Archivi categoria: Aneddoti e notizie storiche
Escursioni nella parte meno conosciuta della storia della città di Firenze, spesso esclusa dalla versione ufficiale dello svolgimento dei fatti.
Il nano Morgante nelle rime del Lasca

Il Nano Morgante ritratto dal Giambologna a cavallo della chiocciola, un modo forse per sottolinearne le minuscole dimensioni
Il nano Morgante, buffone di corte dei Medici prediletto del Granduca Cosimo I è conosciuto a molti per via delle numerose opere d’arte in cui le sue sgraziate fattezze sono state immortalate; opere famose e bene in vista, sicchè non c’è quasi a Firenze chi non ricordi (per citare solo un paio delle opere che lo ritraggono) il panciuto Bacchino in marmo che cavalca la tartaruga, posto all’interno del Giardino di Boboli, oppure il “doppio ritratto” dipinto dal Bronzino ed oggi esposto al Museo degli Uffizi.
Sono dunque più o meno note le sue fattezze, ma viene il dubbio che chi lo ritraeva abbellisse in qualche modo la realtà, come spesso avveniva quando l’opera aveva carattere celebrativo. Ecco perchè è curioso ricordare che il Lasca, suo contemporaneo, e profondo conoscitore della corte medicea, include fra le sue Rime una composizione intitolata In morte di Morgante nano in cui, lui che lo aveva visto di persona ne descrive dettagliatamente le incongrue fattezze.
Si tratta della Rima XVIII, ed in essa il poeta ci descrive il nano Morgante dicendo (riporto i piacevoli versi in rima del Lasca):
Tra d’uomo e bestia, il nostro Morgantino
Grifo o mostaccio o ceffo o muso avea
Ma così nuovo e vario
Aguzzo e contraffatto che parea
Gattomammon, bertuccia e babbuino
Poscia l’un membro all’altro sì contrario
Sì sconcio e stravagante
Che dal capo alle piante
Mostrava scorto, a chi potea vedello,
Essere un mostro grazioso e bello
Ironicamente il Lasca lo canzona per la sua deformità, in onore alle straordinarie doti istrioniche con cui il nano Morgante divenne il prediletto di Cosimo I, facendosi preferire fra i 5 buffoni che allietavano all’epoca la corte medicea. La bonaria canzonatura è l’affettuoso commiato per Morgante, il saluto più intonato a commemorare il vero “mattatore” dei lazzi salaci e delle trovate buffonesche che tanto avevano divertito il granduca.
E in effetti, il Lasca non manca di ricordare, fra il serio e il faceto, lo spessore di Morgante come buffone di corte:
Il più raro e sovrano
Buffon che mai vedesse o Sole o stella;
Calandrino e Gonnella
il Balena e Strascino
il Carafulla e ‘l Rosso Fiorentino
Il Moretto lucchese e ‘l Tattamella
con Giulian Tamburino
appetto a lui non valsero un lupino
Nano dunque, ma un gigante della buffoneria, a sentire il Lasca.
La confraternita dei “ciccialardoni” di Monte Oliveto

Facciata della chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto, che sorse sul luogo dell’antica cappella di Santa Maria al Castagno dei “ciccialardoni”
L’antico ex-complesso monastico di San Bartolomeo a Monte Oliveto prende il nome dalla trecentesca fondazione, dovuta secondo le cronache ad un monaco proveniente dalla celeberrima Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, in provincia di Siena, che fu madre e centro d’irraggiamento della congregazione olivetana.Il Monte Oliveto di Firenze viene oggi in considerazione a motivo di una confraternita, che qui si riuniva, dal nome singolarissimo e difficilmente spiegabile, e dunque ipso facto, curioso: la confraternita dei “Ciccialardoni”.
Ho già rammentato, in un apposito articolo, la peculiarità dell’Abbazia di San Bartolomeo in Forculise, detta del “Buonsollazzo”, per sottolineare come tale dicitura facesse erroneamente pensare ad una congrega di “frati gaudenti”. Allo stesso modo, la parola “ciccialardoni” dà a tutta prima l’idea di personaggi dediti a tutt’altro che ad attività pie e caritatevoli; anche in questo caso però c’è, o quantomeno sembra esserci, il suo “perchè”.
All’inizio della storia del Monte Oliveto di Firenze c’è un piccolo oratorio. I Bostichi nel 1294 donano alla Compagnia Maggiore della Beata Vergine una cappella, dedicata a Santa Maria al Castagno, frequentata da una confraternita di mercanti e artefici fiorentini che vi si riunivano l’ultima domenica del mese. Sono questi i “ciccialardoni” che, nel 1334, donano il luogo all’abate olivetano Bernardo Tolomei.
La confraternita detta dei “ciccialardoni” si chiamava, prima di venir trasfigurata nel motto popolare, “Compagnia della Purificazione di Maria Vergine”. Nel X volume del Bollettino Senese di storia patria, redatto dall’”Accademia dei Rozzi”, si legge in proposito che, fin dal 1297, solevano radunarsi “alquante divote e spirituali persone, mercatanti ed artefici per fuggire l’ ozio e gli cattivi e disonesti esercizi, come innamorati di messer Giesù Christo pigliando per avvocata la madre gratiosa di nostro Signor G. C. della sua SS. Purificazione“. Guida spirituale dei confratelli sembra essere stato un tale Maso, un romito che abitava su quel monticello, detto all’epoca “Monte di Bene”, presso il suddetto romitorio della Madonna al Castagno.
Il 26 agosto dello stesso anno, un tal Corteccione di Giovanni Rustici donava a Giovanni di Lippo Antinori, per gli uomini di questa Compagnia, un pezzo di terra, con l’oratorio di S. Maria del Castagno, i portici e tre celle. La confraternita, come accennato, effettua il 1° maggio 1334 la donazione dell’oratorio, con tutte le sue pertinenze (“cum resedio, vineis, ortibus et arboribus”) a Frate Innocenzo di ser Domenico da Torrita, monaco e procuratore di Monteoliveto, a patto che gli olivetani accettino le condizioni poste dalla confraternita.
In base al contratto di donazione si pattuiva infatti, in favore della confraternita dei “ciccialardoni” che “rimanessero a S. M. del Castagno almeno due monaci di Montoliveto, l’ uno dei quali fosse sacerdote; vi celebrassero gli offici divini; potessero i Ciccialardoni accedere all’oratorio, come per l’ addietro, giusta i capitoli della Società e tenerne le chiavi : niuna mutazione a’ capitoli potessero farsi senza consenso d’ ambe le parti, cioè della società e de’ monaci : restasse fermo il numero di venticinque pei confratelli della società, e chi avesse cella, vi potesse abitare; ne’ giorni di radunanza, vi potessero cuocere il pranzo o la cena, ed i monaci dovessero loro fornire il vino necessario : contradicendosi l’accesso al luogo suddetto e vietando l’abate le radunanze, fosse nulla la donazione”.
Il Repetti, nel suo monumentale Dizionario Geografico etc., avanza l’ipotesi che il nome di “ciccialardoni” venisse loro affibbiato perchè, complice l’amenità del luogo, i confratelli sfruttavano le periodiche riunioni “per trattenersi a diporto”. In pratica la riunione della confraternita finiva sempre “in gloria”, con un bel pranzo fra amici che equivale all’odierna scampagnata fuori porta della domenica: si legge infatti nelle clausole allegate alla donazione, sopra riportate: “ne’ giorni di radunanza, vi potessero cuocere il pranzo o la cena“.
L’ipotesi non è inverosimile, ma che questi pranzi o cene fossero all’origine del nomignolo, a detta dello stesso Repetti, scaturisce dalla medesima denominazione che si cerca di spiegare. Più accurato e degno di fede mi sembra in proposito il Lumachi, che nel suo Firenze: nuova guida illustrata del 1935 ricorda che i Ciccialardoni continuarono a riunirsi sul Monte Oliveto per i loro banchetti, senza soluzione di continuità, fino alla prima metà del XVIII secolo. E’ in questo frangente che evidenzia il costume di far accomodare, alle tavole allestite nel chiostro del convento, i semplici abitanti della zona circostante.
In quest’ottica, i “banchetti” dei Ciccialardoni assumono il loro più verosimile valore di condivisione gioviale delle buone vivande dei confratelli con contadini e rustici che non potevano permettersi altrettali mense e che quindi, una volta al mese, venivano allietati in questa guisa. Da ricordare in proposito come una delle più ricorrenti e (sostanziose) opere di bene che le confraternite nate nel medioevo si assegnavano, era proprio quella di assistere, beneficare e recare sollievo agli abitanti che insistevano nel territorio circostante la sede di ciascuna compagnia di fratelli laici.
Dopodichè, non c’è niente di più facile che i fiorentini, strafottenti al loro solito, abbiano affibbiato alla compagnia il nomignolo di “Ciccialardoni” a sottolineare la giovialità enogastronomica che questi fratelli laici, a differenza dei chierici, usavano praticare anche nel fare opera di carità.
Compagnia di San Frediano “della bruciata”
Fra le antiche confraternite di Firenze, che in grandissimo numero proliferarono nella città gigliata soprattutto in risposta alle terribili epidemie di peste (come quella del 1348) che periodicamente sconvolgevano la cristianità, c’è questa compagnia di Oltrarno che, insigne per essere una delle più antiche della città (viene fondata nel 1323), porta un nome curioso: questa congrega è infatti ricordata storicamente come Compagnia di San Frediano detta “della bruciata”.
Il curioso appellativo popolare le derivava dalla antica tradizione di regalare alla gente ed ai membri del sodalizio le tipiche castagne arrostite al fuoco dette appunto “bruciate”, in occasione della festa del santo patrono (che ricorre il 18 novembre).La distribuzione di castagne arrostite risale all’anno 1376, quando la Fraternità inizia questa pratica in adempimento dell’onere inserito nel testamento da Fra’ Giovanni Logi, che aveva lasciato erede la Compagnia di San Frediano alla sua morte, nel 1366.

La “Pietà” dipinta da Jacopo del Sellaio per la Compagnia di San Frediano della Bruciata. Conservato un tempo presso la Pinacoteca del Museo Statale di Berlino, il dipinto è andato distrutto nei bombardamenti subiti nel 1945 dalla città.
E’ all’incirca in tale periodo che il nome originario di “Compagnia dei Laudesi di San Frediano“, indicante una delle numerose confraternite contraddistinte dalla pratica devozionale di “cantare le laudi” (alla Madonna, al Santo Protettore etc.), muta nome in “Compagnia della Bruciata”.
La Compagnia aveva sede nella antica chiesa di San Frediano, ma non quella attuale in piazza del Cestello, che svetta sul Lungarno con la sua cupola imponente, bensì quella che si affacciava in piazza del Carmine e fu soppressa nel 1783. In effetti la Compagnia della Bruciata sopravvisse di poco alla antica San Frediano: l’istituzione, orfana della sede originaria, veniva soppressa a sua volta il 21 marzo 1785.
Questa istituzione raggiunse un certo grado di importanza e di floridità finanziaria, visto che fu committente di pregevoli opere d’arte: le cronache ci ricordano come la Compagnia di San Frediano potè permettersi di ingaggiare artisti del calibro di Jacopo del Sellaio e di Andrea della Robbia per adornare la cappella della Compagnia all’interno della chiesa di San Frediano. Il primo dipinse per la “Bruciata” una Pietà con San Frediano e San Girolamo, quadro commissionato l’8 febbraio 1483 ma rimasto incompiuto alla morte del pittore nel 1493 e completato soltanto nel 1517 dal figlio Arcangelo; il secondo eseguì fregi con serafini e cherubini in terracotta invetriata policroma (1501 e 1518). Sembra fra l’altro che il pittore Jacopo del Sellaio fosse a sua volta confratello della Compagnia.
Durante quasi mezzo millennnio di attività, i fratelli della Compagnia, che avevano “per istituto di esercitarsi in opere di pietà verso i vivi e i defunti e di sollevare i poveri della Cura di San Frediano”, solevano riunirsi ogni prima domenica del mese, oltre che in occasione delle feste solenni e, naturalmente, della festa patronale del 18 novembre, nel corso della quale avveniva l’ostensione della sacra reliquia del protettore, ovvero un dito di San Frediano.
La Compagnia della Bruciata aveva uno stemma che mostrava in campo argento una croce rossa, con ai lati le lettere “S” e “F” (iniziali di San Frediano), parimenti vermiglie.
Costantino Davanzati, uno sciagurato di ottima famiglia
La storia di Firenze ricorda la vita disgraziata, e la fine miseranda, di Costantino Davanzati, nato di famiglia ricchissima e potente e ciononostante riuscito un fior di delinquente e di farabutto. La famiglia Davanzati è certamente più nota oggi per il magnifico Palazzo rinascimentale di via della Porta Rossa, in cui ha sede il “Museo della casa fiorentina antica”, ma, al pari di molte altre nobili consorterie fiorentine, ha dovuto fare i conti nel tempo con le proprie “pecore nere”.

Facciata del Palazzo Davanzati, casa avita della potente consorterìa fiorentina che dette i natali allo sciagurato Costantino
Nel 1525, quando era impiegato come cassiere presso il banco del ricchissimo mercante Carlo Ginori, figlio di Leonardo, sottrasse 500 fiorini, approfittando della sua posizione. Per evitare che i sospetti cadessero su di lui, che veniva ad essere l’indiziato naturale, tentò di confondere le acque bruciando i libri contabili, in modo da dare adito al sospetto che il responsabile potesse essere uno dei debitori “inchiodati” su quei documenti. Trattandosi in effetti di un ammanco non registrato, il Davanzati non aveva in teoria alcun interesse a bruciare i libri contabili: si trattava di un’operazione di depistaggio in piena regola.
Per rendere più credibile la finzione, si recò anche presso il magistrato degli Otto di guardia e balia per la denuncia e invitò i suoi debitori e creditori a presentarsi per chiarire la loro posizione, in modo da poter almeno in parte ricostruire i libri contabili grazie all’incrocio delle informazioni ottenute tramite riscontro diretto.
Il vero motivo per cui la vicenda è passata alla storia non è però tanto il furto in sè stesso, simile a molti altri dell’epoca, bensì le proporzioni del disastroso incendio che ebbe luogo per coprire il misfatto: a seguito della distruzione dei libri contabili, infatti, il fuoco appiccato dal Davanzati si propagò rapidamente agli arredi del banco e addirittura ai locali adiacenti, causando agli stessi Ginori un danno supplementare di oltre mille fiorini: è il caso di dire, “peggio la toppa del buco”.
Paradossalmente, sembra che il Davanzati venisse arrestato, e successivamente incolpato per la vicenda del furto e dell’incendio a danno del banco Ginori, per un reato diverso che aveva a che fare con quella vicenda soltanto indirettamente: non potendo mettere in circolazione i fiorini rubati, in quanto la sua improvvisa floridità avrebbe destato sospetti, si mise a “tosare” le monete, ovvero a limarle per sottrarre metallo prezioso senza dare nell’occhio. Scoperto ed arrestato, fu interrogato sotto tortura, e fu in quell’occasione che “vuotò il sacco”, confessando la sua colpevolezza nel furto dei fiorini e nel conseguente incendio doloso.
Fu condannato a morte per impiccagione, eseguita il 13 novembre 1526: a parte la gravità dei reati (la tosatura dei fiorini era di per sè sanzionabile con la morte), ciò che lo portò sul patibolo fu la grande risonanza che il terribile incendiò suscitò all’epoca nella popolazione di Firenze, e la grande potenza del danneggiato. Carlo Ginori, infatti, oltre che ricchissimo mercante era uno degli uomini politici più in vista e più potenti nelle istituzioni repubblicane. E di certo aveva intenzione di usare tutta la sua autorità per perdere il gaglioffo che gli era costato così caro.
Episodi dell’Inquisizione a Firenze
La storia dell’Inquisizione a Firenze è ben poco nota: ciò è dovuto al fatto che, in Toscana, i regnanti non permisero mai che il fanatismo religioso arrivasse agli eccessi che aveva raggiunto in altre parti dell’Europa. I Medici, infatti, che erano per tradizione banchieri, dunque persone pratiche e molto attente alle logiche del benessere di una città mercantile come Firenze, capivano benissimo che, per difendere la prosperità dell’economia e dei commerci toscani, era necessario che la gente vivesse in pace e libera dai terrori legati alla persecuzione dell’Inquisizione.
Peraltro, la lezione del periodo savonaroliano aveva “vaccinato” Firenze contro il rischio di ricadere nel fanatismo religioso. I Lorena, poi, successori dei Medici, portavano in dote il meglio della monarchia illuminata (non è un caso se il Granducato di Toscana fu il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte), così che la Toscana non ebbe a patire particolarmente i rigori dell’Inquisizione.
Ciò non toglie che anche Firenze ebbe i suoi Inquisitori e vide alcuni episodi di procedimenti e condanne per eresia, anche se molto blandi rispetto alla generalità dei casi.

Riproduzione a stampa del simbolo dell’Inquisizione: la croce nodosa in mezzo alla spada ed al ramo di olivo stavano sullo stendardo che procedeva alla testa del corteo di un Auto da fè
Si ricorda ad esempio come nel 1551, regnando il Granduca Cosimo I, ed essendo presenti in Firenze 3 commissari dell’Inquisizione (ovvero il Vicario dell’Arcivescovo, Antonio Altoviti, il prevosto Alessandro Strozzi e lo Spedalingo di Santa Maria Nuova), fu dato alla città un lugubre spettacolo che ricalcava gli Auto da fè (Atto di fede) spagnoli. La macabra processione consisteva di ventidue individui che portavano uno stendardo recante una croce nodosa in mezzo ad una spada e ad un ramo di olivo, con intorno le parole: “Exsurge Domine, iudica causam tuam” (parole tratte dal Salmo 73).
Alla testa della processione stava Bartolomeo Panciatichi, che era stato ambasciatore di Cosimo presso la corte di Francia: i ventidue erano vestiti con cappe e sambeniti adorni di croci (il sambenito è uno scapolare che veniva messo indosso agli eretici, ed era contrassegnato da croci rosse per gli eretici penitenti) e, condotti sino al Duomo, furono ivi benedetti mentre si bruciavano i loro libri. Alle stesse formalità vennero sottoposte privatamente, presso la chiesa di San Simone, alcune donne sospettate di aver aderito all’eresia oltramontana.
E’ lo stesso abate Pietro Tamburini, dalla cui Storia Generale dell’Inquisizione riporto i fatti sopra esposti, ad informarci di ulteriori vicende legate all’Inquisizione a Firenze. Domenico Lodovichi, che riceveva un vitalizio dallo stesso Cosimo I per “accudire alla letteratura”, ed era venuto a Firenze nel 1547 per dedicare al Granduca le sue traduzioni di Senofonte, fu condannato dall’Inquisizione, per aver tradotta e stampata a Firenze la Nicomediana di Calvino, ad abiurare pubblicamente con un libro appeso al collo e a dieci anni per aver trasgredito alle leggi in materia di stampe.
Cosimo I, tuttavia, fu nel complesso molto abile a mantenere in equilibrio il proprio potere personale di sovrano con le istanze della potente Inquisizione: capiva dopotutto, per dirla col Tamburini, che “la religione è il sostegno del trono”. Ecco perchè, da un lato, consentì all’aumento dei commissari dell’Inquisizione a Firenze da 3 a 4, su istanza del pontefice Paolo IV, ed anche al divieto di pubblicazione di libri degli eretici e degli ebrei (è del 1553 l’editto con il quale si proibisce sul territorio granducale la pubblicazione del Talmud e dei testi rabbinici); dall’altro, stette sempre attento a non lasciar tracimare l’Inquisizione dai confini prescritti ogni volta che questa aveva tentato di acquisire la giurisdizione su delitti che da sempre erano di competenza dei tribunali secolari.
Il Granducato di Toscana, primo Stato ad abolire la pena di morte
La città di Firenze vanta molti record invidiabili; fra questi c’è n’è uno particolarmente importante, perchè investe una questione di civiltà e di modernità culturale che precorre uno degli attuali capisaldi della giustizia penale italiana: il Granducato di Toscana fu il primo stato ad abolire ufficialmente la pena di morte.
Il provvedimento leopoldino anticipa di solo un anno l’abolizione della pena di morte nel Lombardo-Veneto avvenuta nel 1787 con l’avvento del Codice Penale promulgato dall’Imperatore Giuseppe II. Molto curioso il fatto che i regnanti di Toscana e Lombardo-Veneto, i primi due Stati ad abolire ufficialmente la pena di morte, fossero ambedue appartenenti alla medesima casata degli Asburgo-Lorena. Non solo: il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana era il fratello minore di Giuseppe II e ne fu anche il successore alla guida dell’Impero austro-ungarico col nome di Leopoldo II.

Il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana, estensore dell’editto del 1786 con cui il Granducato di Toscana aboliva, primo stato al mondo, la pena di morte
La Regione Toscana festeggia proprio oggi la ricorrenza dell’editto, firmato nel Palazzo Reale di Pisa il 30 novembre 1786, con cui il Granduca Pietro Leopoldo rendeva la Toscana il primo paese al mondo ad abolire la tortura e la pena di morte, ponendosi all’avanguardia di un movimento che nel volgere di alcune decine di anni avrebbe coinvolto numerosi Stati italiani ed europei.
L’atto di Abolizione della pena di morte è contenuto nella Legge di Riforma Criminale, ovvero la numero LIX (59) del 1786: la dichiarazione con cui Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena, Granduca di Toscana, dichiara cessata la pena di morte e la tortura, è contenuta nell’articolo 51°.
Nonostante il record detenuto dal Granducato di Toscana, bisogna ricordare che tale norma, nel suo valore assoluto, ebbe in realtà vita breve: dopo soli 4 anni, infatti, la pena capitale veniva reintrodotta, in principio contro i soli “ribelli” e “sollevatori” (limitatamente quindi ai casi di eversione nei confronti dello Stato), e successivamente per altri reati.
Ciò non toglie alcunchè al ruolo di profonda innovazione civile rappresentato dalla Toscana, che rimaneva pur sempre uno stato molto avanzato relativamente alla legislazione penale. Il 30 aprile 1859, infatti, alla vigilia del Referendum che sanciva l’unione al neonato Stato Italiano, il governo provvisorio toscano sanciva nuovamente l’abolizione delle pena di morte.
La posizione della Toscana era talmente avanzata da costituire un problema per l’uniformità della legislazione penale degli stati della penisola confluiti del nuovo Regno d’Italia: ciascuno di essi prevedeva infatti la pena di morte, mentre la sola Toscana l’aveva abolita. Questa situazione fu addirittura motivo di esenzione per la Toscana dall’applicazione del codice di giustizia penale del 1865, che uniformava per l’appunto le previsioni in materia in tutto il Regno, ad eccezione della Toscana, in cui rimaneva in vigore la più mite legislazione pre-unitaria, che prevedeva soltanto 9 casi (relativi a situazioni di eversione o reati militari) in cui poteva eccezionalmente essere comminata la pena capitale.
A titolo di curiosità, è interessante ricordare, in modo che risalti la portata dirompente e di grande innovazione che dovette avere all’epoca un simile provvedimento, che lo Stato Italiano pervenne alla prima abolizione della pena di morte soltanto nel 1889, con l’entrata in vigore del codice penale unificato Zanardelli. Reintrodotta in epoca fascista, viene definitivamente abolita per i reati comuni con l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana del 27 dicembre 1947, e nel 1994 anche dal codice penale militare di guerra.
Le fonti del Tevere traslocano per volere del Duce

La sorgente del fiume Tevere: si trova alle pendici del Monte Fumaiolo, ad un’altitudine di 1268 metri s.l.m.
Oggi ci spostiamo da Firenze città, per una curiosità che però riguarda il suo comprensorio storico. Parliamo infatti delle sorgenti del fiume Tevere, che sgorga alle pendici del Monte Fumaiolo. La curiosità consiste nel fatto che la sorgente del fiume che bagna la capitale si trova nel territorio di Forlì (FC – Forlì-Cesena) dal 1923, anno in cui Mussolini decise di accorpare parte della Romagna Toscana, storica pertinenza territoriale di Firenze, alla sua regione natale.
La Romagna Toscana è stata lunghi secoli compresa nel territorio di Firenze: prima nel Granducato di Toscana e poi nella provincia fiorentina, e così il Monte Fumaiolo, dal quale nasce il Tevere. Nel 1923, però, per volere del Duce, le sorgenti del Tevere traslocano in Emilia Romagna per decreto: o meglio, rimangono ferme dove sono sempre state, ma la zona del Monte Fumaiolo viene sottratta a Firenze e alla Toscana in favore di Forlì e dell’Emilia-Romagna.
Perchè tutto questo? E’ presto detto. Nell’ambito dell’ideologia fascista che recuperava in chiave retorica la mistica e le insegne dell’Impero Romano, il Tevere, in quanto metaforica nutrice della “città eterna”, rappresentava un simbolo particolarmente significativo. In questa prospettiva, la possibilità di istituire un parallelismo fra i natali del fiume Tevere e quelli del Duce, rappresentava un’operazione propagandistica particolarmente ghiotta.

Il monumento di epoca fascista che segnala le fonti del fiume Tevere per volere di Mussolini: l’aquila posta sulla sommità è rappresentata con lo sguardo rivolto nella direzione di Roma
A Mussolini premeva poter dire che il Tevere nasceva nella stessa terra che gli aveva dato i natali, in modo da alludere, grazie alla straordinaria “coincidenza”, agli evidenti destini imperiali sotto i cui auspici era venuto al mondo. In altre parole, mostrare la comune origine col fiume Tevere doveva comunicare a tutti che egli era un “predestinato” alla guida del nuovo Impero fascista, erede di quello Romano.
Ecco perchè, nel 1923, con un semplice spostamento di confini, le sorgenti del Tevere divengono “terra di Romagna”, comprese in quello stesso territorio forlivese in cui si trova Predappio. Gli intenti dell’operazione propagandistica operata dal Duce sono evidenti sin dal monumento che ancora oggi segnala le sorgenti del Tevere: si tratta di un piccolo obelisco sormontato da un aquila e adorno di teste della “Lupa Capitolina”, ovvero tutti simboli imperiali recuperati alla retorica fascista. Estremamente esplicativa anche l’iscrizione che vi è apposta: “Qui nasce il fiume sacro ai destini di Roma“, che porta implicito in sè, ma evidentissimo, il sottinteso relativo alle sorti imperiali di Mussolini.
Marsilio Ficino torna dall’Aldilà
Marsilio Ficino, il celebre filosofo dell’Accademia Platonica, fiorita durante il Rinascimento fiorentino sotto la protezione ed il mecenatismo di Lorenzo il Magnifico, è protagonista di questo aneddoto di sapore sovrannaturale.
Marsilio Ficino e il suo carissimo amico Michele Mercati discutevano spesso di filosofia; un giorno, trovandosi a discettare sull’esistenza dell’anima e sulla sua sopravvivenza dopo la morte, terminarono una lunga discussione sull’argomento con una promessa reciproca: e cioè che il primo dei due che fosse morto, sarebbe venuto a dare all’altro notizie sullo stato della vita nell’Aldilà.

Il filosofo Marsilio Ficino, membro dell’Accademia Platonica di Firenze e seguace delle dottrine riferite a Ermete Trismegisto
Separatisi con questa promessa, si narra che Michele Mercati, qualche tempo dopo, mentre un giorno studiava di buon mattino come suo solito, ed era benissimo sveglio, sentì all’improvviso uno strepito, come di uomo a cavallo che correva verso la sua porta e, allo stesso tempo, la voce del suo amico Marsilio Ficino che gridava: “Michele, Michele, tutto quello che si dice dell’altra vita è vero“. Michele aprì la finestra e vide il Ficino correre su un cavallo bianco. Nonostante gli gridasse di fermarsi, Marsilio continuava a galoppare fino a scomparirgli alla vista.
Marsilio Ficino, che soggiornava allora a Firenze (mentre il Mercati, protonotaro della Santa Sede, stava a Roma) era morto proprio in quel momento in cui era apparso. Di questa eventualità si sincerò immediatamente il Mercati mandando una missiva a Firenze, e ricevendo in risposta la conferma che la morte del Ficino era appunto avvenuta nello stesso momento in cui si ricordava di aver assistito alla spettrale apparizione del filosofo platonico.
Questa celebre leggenda della vita del Ficino è talmente nota che, oltre ad avere ampio corso e diffusione a livello di tradizione orale è riportata pari pari addirittura nelle Dissertazioni sopra le apparizioni degli spiriti e sopra i vampiri o risurgenti, vera e propria “Bibbia” del sovrannaturale in Europa, scritta dall’abate domenicano Augustin Calmet nel Settecento.
E non è l’unica concernente la vita del Ficino: la sua convinta adesione alla concezione magica dell’Universo e del cristianesimo, derivazione delle dottrine ermetiche, hanno fatto di lui, nei secoli, un personaggio percepito come particolarmente contiguo al sovrannaturale e al magico. E’ dunque il protagonista ideale per le fantasiose evasioni scaturite dall’immaginario popolare. Tanto per dirne una, nonostante morisse il 1° ottobre 1499 a 66 anni, si narra che il Ficino morisse alla veneranda età di 108 anni, come riporta il celebre medico-alchimista Paracelso nei suoi Scholia.
E’ interessante notare come la stessa leggenda applicata a Marsilio Ficino, relativa alla premonizione della morte data all’amico, non sia certo una creazione originale: si tratta invece di uno dei più diffusi tòpoi della narrativa del sovrannaturale e risale quanto meno all’epoca imperiale romana (ma probabilmente è molto più antica). A mero titolo di esempio, basti ricordare episodi praticamente identici che si trovano in Plinio e Seneca. Si tratta di un tema talmente radicato nella cultura popolare, che ha continuato a presentarsi con regolarità anche nell’aneddotica successiva al Ficino: l’episodio, identico a quello raccontato con riferimento al filosofo, è infattti riportato con riguardo alla vita di Don Bosco.
Come accennato questo aneddoto è applicato sempre, nella storia, a personaggi che, a vario titolo, hanno avuto a che fare con il tema che è protagonista dell’episodio; questo espediente serve naturalmente ad inserire un elemento di verosimiglianza in una narrazione di per sè basata sul favoloso e sul sovrannaturale. Non è dunque un caso se proprio al Ficino, pensatore nella cui filosofia la speculazione sull’anima e sulla sua sopravvivenza dopo la morte ricopre un ruolo di rilievo, viene applicato questo aneddoto ricorrente.


