berta assurse agli onori di “martire del fascismo”.

La sua morte all’età di 27 anni sembra sia stata immediata conseguenza dei violenti disordini del 27 febbraio 1921, in cui le Squadre d’azione fasciste avevano assassinato il dirigente comunista Spartaco Lavagnini. Con ogni probabilità l’uccisione di Giovanni Berta, avvenuta il 28 febbraio, rappresentava una sanguinosa rivalsa per gli eventi del giorno prima, ma risulta molto difficile dire se si trattò di un’azione premeditata, cioè di un agguato, o di una fatalità: così come è impossibile stabilire con certezza se Berta sia caduto nel corso di uno scontro fra due gruppi armati o sia stato invece incolpevole vittima delle violenze in atto.

Ciò è dovuto al fatto che le notizie in merito più vicine all’effettivo svolgersi dei fatti non esistono più: di quel frangente, infatti, ci arrivano soltanto le eco filtrate sapientemente dalla propaganda fascista e quindi verosimilmente manipolate se non ingigantite o distorte. Di sicuro sappiamo soltanto che, dopo un primo assalto, Berta fu gettato oltre la spalletta del ponte, al quale sembra si sia aggrappato nell’estremo tentativo di non cadere nell’Arno, in cui sarebbe infine affogato.

Secondo la ricostruzione vigente durante il Ventennio, Berta era un semplice simpatizzante del Movimento fascista, il cui unico crimine era stato quello di avere la sfortuna di incappare in un gruppo di militanti fascisti mentre, in bicicletta, attraversava il Ponte Sospeso con al bavero della giacca una spilla dei Fasci di Combattimento. Da qui, sempre secondo la vulgata dell’epoca,  la “vigliacca” aggressione ad un innocente giovane di grandi ideali. Dopo un brutale pestaggio, si aggrappa al piano stradale del ponte per non cadere in Arno, ed è in questo momento (così lo ritraggono le cartoline propagandistiche dell’epoca) che i militanti comunisti gli martirizzano la testa e le mani con scarpe ferrate e bastonate, allo scopo di farlo mollare e quindi affogare nel fiume in piena.

Il Ponte Sospeso

Immagine d’epoca del Ponte Sospeso: la spalletta da cui fu gettato in Arno Giovanni Berta

Una versione nettamente opposta lo vuole membro effettivo dei Fasci di Combattimento fiorentino, rimasto accerchiato dai comunisti nel corso di un’azione per forzare un blocco da questi posto al ponte che collegava le Cascine con l’attuale Isolotto. Ucciso dunque nel corso di una vera e propria battaglia.

La verità sta probabilmente, come spesso accade, nel mezzo: Berta era probabilmente più che un semplice simpatizzante del Movimento, era quasi sicuramente un attivista conosciuto a Firenze. E proprio questa sua “notorietà” sembra gli sia stata fatale quando, riconosciuto da un gruppo di comunisti mente attraversava il Ponte Sospeso fu, come detto, picchiato e gettato in Arno morente, dove affogò.

Aldilà dell’avvenimento, è interessante rilevare la straordinaria importanza che la morte di Berta assunse nell’architettura propagandistica di regime: non solo gli fu intitolato lo Stadio di calcio, ma la sua vicenda veniva usata abitualmente nel corso di comizi e raduni per eccitare le folle con richiami fortemente retorici alla brutalità dell’assassinio di questo “Martire della Rivoluzione Fascista”.

A sottolineare l’aspetto della centralità dell’assassinio Berta nella mistica fascista dei “Martiri della Rivoluzione” basterà ricordare che gli fu dedicato uno degli inni più popolari e toccanti del Ventennio, intitolato appunto: Hanno ammazzato Giovanni Berta. Ecco il testo integrale della canzone:

“Hanno ammazzato Giovanni Berta / fascista fra i fascisti, / vendetta sì vendetta / farem sui comunisti.
La nostra Patria è l’Italia bella / la nostra fede è Mussolini / e noi vivrem d’un sol pensiero / quello d’abbatter Lenìn.
Dormi tranquillo Berta / dormi tranquillo il sonno / ti vendicheremo un giorno / ti vendicheremo un giorno.”

Per tutta risposta, i comunisti, storpiavano l’originale, cantando sulla medesima aria, a spregio dei fascisti:

“Hanno ammazzato Giovanni Berta / dei Fasci fiorentini / è stato vendicato / Spartaco Lavagnini.
La nostra Patria è il mondo intero / la nostra legge è la libertà / e noi vivremo d’un sol pensiero / liberar l’umanità.
Hanno ammazzato Giovanni Berta / figlio di pescicani / viva quel comunista / che gli pestò la mani.

A riprova della enorme presa che la vicenda di Berta faceva sulle masse, si ricorda anche che il regime fascista gli intitolò un villaggio nella Cirenaica ed una dragamine della Regia Marina. Come non bastasse, la parte di parapetto del ponte Sospeso cui Berta si era appeso morente, divenne un cimelio, una reliquia del “martire” e venne esposta come tale alla Mostra della Rivoluzione Fascista.

Anche l’attuale piazza delle Cure venne rinominata in epoca fascista “Piazza Giovanni Berta”: motivo ne è che il padre possedeva una piccola industria metallurgica nei pressi. Tutt’ora esistono a Firenze tombini risalenti al Ventennio che riportano la dicitura “Fonderia delle Cure – Giovanni Berta.”

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