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Escursioni nella parte meno conosciuta della storia della città di Firenze, spesso esclusa dalla versione ufficiale dello svolgimento dei fatti.

Il segreto della “Pietrificazione” finisce nella tomba

Girolamo Segato, vissuto nel diciottesimo secolo a Firenze, portò nella tomba il segreto del suo procedimento per ottenere l’incorruttibilità dei corpi dopo il decesso. Lo speciale processo, carpito addirittura agli antichi egizi secondo la tradizione, non venne mai rivelato ai posteri dallo studioso per disgusto, a quanto sembra, nei confronti del Granduca di Toscana che gli aveva rifiutato i fondi per proseguire i suoi esperimenti.

La portata della sua attività è ben riassunto nell’epitaffio che decora il sepolcro in cui riposa all’interno di Santa Croce: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

Sepolcro di Girolamo Segato in Santa Croce

La sua rilevanza deriva infatti dalla sua insolita invenzione, che viene ricordata come “pietrificazione” ma che consiste in realtà in un processo di mineralizzazione di cadaveri, grazie ad un trattamento che consentiva la perfetta conservazione e al contempo, il mantenimento del colore e dell’elasticità dei tessuti organici.

La peculiare formazione di Segato, che lo portò a mettere a punto questa singolare tecnica, sembra doversi riconnettere ai suoi studi di egittologia, che approfondì con visite sul campo nella terra dei Faraoni. In effetti, il processo di “pietrificazione” sembra riconducibile all’antica tecnica dell’imbalsamazione, al punto che, all’epoca, si arrivò addirittura a favoleggiare che Segato raggiungesse i propri risultati dopo aver carpito i segreti della Magia egizia.

Decise di distruggere gli appunti relativi alle sue scoperte circa il processo di “pietrificazione” dopo aver subito il rifiuto del Granduca di finanziare le sue ricerche. Avrebbe forse voluto svelare le sue scoperte in punto di morte ma, a quanto si racconta, morì improvvisamente.

Campioni della pietrificazione di Segato

Campioni della pietrificazione di Segato

Nonostante questo, ci rimangono oggi, presso l’Istituto di Anatomia Umana Normale dell’Università degli Studi di Firenze, i campioni dei suoi esperimenti, in cui Segato applicava il processo di mineralizzazione solitamente a parti anatomiche umane, ma anche a cadaveri di pesci, animali. Il più curioso esempio della sua attività è per nientemeno che una fetta di salame pietrificata.

E, a dispetto di tutti gli studi effettuati sulle sue residue realizzazioni conservate a Firenze, il processo di conservazione di Segato, ancora oggi unico nel suo genere, rimane un segreto inviolato.

Le tribolazioni della Nazione Ebraica Fiorentina: il funerale giudeo nel XVIII secolo

La consistente Nazione Ebraica Fiorentina ebbe a patire diverse tribolazioni, verso la metà del Settecento, a causa delle restrizioni imposte per motivi suntuari alle cerimonie funerarie: gli ebrei di Firenze, infatti, per motivi sia pratici che di zelo religioso si trovarono ad affrontare numerosi problemi e a presentare di conseguenza altrettante suppliche per ottenere l’esenzione dalle prescrizioni normative, nel trasporto che doveva avvenire sino all’allora Cimitero Ebraico, quello “lungo le mura” (oggi ne rimane soltanto la piccola porzione in Viale Ariosto).

Tutto ha inizio nel novembre del 1748, quando Vital Finzi, Samuel Bolaffi e Manuel Gallico, tre esponenti della comunità ebraica fiorentina, inoltrano una supplica alla “Sacra Cesarea Maestà” per ottenere una speciale dispensa dal “Bando sopra i Funerali”. Con tale provvedimento il Principe di Craòn, reggente per conto del Granduca di Toscana ed Imperatore d’Austria Francesco di Lorena, ordinava dall’una ora in là di notte, allo scopo di evitare le ostentazioni di lusso che i fiorentini manifestavano nel corso delle esequie, sfoggio che lo disgustava personalmente.

Sepolture della Nazione Ebraica di Firenze

La caratteristica sobrietà delle sepolture ebraiche dal Vecchio Cimitero fiorentino di Viale Ariosto

L’ora una di notte a Firenze significava un’ora dopo il tramonto. Le esequie dovevano quindi avvenire di notte, in modo che i fiorentini non potessero fare pompa delle loro ricchezze prendendo i funerali dei loro cari come pretesto. Gli ebrei fiorentini non potevano però accettare tali condizioni, e nella loro supplica elencano i motivi delle loro rimostranze.

La principale motivazione addotta riguarda i particolari divieti imposti dalla Legge mosaica: i rappresentanti fanno notare che, essendo vietato seppellire un ebreo il venerdì notte (in quanto già entrati nello shabbàt, in cui tale funzione è preclusa), “dandosi il caso di un ebreo morto il venerdì mattina, non potrebbero seppellirlo che il sabt notte, cosa che specialmente d’estate potrebbe causare sconcerto gravissimo”. Importante ricordare al proposito le già precarie condizioni igieniche disponibili nel ghetto, in cui quasi tutte le famiglie vivevano ammassate senza alcuno spazio da adibire a camere ardente.

Altra motivazione addotta riguarda l’onere in termini di fatica e spesa imposto dal bando: considerata l’ubicazione del cimitero lungo le mura fra porta Romana e Porta San Frediano, il corteo funebre sarebeb stato costretto, nottetempo, ad uscire dalla prima (all’epoca chiamata Porta a San Pier Gattolini) che si trovava a più di un kilometro di distanza dal ghetto, e a rientrare dalla seconda dopo un lungo e faticoso percorso che avrebeb comportato una ingente spesa per lumi e gabella di uscita e rientro a favore di tutti gli accompagnatori del funerale.

Infine, la supplica è motivata dal fatto, forse il più penoso che “di notte sarebeb purroppo esposta la Nazione (ebraica) a mille insulti della plebe insolente che senza il timore di essere scoperta mediante il favore della notte, se ne azzarderebbe, di che potrebbero nascere anche rissa e tumulti.”

Il Governo di reggenza accoglie la supplica della Nazione Ebraica esentandola dalla “Legge sulla Pompa” e stabilisce che “siano liberi di continuare il solito“. Nonostante questa preziosa concessione, ulteriori problemi sorgono con il Regio Editto del 2 gennaio 1777, che impone un intervallo di ventiquattr’ore fra la morte e il seppellimento: i rappresentanti della Nazione Ebraica fanno subito rimostranze sulla base della loro usanza di tumulare i morti nella stessa giornata del decesso.

Estensori di questa seconda richesta sono Isacco Pegna e Cesare Lampronti: per ovviare al pericolo di seppellimenti prematuri in caso di morte apparente, che costituiva la ratio della disposizione normativa, fanno notare che “l’uso della Nazione di lavare e aspergere il corpo del cadavere con acqua calda è uno dei principi prescritti per i casi di asfissia e morte apparente”. Il Governo fa però una controproposta, quella di mettere a disposizione della comunità ebraica una “stanza di deposito” per le 24 ore prescritte, e questa deve essere stata la soluzione definitiva, visto che non vi è risposta alla lettera sull’argomento che la Nazione Ebraica indirizza al Governo ancora il 17 marzo.

Le tribolazioni della comunità ebraica in fatto di esequie non finiscono però qui: nel 1780 sopravviene la necessità di richiedere una scorta armata per i funerali, che viene subito concessa come “tutte le volte che la Nazione Ebraica di Firenze richiederà l’assistenza della truppa civica per le loro funzioni o feste nel ghetto“. Nel 1789, poi, la comunità è costretta a richiedere di nuovo l’esenzione dai funerali notturni: questa volta però non viene concessa, a quanto si desume dalla mancanza di risposta alla supplica e dal fatto che, ancora nel 1834, viene concessa l’esenzione a pagare il pedaggio per passare le porte di notte, dalla Direzione della regia Dogana.

Le ondivaghe vicende della comunità ebraica di Firenze sono testimoniate molto bene anche dalla successione dei siti funerari che essa utilizzava in città, e principalmente dai due ancora esistenti: quello, ancora in funzione, di Caciolle, e quello monumentale, ma non più in uso, di viale Ariosto. Ma l’argomento è sufficientemente vasto da richiedere specifici approndimenti.

Il “ciuco zebrato” di Firenze

Si tratta di una recentissima notizia di cronaca locale, non di un semplice gioco di parole: “il ciuco zebrato” del titolo è il rarissimo esemplare di “zonkey” nato in cattività a Firenze, il 19 luglio 2013.

Lo “zonkey” è il risultato di un incrocio fra un esemplare di zebra (in inglese: zebra) e asino (in inglese: donkey). Il risultato? In questo caso è un curiosissimo asinello con le zampe zebrate, frutto dell’unione di un maschio di zebra con un asina dell’Amiata.

Zonkey: incrocio fra zebra e asino

Ippo, lo “zonkey” nato a Firenze il 19 luglio 2013 prezzo il Vivaio Aglietti di via del Barco

E’ stato battezzato Ippo, e ha suscitato fortissimi clamore e curiosità: ne esistono infatti, Ippo compreso, solo tre in tutto il mondo. Ciò dipende dalla bassissima probabilità che l’unione fra una zebra e un asino (e più in generale fra esemplari di due specie diverse, anche se molto affini) dia luogo ad una gravidanza che viene portata a termine con successo.

Altro motivo evidente della rarità di simili avvenimenti è che capitano di rado situazioni in cui zebre e asini si accoppiano in natura. E in effetti, anche lo zonkey fiorentino nasce in un contesto di cattività, in cui i genitori di due razze diverse sono per così dire “forzati” a fare di necessità virtù. I due animali infatti, condividono il medesimo recinto all’interno dell’attuale Vivaio Aglietti, un’azienda di coltivazione di piante ornamentali sorto nell’area dell’ex-zoo (per l’appunto) di Firenze.

Proprio l’inusuale collocazione della ditta ha permesso alla medesima di ospitare fino a 170 animali delle razze più disparate, solitamente affidate a questa sorta di “struttura di ricovero” a seguito di abbandoni, maltrattamenti o fuga da allevamenti e circhi.

In questo modo, il Vivaio Aglietti utilizza i medesimi spazi precedentemente adibiti a zoo di Firenze: se prima però erano prigionieri, adesso lo stesso luogo è per loro oasi di accoglienza e di protezione.

In effetti, quello che era un tempo il giardino zoologico di Firenze, posto in via del Barco, all’estremo confine nord delle Cascine è divenuto l’attuale Rifugio per animali esotici a seguito di un drammatico evento:  si tratta della violenta alluvione che arrivò a devastare la zona del vicino Ippodromo delle Cascine. Nel corso della perniciosa esondazione perirono affogati numerosi animali dell’allora zoo, fra cui il celebre dromedario “Canapone”, vera e propria mascotte dello zoo.

Attualmente, il Rifugio collocato all’interno della Floricoltura Aglietti ospita renne, pappagalli, cammelli ma anche più comuni anatre, galline, conigli. E poi, naturalmente, una zebra ed un asina, oltre al loro rarissimo figlioletto Ippo, la vera  e propria star del Rifugio.

Il Rifugio è accessibile a tutti ad ingresso gratuito entrando all’interno del Vivaio Aglietti che si trova in via Vespucci, 5.

Un Imperatore a Peretola

Peretola, Firenze. Percorrete via de’ Vespucci verso via San Biagio a Petriolo. Qui, nel punto in cui la prima confluisce nella seconda, ci si trova davanti un ampia parete tinta in giallo sgargiante, facciata di caseggiato basso ma ampio al punto da occupare buona parte del prospetto di via San Biagio. L’edificio giallo non è in sè particolarmente notevole alla vista, ma una piccola targa posta sulla facciata giusto in fronte a via Vespucci ne rammenta un memorabile trascorso storico: qui ebbe a dimorare nientemeno che l’imperatore d’Oriente Giovanni VII Paleologo in occasione del suo passaggio per il borgo di Peretola.

Targa commemorativa del passaggio dell'Imperatore d'Oriente a Peretola

La facciata del Palazzo de’ Pilli a Peretola con la targa che rammenta il soggiorno dell’Imperatore Giovanni VII Paleologo del 27 luglio 1439

E’ il 1439, e l’Imperatore d’Oriente si trova nella città gigliata in occasione del celeberrimo Concilio di Firenze organizzato allo scopo di comporre i pluricentenari dissidi fra le Chiese d’Oriente e di Occidente. Il basileus bizantino, in vista dell’ormai imminente assedio da parte degli Ottomani, tenta una mossa disperata: offrire al Papa la riunificazione della Chiesa romana con quella d’Oriente in cambio dell’appoggio militare e finanziario per respingere l’invasore. E’ in questa occasione che l’Imperatore viene alloggiato a Peretola. Nelle sue memorie, un certo Giovanni di Jacopo di Latino de’ Pilli rammenta quel memorabile 27 luglio del 1439 in cui ebbe l’onore di poter ospitare nel proprio palazzo nientemeno che un Imperatore. E’ lo stesso Giovanni a raccontare come, sostando un giorno nella piazzetta di Peretola, vide il nobile Agnolo di Jacopo Acciaioli bussare alla porta della chiesa di Peretola; vedendo che nessuno gli apriva, chiese al nobile Acciaioli cosa gli bisognasse e quegli rispose che veniva da Pistoia, via Prato, con l’Imperatore d’Oriente. Peretola si trova nel punto in cui, ancora oggi, la via Pratese riesce nel comune di Firenze. E’ grazie a questo che il piccolo possidente di campagna, esponente della piccola nobiltà rurale fiorentina, potè, approfittando del diniego del prete di Peretola, ottenere l’onore di ospitare l’Imperatore d’Oriente. La straordinarietà dell’evento lo porta ovviamente a diffondersi con abbondanza di particolari sui dettagli dello storico episodio. In particolare, grande spazio è riservato al desinare approntato per le mense dell’illustre ospite. Narra infatti Giovanni che “venne chon quaranta in cinquanta chavagli molto bene a punto et chon molti suoi baroni, signori e gentili huomini; er perche lui era perduto nelle gambe entrò insino nella nostra sala a chavallo (…) e quivi dormì uno sonno per insino che quegli suoi providono al suo mangiare (…) Et nota, chella prima vivanda mangiò una insalata di porcellana et di prezemoli chon molte cipolle, et lui stesso volle nettare. Dipoi ebono pollastri e pipioni lessi, e dipoi pollastri e pipioni squartati e fritti nella padella con lardo (…) ellultima sua vivanda fu certe huova gettate in sui mattoni chaldi, dove s’erano cotte l’altre cose; e messogliele in una scodella chon molte spezie (…)”. Curioso sottolineare come questa minuta descrizione delle cibarie gustate a Peretola dall’Imperatore abbia fornito il destro per la corrispondente rievocazione storica della cosiddetta “Cena dell’Imperatore”. Dal 2004, infatti, lo storico ristorante Burde, che si trova in via Pistoiese a pochi passi dal palazzo dei Pilli, organizza questa manifestazione nell’antico refettorio delle Suore dell’Assunzione di Petriolo in collaborazione con il Circolo Ricreativo “B. Cecchi”. il peculiare menù della serata è per l’appunto costituito da: – insalata di erba porcellana, – civiero di farro e manzo, – piccioni fritti nel lardo, – uova speziate cotte al mattone, – arista in salsa camellina, – biscotti di pane al vino e spezie E’ merito dello stesso circolo Cecchi l’apposizione della targa commemorativa in via san Biagio da Petriolo. Ricordo storico del memorabile evento che si aggiunge peraltro a quello, ben più risalente, voluto dallo stesso Giovanni de’ Pilli, il quale racconta che “a chommemorazione delle suddette chose, faciemo dipignere l’arme sua di sopra l’uscio della nostra sala“.

Lo stocco del castello di Castiglione: duello durante l’assedio

L’antichissimo maniero di Castiglione, oggi abbandonato, ha custodito per lunghi secoli un cimelio estremamente prezioso per la memorie della Repubblica Fiorentina: si tratta di uno “stocco”, ovvero una spada da duello, utilizzata nel corso del famoso “Assedio di Firenze” del 1530.

La cornice dell’episodio che vede protagonista questo memorabile “stocco” è appunto la Firenze assediata dalle truppe dell’imperatore Carlo V e del pontefice Clemente VII.

Esempio di stocco ovvero spada da duello

Stocco ovvero spada da duello, simile a quella usata da Dante da Castiglione del celebre duello. Spada lunga, sottile, tagliente da due lati e usata per colpire “di punta” (ovvero dare “la stoccata”).

L’episodio nasce dalla sfida lanciata da Lodovico Martelli, amico di Dante, che militava nell’esercito repubblicano, ad un suo antico rivale di nome Giovanni Bandini che, pur fiorentino, aveva seguito le parti del pontefice prendendo le armi contro Firenze.

A quanto raccontano gli storici, Lodovico e il Bandini avevano altercato in precedenza per questioni amorose: sembra infatti che si fossero contesi la celebre Marietta de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Lodovico coglie “la palla al balzo” e, col pretesto del tradimento verso la Patria, sfida a duello il suo personale nemico.

Si narra in particolare che Lodovico facesse mandare nel campo avversario, al preciso indirizzo del Bandini, cartelli di sfida che ingiuriavano lui e tutti i fiorentini fuoriusciti, che combattevano contro la propria patria, come traditori e nemici di Cristo, invitandoli a battersi.

Il duello fu deciso con l’assenso tanto della Repubblica fiorentina che del principe d’Orange, comandante degli imperiali, ed è qui che entra in gioco Dante da Castiglione. Viene infatti eretto un campo per il duello delimitato da uno steccato ai piedi di Monte Baroncelli (quello che oggi si chiama Poggio Imperiale) e si decide che il combattimento avvenga fra Lodovico e il Bandini, ciascuno in coppia con un compagno.

I quattro duellanti, due per parte, furono appunto, per Firenze, Lodovico Martelli e Dante da Castiglione; per gli imperiali, Giovanni Bandini e Bertino degli Aldobrandini (entrambi fiorentini fuoriusciti). Mentre il Martelli ebbe una ferita al capo che, con il sangue che gli colava, gli occluse la vista e lo pose alla mercè del suo avversario, Dante da Castiglione riuscì ad infliggere il colpo mortale all’Aldobrandini con il fatale “stocco” che, per questa ragione, fu poi conservato quasi come reliquia nel castello di famiglia.

Di questo prezioso cimelio, oltre che del fatto d’arme relativo, fa un’accurata descrizione Gian Domenico Guerrazzi nella sua opera “l’Assedio di Firenze“, che trae argomento dall’episodio storico sia per accendere la scintilla del sentimento nazionalistico che per deprecare le lotte fratricide fra diversi stati dell’Italia preunitaria.

Il castello dei signori di Castiglione, nei pressi di Cercina, conservò la famosa spada fino alla seconda metà del XIX secolo, quando fu battuta ad un’asta a Fiesole. Da quel momento, il relitto maniero dei Catellini da Castiglione (la nobile famiglia cui apparteneva Dante di Bernardo), conserva del glorioso duello sostenuto dal suo celebre esponente soltanto un affresco stinto sulla parete di una delle grandi sale, in cui si distinguono a malapena i duellanti.

Il piccolo sacrario sul torrente Terzollina

Greto del torrente Terzollina

Il greto del torrente Terzollina

Percorrendo via di Terzollina da Careggi verso Serpiolle, subito prima di salire sul ponticello che attraversa l’omonimo torrente, si vede sulla sinistra un minuscolo spazio verde che sembra a tutta prima un’area adibita a giardini pubblici. Una scritta all’ingresso però avverte subito che si tratta in realtà di un piccolo sacrario, ovvero “giardino della memoria”, delimitato nel punto in cui si consuma uno dei fatti di sangue legati alla storia della Resistenza anti-fascista fiorentina.

Il piccolo giardino è infatti posto in località Serpiolle, sulla riva del torrente nel punto in cui, il 21 giugno 1944, venivano ritrovati i corpi esanimi di Mary Cox e Maria Penna Caraviello, crivellate dalle scariche di mitra con cui erano state giustiziate dai fascisti.

Tutto comincia con l’attività cospirativa anti-fascista del parrucchiere di origine napoletana Rocco Coviello. Un documento della Federazione Giovanile Comunista del 4 marzo 1945, a firma di Giuseppe Rossi, ricorda la sua vicenda: nato nel 1906, milita nella formazione giovanile comunista con vivace ardore politico; si rifugia a Firenze nel 1936 per sfuggire al controllo della polizia politica dove prosegue la sua attività di organizzazione delle masse lavoratrici.

Il medesimo documento citato ci informa che Coviello entra a far parte dei G.A.P. sin dalla loro prima costituzione, successiva all’8 settembre 1943, non solo come organizzatore, ma prendendo parte ad atti di guerriglia contro il perdurante fascismo repubblichino.

La sua attività cospirativa termina tragicamente il 19 giugno del 1944: la sera di quel giorno Rocco Coviello si trova con il cugino Bartolomeo, la moglie Maria ed un suo lavorante, Edgardo Sovale, con i quali da mesi porta avanti la sua attività partigiana, a casa dell’insegnante d’inglese Mary Cox per incontrarsi con i due ufficiali Franco Martelli e Vincenzo Vannini allo scopo di progettare la liberazione di alcuni detenuti politici prigionieri presso l’Ospedale di San Gallo.

Monumento a Mary Cox e Maria Caraviello

Monumento a Mary Cox e Maria Caraviello lungo il Terzollina

Vengono sorpresi dall’irruzione delle S.S. italiane, ovvero le squadre fasciste che fanno capo alla famigerata Banda Carità: Rocco Coviello viene freddato sul posto, mentre gli altri sono portati a Villa Triste dove vengono torturati.

Due giorni dopo, il 21 giugno, i corpi delle due donne vengono ritrovati appunto sul greto del torrente Terzollina, mentre gli uomini vengono fucilati presso Campo di Marte. Rocco Caraviello, Edgardo Sovale e Franco Martelli sono inclusi nel lungo elenco di partigiani, caduti nei pressi di Campo di Marte, commemorati nel piccolo sacrario annesso allo Stadio Comunale Artemio Franchi.

Se questa storia vi sembra romanzesca e poco credibile, dovete ricredervi: non si tratta di una ricostruzione indiziaria. Le notizie sono riportate direttamente da un testimone di eccezione, l’ufficiale Vincenzo Vannini, miracolosamente sopravvissuto alla prima scarica di mitra che lo aveva colpito al ventre, che riuscì a fuggire e a far perdere le tracce di sè, potendo così riferire in seguito, quale testimone oculare, la tragica vicenda.

Attualmente il minuscolo giardinetto che funge da sacrario all’aperto presenta un semplice monumento commemorativo su cui è apposta la targa dedicata alle due donne brutalmente uccise. La targa reca la data del 21 giugno 1986, 42 anni esatti dopo l’eccidio.

Giovanni Berta, “martire fascista”

Lo stadio di Firenze dove gioca la Fiorentina, a Campo di Marte, è oggi intitolato ad Artemio Franchi. Prima di chiamarsi così, però, si chiamava Stadio Comunale e, prima ancora, era intitolato a Giovanni Berta, del quale molto probabilmente i più non conoscono la vicenda nè il perchè della dedica.

Lo Stadio, costruito su progetto di Luigi Nervi fu intitolato a Giovanni Berta al momento della sua inaugurazione nel 1931: con la dedica dell’impianto la dittatura fascista al potere voleva simbolicamente ricordare un fiorentino, Giovanni Berta appunto, innalzato dalla propaganda di regime a “martire fascista”.

Assassinio di Giovanni Berta

Cartolina commemorativa del Ventennio che mostra una ricostruzione dell’assassinio di Giovanni Berta.

In estrema sintesi, Giovanni Berta era un giovane fiorentino, simpatizzante dell’allora nascente movimento fascista (altri dicono membro delle Squadre d’azione fasciste) che rimase ucciso da militanti comunisti nel corso di uno scontro per forzare il blocco dell’allora Ponte Sospeso, l’avveniristico ponte senza piloni che sorgeva nel luogo in cui si trova oggi il Ponte alla Vittoria.

La “morte gloriosa” di un giovane di vent’anni per la causa fascista e per mano dei nemici di sempre, rappresentava una ghiotta occasione di propaganda per il Partito fascista arrivato nel frattempo al potere. Fu così che, per alimentare l’inquadramento ideologico della massa, il giovane Giovanni Berta assurse agli onori di “martire del fascismo”.

La sua morte all’età di 27 anni sembra sia stata immediata conseguenza dei violenti disordini del 27 febbraio 1921, in cui le Squadre d’azione fasciste avevano assassinato il dirigente comunista Spartaco Lavagnini. Con ogni probabilità l’uccisione di Giovanni Berta, avvenuta il 28 febbraio, rappresentava una sanguinosa rivalsa per gli eventi del giorno prima, ma risulta molto difficile dire se si trattò di un’azione premeditata, cioè di un agguato, o di una fatalità: così come è impossibile stabilire con certezza se Berta sia caduto nel corso di uno scontro fra due gruppi armati o sia stato invece incolpevole vittima delle violenze in atto.

Ciò è dovuto al fatto che le notizie in merito più vicine all’effettivo svolgersi dei fatti non esistono più: di quel frangente, infatti, ci arrivano soltanto le eco filtrate sapientemente dalla propaganda fascista e quindi verosimilmente manipolate se non ingigantite o distorte. Di sicuro sappiamo soltanto che, dopo un primo assalto, Berta fu gettato oltre la spalletta del ponte, al quale sembra si sia aggrappato nell’estremo tentativo di non cadere nell’Arno, in cui sarebbe infine affogato.

Secondo la ricostruzione vigente durante il Ventennio, Berta era un semplice simpatizzante del Movimento fascista, il cui unico crimine era stato quello di avere la sfortuna di incappare in un gruppo di militanti fascisti mentre, in bicicletta, attraversava il Ponte Sospeso con al bavero della giacca una spilla dei Fasci di Combattimento. Da qui, sempre secondo la vulgata dell’epoca,  la “vigliacca” aggressione ad un innocente giovane di grandi ideali. Dopo un brutale pestaggio, si aggrappa al piano stradale del ponte per non cadere in Arno, ed è in questo momento (così lo ritraggono le cartoline propagandistiche dell’epoca) che i militanti comunisti gli martirizzano la testa e le mani con scarpe ferrate e bastonate, allo scopo di farlo mollare e quindi affogare nel fiume in piena.

Il Ponte Sospeso

Immagine d’epoca del Ponte Sospeso: la spalletta da cui fu gettato in Arno Giovanni Berta

Una versione nettamente opposta lo vuole membro effettivo dei Fasci di Combattimento fiorentino, rimasto accerchiato dai comunisti nel corso di un’azione per forzare un blocco da questi posto al ponte che collegava le Cascine con l’attuale Isolotto. Ucciso dunque nel corso di una vera e propria battaglia.

La verità sta probabilmente, come spesso accade, nel mezzo: Berta era probabilmente più che un semplice simpatizzante del Movimento, era quasi sicuramente un attivista conosciuto a Firenze. E proprio questa sua “notorietà” sembra gli sia stata fatale quando, riconosciuto da un gruppo di comunisti mente attraversava il Ponte Sospeso fu, come detto, picchiato e gettato in Arno morente, dove affogò.

Aldilà dell’avvenimento, è interessante rilevare la straordinaria importanza che la morte di Berta assunse nell’architettura propagandistica di regime: non solo gli fu intitolato lo Stadio di calcio, ma la sua vicenda veniva usata abitualmente nel corso di comizi e raduni per eccitare le folle con richiami fortemente retorici alla brutalità dell’assassinio di questo “Martire della Rivoluzione Fascista”.

A sottolineare l’aspetto della centralità dell’assassinio Berta nella mistica fascista dei “Martiri della Rivoluzione” basterà ricordare che gli fu dedicato uno degli inni più popolari e toccanti del Ventennio, intitolato appunto: Hanno ammazzato Giovanni Berta. Ecco il testo integrale della canzone:

“Hanno ammazzato Giovanni Berta / fascista fra i fascisti, / vendetta sì vendetta / farem sui comunisti.
La nostra Patria è l’Italia bella / la nostra fede è Mussolini / e noi vivrem d’un sol pensiero / quello d’abbatter Lenìn.
Dormi tranquillo Berta / dormi tranquillo il sonno / ti vendicheremo un giorno / ti vendicheremo un giorno.”

Per tutta risposta, i comunisti, storpiavano l’originale, cantando sulla medesima aria, a spregio dei fascisti:

“Hanno ammazzato Giovanni Berta / dei Fasci fiorentini / è stato vendicato / Spartaco Lavagnini.
La nostra Patria è il mondo intero / la nostra legge è la libertà / e noi vivremo d’un sol pensiero / liberar l’umanità.
Hanno ammazzato Giovanni Berta / figlio di pescicani / viva quel comunista / che gli pestò la mani.

A riprova della enorme presa che la vicenda di Berta faceva sulle masse, si ricorda anche che il regime fascista gli intitolò un villaggio nella Cirenaica ed una dragamine della Regia Marina. Come non bastasse, la parte di parapetto del ponte Sospeso cui Berta si era appeso morente, divenne un cimelio, una reliquia del “martire” e venne esposta come tale alla Mostra della Rivoluzione Fascista.

Anche l’attuale piazza delle Cure venne rinominata in epoca fascista “Piazza Giovanni Berta”: motivo ne è che il padre possedeva una piccola industria metallurgica nei pressi. Tutt’ora esistono a Firenze tombini risalenti al Ventennio che riportano la dicitura “Fonderia delle Cure – Giovanni Berta.”

Il nano Morgante nelle rime del Lasca

Nano Morgante a cavallo della chiocciola

Il Nano Morgante ritratto dal Giambologna a cavallo della chiocciola, un modo forse per sottolinearne le minuscole dimensioni

Il nano Morgante, buffone di corte dei Medici prediletto del Granduca Cosimo I è conosciuto a molti per via delle numerose opere d’arte in cui le sue sgraziate fattezze sono state immortalate; opere famose e bene in vista, sicchè non c’è quasi a Firenze chi non ricordi (per citare solo un paio delle opere che lo ritraggono) il panciuto Bacchino in marmo che cavalca la tartaruga, posto all’interno del Giardino di Boboli, oppure il “doppio ritratto” dipinto dal Bronzino ed oggi esposto al Museo degli Uffizi.

Sono dunque più o meno note le sue fattezze, ma viene il dubbio che chi lo ritraeva abbellisse in qualche modo la realtà, come spesso avveniva quando l’opera aveva carattere celebrativo. Ecco perchè è curioso ricordare che il Lasca, suo contemporaneo,  e profondo conoscitore della corte medicea, include fra le sue Rime una composizione intitolata In morte di Morgante nano in cui, lui che lo aveva visto di persona ne descrive dettagliatamente le incongrue fattezze.

Si tratta della Rima XVIII, ed in essa il poeta ci descrive il nano Morgante dicendo (riporto i piacevoli versi in rima del Lasca):

Tra d’uomo e bestia, il nostro Morgantino
Grifo o mostaccio o ceffo o muso avea
Ma così nuovo e vario
Aguzzo e contraffatto che parea
Gattomammon, bertuccia e babbuino
Poscia l’un membro all’altro sì contrario
Sì sconcio e stravagante
Che dal capo alle piante
Mostrava scorto, a chi potea vedello,
Essere un mostro grazioso e bello

Ironicamente il Lasca lo canzona per la sua deformità, in onore alle straordinarie doti istrioniche con cui il nano Morgante divenne il prediletto di Cosimo I, facendosi preferire fra i 5 buffoni che allietavano all’epoca la corte medicea. La bonaria canzonatura è l’affettuoso commiato per Morgante, il saluto più intonato a commemorare il vero “mattatore” dei lazzi salaci e delle trovate buffonesche che tanto avevano divertito il granduca.

E in effetti, il Lasca non manca di ricordare, fra il serio e il faceto, lo spessore di Morgante come buffone di corte:

Il più raro e sovrano
Buffon che mai vedesse o Sole o stella;
Calandrino e Gonnella
il Balena e Strascino
il Carafulla e ‘l Rosso Fiorentino
Il Moretto lucchese e ‘l Tattamella
con Giulian Tamburino
appetto a lui non valsero un lupino

Nano dunque, ma un gigante della buffoneria, a sentire il Lasca.

La confraternita dei “ciccialardoni” di Monte Oliveto

Facciata della chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto

Facciata della chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto, che sorse sul luogo dell’antica cappella di Santa Maria al Castagno dei “ciccialardoni”

L’antico ex-complesso monastico di San Bartolomeo a Monte Oliveto prende il nome dalla trecentesca fondazione, dovuta secondo le cronache ad un monaco proveniente dalla celeberrima Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, in provincia di Siena, che fu madre e centro d’irraggiamento della congregazione olivetana.Il Monte Oliveto di Firenze viene oggi in considerazione a motivo di una confraternita, che qui si riuniva, dal nome singolarissimo e difficilmente spiegabile, e dunque ipso facto, curioso: la confraternita dei “Ciccialardoni”.

Ho già rammentato, in un apposito articolo, la peculiarità dell’Abbazia di San Bartolomeo in Forculise, detta del “Buonsollazzo”, per sottolineare come tale dicitura facesse erroneamente pensare ad una congrega di “frati gaudenti”. Allo stesso modo, la parola “ciccialardoni” dà a tutta prima l’idea di personaggi dediti a tutt’altro che ad attività pie e caritatevoli; anche in questo caso però c’è, o quantomeno sembra esserci, il suo “perchè”.

All’inizio della storia del Monte Oliveto di Firenze c’è un piccolo oratorio. I Bostichi nel 1294 donano alla Compagnia Maggiore della Beata Vergine una cappella, dedicata a Santa Maria al Castagno, frequentata da una confraternita di mercanti e artefici fiorentini che vi si riunivano l’ultima domenica del mese. Sono questi i “ciccialardoni” che, nel 1334, donano il luogo all’abate olivetano Bernardo Tolomei.

La confraternita detta dei “ciccialardoni” si chiamava, prima di venir trasfigurata nel motto popolare, “Compagnia della Purificazione di Maria Vergine”. Nel X volume del Bollettino Senese di storia patria, redatto dall’”Accademia dei Rozzi”, si legge in proposito che, fin dal 1297, solevano radunarsi “alquante divote e spirituali persone, mercatanti ed artefici per fuggire l’ ozio e gli cattivi e disonesti esercizi, come innamorati di messer Giesù Christo pigliando per avvocata la madre gratiosa di nostro Signor G. C. della sua SS. Purificazione“. Guida spirituale dei confratelli sembra essere stato un tale Maso, un romito che abitava su quel monticello, detto all’epoca “Monte di Bene”, presso il suddetto romitorio della Madonna al Castagno.

Il 26 agosto dello stesso anno, un tal Corteccione di Giovanni Rustici donava a Giovanni di Lippo Antinori, per gli uomini di questa Compagnia, un pezzo di terra, con l’oratorio di S. Maria del Castagno, i portici e tre celle. La confraternita, come accennato, effettua il 1° maggio 1334 la donazione dell’oratorio, con tutte le sue pertinenze (“cum resedio, vineis, ortibus et arboribus”) a Frate Innocenzo di ser Domenico da Torrita, monaco e procuratore di Monteoliveto, a patto che gli olivetani accettino le condizioni poste dalla confraternita.

In base al contratto di donazione si pattuiva infatti, in favore della confraternita dei “ciccialardoni” che “rimanessero a S. M. del Castagno almeno due monaci di Montoliveto, l’ uno dei quali fosse sacerdote; vi celebrassero gli offici divini; potessero i Ciccialardoni accedere all’oratorio, come per l’ addietro, giusta i capitoli della Società e tenerne le chiavi : niuna mutazione a’ capitoli potessero farsi senza consenso d’ ambe le parti, cioè della società e de’ monaci : restasse fermo il numero di venticinque pei confratelli della società, e chi avesse cella, vi potesse abitare; ne’ giorni di radunanza, vi potessero cuocere il pranzo o la cena, ed i monaci dovessero loro fornire il vino necessario : contradicendosi l’accesso al luogo suddetto e vietando l’abate le radunanze, fosse nulla la donazione”.

Il Repetti, nel suo monumentale Dizionario Geografico etc., avanza l’ipotesi che il nome di “ciccialardoni” venisse loro affibbiato perchè, complice l’amenità del luogo, i confratelli sfruttavano le periodiche riunioni “per trattenersi a diporto”. In pratica la riunione della confraternita finiva sempre “in gloria”, con un bel pranzo fra amici che equivale all’odierna scampagnata fuori porta della domenica: si legge infatti nelle clausole allegate alla donazione, sopra riportate: “ne’ giorni di radunanza, vi potessero cuocere il pranzo o la cena“.

L’ipotesi non è inverosimile, ma che questi pranzi o cene fossero all’origine del nomignolo, a detta dello stesso Repetti, scaturisce dalla medesima denominazione che si cerca di spiegare. Più accurato e degno di fede mi sembra in proposito il Lumachi, che nel suo Firenze: nuova guida illustrata del 1935 ricorda che i Ciccialardoni continuarono a riunirsi sul Monte Oliveto per i loro banchetti, senza soluzione di continuità, fino alla prima metà del XVIII secolo. E’ in questo frangente che evidenzia il costume di far accomodare, alle tavole allestite nel chiostro del convento, i semplici abitanti della zona circostante.

In quest’ottica, i “banchetti” dei Ciccialardoni assumono il loro più verosimile valore di condivisione gioviale delle buone vivande dei confratelli con contadini e rustici che non potevano permettersi altrettali mense e che quindi, una volta al mese, venivano allietati in questa guisa. Da ricordare in proposito come una delle più ricorrenti e (sostanziose) opere di bene che le confraternite nate nel medioevo si assegnavano, era proprio quella di assistere, beneficare e recare sollievo agli abitanti che insistevano nel territorio circostante la sede di ciascuna compagnia di fratelli laici.

Dopodichè, non c’è niente di più facile che i fiorentini, strafottenti al loro solito, abbiano affibbiato alla compagnia il nomignolo di “Ciccialardoni” a sottolineare la giovialità enogastronomica che questi fratelli laici, a differenza dei chierici, usavano praticare anche nel fare opera di carità.

“Per non dormire”: il motto dei Bartolini Salimbeni

Motto della famiglia Bartolini-Salimbeni

Il motto della famiglai Bartolini Salmebni decora le finestre del Palazzo di famiglia in piazza Santa Trinita

“Per non dormire” è lo storico motto della nobile famiglia fiorentina (sebbene di origine senese) dei Bartolini Salimbeni, che si accompagna, di solito, all’impresa della medesima famiglia, raffigurante un cerchio che racchiude tre papaveri.

L’arme con i tre papaveri rappresenta un’allusione nemmeno tanto velata all’antico aneddoto che spiega la nascita del motto che lo accompagna. La narrazione tradizionale fa risalire le origini della favolosa ricchezza della famiglia all’astuzia di uno dei suoi membri che, venuto a conoscenza dell’arrivo per il giorno dopo di un prezioso carico di lana dal Nord Europa, riuscì ad accaparrarselo con uno stratagemma: la sera precedente, offrì ai suoi concorrenti un sontuoso banchetto, nel corso del quale propinò loro vino oppiato. La mattina sucessiva, mentre gli altri mercanti erano ancora in preda all’effetto soporifero dell’oppio, il furbo uomo di affari riuscì ad acquistare l’intero carico ottenendo un enorme guadagno e gettando così le solide basi della fortuna dei Bartolini Salimbeni.

Il motto “Per non dormire” dunque, sta a significare che la fortuna dei Bartolini Salimbeni deriva proprio dal “non aver dormito” mentre tutti gli altri lo facevano. In questa ottica, i papaveri dell’arme di famiglia sono un evidentissimo richiamo all’oppio, sostanza derivata da quella pianta, utilizzato dal furbo mercante per narcotizzare i propri concorrenti.

Aldilà del gustoso aneddoto, è molto probabile che la vicenda non sia realmente accaduta: in caso contrario, c’è da immaginare che il Bartolini Salimbeni sarebbe stato linciato il giorno stesso per mano dei concorrenti slealmente turlupinati. Vista la duratura fortuna di cui la famiglia beneficiò nei secoli, è più probabile che l’aneddoto sia la trasposizione “novellistica” di un fatto decisamente meno romanzesco.

Una versione sufficientemente credibile dell’accaduto è riportata da Frate Ildefonso di San Luigi, studioso illustre e accademico fiorentino. Frate Ildefonso, nell’appendice al tomo XXIII delle Delizie degli eruditi toscani, riporta la Istoria genealogica della famiglia, sin dalle sue origini senesi, quando ancora la famiglia si chiamava Salimbeni e basta. A proposito del fatto in questione, l’illustre accademico dice:”l’impresa della famiglia Salimbeni, che sono tre papaveri fioriti, legati insieme in un mazzetto, col motto PER NON DORMIRE, fu assunta dalla famiglia Salimbeni fin dall’anno 1338, quando Benuccio di Giovanni Salimbeni, avendo inteso essere venuto a Portercole un ricchissimo mercatante di Sorìa, per caricare le più preziose merci, specialmente di seta, che vi avesse trovate, si portò colà rapidamente sacrificando il sonno ed il riposo e comprò fra drappi e opere fatte di drappi, per centotrentamila fiorini d’oro. Tornato al chiasso Renaldini, che ora si dice chiasso Largo, aperti molti traffichi, introdusse in Siena l’Arte della Seta“.

Impresa della famiglia Bartolini-Salimbeni

Il cerchio con i tre papaveri: l’impresa della famiglia Bartolini-Salimbeni decora i beccatelli che sorregono la facciata a “sportici” di Palazzo Bartolini-Torrigiani in via Porta Rossa

Il motto quindi, conclude Frate Ildefonso, allude “alla sollecitudine di Benuccio nel prevenire e preoccupare nella compra quel mercatante forestiero, con indicibile vantaggio di tutta la provincia sanese“. Fuori dal mito, per quanto accattivante, il motto “Per non dormire” altro non è che la versione medioevale del nostro “Chi dorme non piglia pesci”. Un apologo dunque, delle qualità di abnegazione e dedizione indefessa verso gli affari ed il lavoro, che per solito rappresenta l’anticamera del successo economico.

Il motto “Per non dormire”, insiema all’impresa con i papaveri, si trova inciso sia sul Palazzo Bartolini Salimbeni di Piazza Santa Trinita che su Palazzo Bartolini Torrigiani di via Porta Rossa; si trova inoltre intarsiato sul pavimento della Cappella Bartolini Salimbeni nella chiesa di Santa Trinita. Di questi tre luoghi, il Palazzo Bartolini Torrigiani ospita oggi il Grand Hotel Porta Rossa: sul suo sito, la direzione menziona lo stupore degli ignari ospiti quando leggono il motto “Per non dormire”, che ritengono contemporaneo, inciso sugli stipiti di un luogo, l’hotel, dove alloggiano appunto per dormire.

Dulcis in fundo, merita rammentare il fatto che il poeta Gabriele Annunzio fece proprio il motto dei Bartolini Salimbeni: nel suo caso, “Per non dormire” stava a significare l’insonnia creativa che aveva caratterizzato il suo periodo maggiormente prolifico.

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